Benedetti dollari. La rivincita degli Usa
A quasi un anno dal Conclave che ha eletto il primo pontefice nordamericano, un volume ricostruisce per Solferino le ragioni di quella scelta. Una sorpresa? Non tanto. L’analisi di Massimo Franco. Qui alcune pagine dell’introduzione
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Benedetti dollari. La rivincita degli Usa
di Massimo FrancoA quasi un anno dal Conclave che ha eletto il primo pontefice nordamericano, un volume ricostruisce per Solferino le ragioni di quella scelta. Una sorpresa? Non tanto. L’analisi di Massimo Franco. Qui alcune pagine dell’introduzione
I cardinali Usa nel Pontificio Collegio Nordamericano nei giorni precedenti il Conclave 2025. Tra loro Timothy Dolan (sesto da sinistra)
«Non si può escludere che l’episcopato statunitense chieda a un Vaticano impoverito e diviso di eleggere al prossimo Conclave un papa meno ostile all’America. Anche facendo valere il suo peso finanziario...». Rilette oggi, queste parole pronunciate nel 2019 da un diplomatico vaticano di lungo corso colpiscono quasi come una profezia. Erano passate solo alcune settimane da quando papa Francesco aveva pronunciato una frase controversa durante il volo che lo stava portando in Mozambico. «Per me è un onore se mi attaccano gli americani» aveva detto l’argentino Jorge Mario Bergoglio, raggelando i collaboratori.
Era una battuta fatta dopo che gli era stato consegnato il libro di un giornalista francese che alludeva a un complotto americano contro di lui. Si trattava di un atto d’accusa contro il mondo tradizionalista a stelle e strisce che vedeva in Francesco un pericoloso sovversivo della dottrina cattolica, quasi un cripto-comunista: una visione al limite della caricatura. Le sue parole, tuttavia, suonarono non solo come la denuncia di una velleitaria congiura in incubazione, che il papa era determinato a rivelare. Si confermava anche un’estraneità, se non un’ostilità del primo pontefice latino-americano nei confronti di un mondo, quello statunitense, che non conosceva, non capiva e probabilmente non amava. Ricambiato velenosamente.
Quando l’8 maggio del 2025 il cardinale nativo di Chicago, Robert Francis Prevost è stato eletto dal Conclave, la frase di Francesco è riemersa dalla memoria insieme con le parole del diplomatico vaticano, monsignor Antonio Mennini, a lungo nunzio papale a Mosca e poi a Londra. Mennini non è solo il giovane viceparroco della chiesa di Santa Lucia, a Roma, indicato come il sacerdote che nel 1978 confessò segretamente Aldo Moro nella «prigione» delle Brigate rosse, prima che lo assassinassero: episodio che peraltro ha sempre smentito. Appartiene anche a una delle famiglie «papaline» più legate al Vaticano... L’elezione di Robert Prevost, questo «latin yankee» dall’aria mite e assai poco americana, a lungo missionario in Perù ma figlio del South Side di Chicago, è stata il segno che la previsione dell’ex nunzio era tutt’altro che lunare. Sorprendente, perfino spiazzante perché i più si concentravano sul ritorno sul Soglio di Pietro di un europeo, magari di un italiano dopo l’arrivo del polacco Karol Wojtyła nel 1978. Non ci si rendeva conto, almeno in Italia, che il tabù di un papa statunitense stava per essere superato, e l’eurocentrismo archiviato.
Non solo. La sua elezione ha conferito all’episcopato degli Stati Uniti una centralità sulla quale pochi scommettevano. Vescovi e cardinali Usa apparivano divisi da anni, «polarizzati» tra Democratici e Repubblicani. E sembrava che il peso degli scandali della pedofilia fosse destinato a condannarli a un ruolo di eterni imputati. Eppure, quando si parlava del futuro Conclave, perfino gli amici di Bergoglio ammettevano che esisteva «una questione americana». Volevano dire che i rapporti con gli Stati Uniti non potevano continuare a essere tesi; che bisognava ritrovare un dialogo con quel mondo allontanatosi progressivamente da Roma e alla fine, nello scontro tra Francesco e il tradizionalismo, preda elettorale della cultura egoista del miliardario protestante Donald Trump: a conferma... dell’ascesa della destra religiosa, e non solo negli Stati Uniti.
Ora che la centralità dell’episcopato nordamericano è stata sublimata al massimo livello, il cambiamento costringe a rileggere la storia dei rapporti tra Vaticano e Stati Uniti, tra il cattolicesimo e il protestantesimo al di là dell’Oceano Atlantico in modo diverso dal passato. Filtrato attraverso i documenti conservati nell’ex Archivio Segreto Vaticano, oggi «Apostolico», sulle persecuzioni anticattoliche di metà Ottocento; e ripercorrendo le incomprensioni tra i papi e i presidenti americani e la difficoltà di formare un clero profondamente influenzato dal protestantesimo. Affiora l’autoaffermazione spesso umiliante di una minoranza cattolica che l’episcopato vedeva tentata dalle affiliazioni massoniche e da sette protestanti che garantivano più integrazione e status sociale. E una voglia di emancipazione attraverso la competizione giocata sulla costruzione di università prestigiose, di associazioni alternative, di cattedrali più grandi di quelle dei protestanti e delle logge segrete: «grattacieli religiosi» che progressivamente si sono affermati come simboli di un’identità non più «di serie B», insieme alla concessione di titoli nobiliari pontifici da ostentare in alternativa a quelli dell’aristocrazia finanziaria non cattolica.
È un’epopea che porta a chiedersi come abbia fatto il cattolicesimo degli Stati Uniti a trasformarsi in poco più di cento anni da emblema di una fede di minoranza, trascurata nella Roma papale, in una religione in grado di esprimere un pontefice; e per di più un papa pacificatore, chiamato a riconciliare la Chiesa cattolica con sé stessa. Ma prima ancora di formulare giudizi su un papato allo stadio iniziale, il punto di partenza dev’essere la sua elezione. Con un aspetto economico che non può essere sottovalutato. Nell’autunno del 2023, era in preparazione un libro intervista con l’uomo-chiave dell’ex Archivio Segreto Vaticano, monsignor Sergio Pagano, prefetto per un quarto di secolo, fino al luglio del 2024, dello scrigno della memoria storica dei papi.
Studiavamo i rapporti tra Usa e Santa Sede. E si scoprì che nel 1922, alla morte di Benedetto XV, le casse vaticane risultavano vuote. Dai faldoni spuntarono due telegrammi in cifra, partiti da Roma e destinati al rappresentante del papa negli Stati Uniti. Si chiedeva di mandare urgentemente tutto il denaro possibile, senza specificare il motivo. I dollari arrivarono in un amen. E il Conclave fu salvo. È un episodio poco conosciuto ma rivelatore. Racconta l’inizio di un rapporto nel quale l’America è diventata uno dei polmoni finanziari più potenti del Vaticano.
Non sempre quel peso economico e strategico è stato riconosciuto. Ma quel filo si è consolidato nei decenni. Ha facilitato una convergenza che la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda e la sua fine hanno confermato, insieme a una sintonia basata su una visione delle democrazie durata fino all’inizio del Terzo Millennio. Proprio in nome di questa sintonia geopolitica, nel 1984 Usa e Santa Sede hanno per la prima volta deciso di stabilire relazioni diplomatiche piene: con Giovanni Paolo II e con il presidente protestante Ronald Reagan alla Casa Bianca, superando resistenze e pregiudizi antipapisti.
La creazione nel 1988 della Papal Foundation, l’organizzazione caritativa che la lobby polacca del cardinale John Krol ha fondato negli Stati Uniti, è apparsa una sorta di appendice finanziaria di quella sintonia culturale e strategica. Il papato latino-americano di Francesco ha provocato un raffreddamento tra Roma e Washington. E soprattutto, sono emerse le crisi sia del Vaticano che degli Usa. Francesco ha accentuato una visione post-occidentale delle relazioni internazionali, con una marcata connotazione antiyankee... Le tensioni sono apparse evidenti sia per i rapporti, ritenuti troppo cordiali, del pontefice argentino con Russia e Cina, sia per le lacerazioni presenti nell’episcopato americano.
La prospettiva di un pontefice figlio degli Stati Uniti era sempre apparsa inverosimile. All’inizio del Novecento, perché quel cattolicesimo era irrilevante in una Chiesa italocentrica ed eurocentrica: dagli Stati Uniti affluivano generosi contributi, ma capitava che i loro cardinali arrivassero a Roma in nave per il Conclave quando il papa era già stato eletto. Poi, perché la Guerra fredda ingenerava il sospetto che un papa yankee conferisse alla Chiesa cattolica un’impronta subalterna agli Usa e ai suoi servizi di intelligence. E alla fine, perché vescovi e cardinali di quella nazione-continente apparivano così divisi da fare apparire impossibile un ricompattamento; e per di più marchiati dagli scandali degli abusi sessuali.
In questo lungo cammino, i dollari sono stati una presenza costante... Da Pio XI nel Conclave del 1922, a Pio XII e al cardinale di New York Francis Spellman, il «cappellano della Guerra fredda», fino al cardinale di New York, Timothy Dolan, il peso numerico degli americani è stato minoritario; quello finanziario, più ingombrante. Basta raccontare i milioni di dollari fatti arrivare a Roma tra gli anni Venti e Trenta del Novecento da una benefattrice di origine irlandese, Genevieve Brady. O dei fondi affluiti tramite appunto il cardinale Spellman, amico di Giulio Andreotti. E ancora, l’asse del Bene contro il comunismo saldatosi tra Reagan e Giovanni Paolo II, attraverso l’istituzione della Papal Foundation ha garantito una fornitura costante di finanziamenti. Senza contare la potenza anche economica dei Cavalieri di Colombo e di tutte le istituzioni caritative e culturali che dall’America hanno innaffiato di dollari i bilanci vaticani.
Ma l’episcopato statunitense ha assunto una nuova consapevolezza della propria forza e identità. E, nel momento in cui il Vaticano si è rivelato in affanno, i cardinali americani sono stati in grado di esprimere il «loro» papa: anche se Robert Prevost è stato definito, a ragione, un «latin yankee», apparente ossimoro, per la lunga esperienza missionaria in Perù, o «il meno americano degli americani». Comunque, è un figlio di Chicago. E finisce per incarnare il protagonismo della Chiesa nordamericana alla quale è affidato il compito immane di pacificare un cattolicesimo lacerato; di ricostruire il dialogo con un’America Latina sconfitta nelle sue ambizioni di leadership da dodici anni di pontificato argentino; e di disegnare una «Nuova Frontiera» globale in un mondo cambiato radicalmente rispetto a quello di Francesco.
Sullo sfondo si staglia l’accordo segreto della Santa Sede con la Cina di Xi Jinping del 2018. Gli Stati Uniti assistono al loro lento riavvicinamento con una miscela di curiosità e inquietudine. Ma soprattutto, l’incognita è rappresentata dai contorni che assumerà il cattolicesimo del futuro, segnato anche negli Usa da una forte carica tradizionalista, xenofoba e anticonciliare. La sorpresa dell’ultimo Conclave sancisce il miracolo di un’unità ritrovata. Segna il superamento della dicotomia deleteria e strumentale del bergoglismo e dell’anti-bergoglismo. Ma lascia intatte le ragioni di divisioni profonde e irrisolte.
È indubbio che l’elezione di Robert Prevost abbia ufficializzato il tramonto dell’eurocentrismo vaticano e il trionfo delle Americhe, saldate dall’identità ibrida di Prevost. Eppure, restituisce l’impressione ambigua di un pontefice scelto perché «poco» statunitense. Leone XIV e la sua Chiesa hanno bisogno degli Stati Uniti per risollevarsi anche economicamente. Gli Usa, forse senza rendersene conto, hanno bisogno del cattolicesimo per ritrovare un’anima e una visione che non sia quella del trumpismo. Ma sarà un confronto lungo e doloroso, con le sorti dell’Occidente e dei valori delle democrazie sullo sfondo.
La prima presentazione a Roma il 14 aprile
«Papi, dollari e guerre» di Massimo Franco esce martedì 31 marzo per Solferino (pp. 368, euro 22). L’autore lo presenterà: il 14 aprile a Roma al Teatro Manzoni, ore 18, con Romano Prodi, Paolo Pagliaro , monsignor Antonio Mennini e Delia Gallagher. Il 17 aprile all’Università di Siena, ore 11. Il 12 maggio all’Istituto italiano di cultura a Londra, ore 18.
30 marzo 2026 ( modifica il 30 marzo 2026 | 11:34)
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