A 4 anni alla Scala, poi l’incontro con Bernstein: «Quando per uno scippo saltò il concerto» la vita incredibile della pianista Mariaclara Monetti
Corriere della Sera - Cultura

A 4 anni alla Scala, poi l’incontro con Bernstein: «Quando per uno scippo saltò il concerto» la vita incredibile della pianista Mariaclara Monetti

Lunedì 30 marzo 2026
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Dall’infanzia alla Scala agli incontri con Leonard Bernstein, fino ai concerti in Europa: il racconto di una vita di talento, con tanti ostacoli e una passione sfrenata per Wolfgang Amadeus Mozart

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A 4 anni alla Scala, poi l’incontro con Bernstein: «Quando per uno scippo saltò il concerto» la vita incredibile della pianista Mariaclara Monetti

di Laura Siviero

Dall’infanzia alla Scala agli incontri con Leonard Bernstein, fino ai concerti in Europa: il racconto di una vita di talento, con tanti ostacoli e una passione sfrenata per Wolfgang Amadeus Mozart

Mariaclara Monetti con il pianista romeno Radu Lupu

Aveva quattro anni, sedeva già in un palco alla Scala e ascoltava Le nozze di Figaro. «Da quel giorno, Mozart non mi ha più lasciata». Mariaclara Monetti, nata negli anni Cinquanta (non dirà la sua età) ha trascorso la vita con la musica: una casa piena di artisti, un padre violinista enfant prodige. Poi lo studio, l’insegnamento, i concerti, gli ostacoli. L’apertura verso il mondo.

Partiamo dall’inizio. Quando è cominciato tutto?
«Mio padre mi faceva ascoltare musica da quando ero in fasce, credo di aver imparato prima le note delle lettere dell’alfabeto. Lui violinista, mio cugino direttore d’orchestra e la zia cantava. La nostra milanese era una casa piena personaggi del mondo dell’arte. Anche Bernstein era stato nostro ospite. Dopo una recita alla Scala, arrivò a casa nostra tutto vestito di bianco. Chiese di spegnere le luci e, al lume di una candela, eseguì un intermezzo di Brahms. Fu per me una grande emozione».

Quali altri ospiti frequentavano la vostra casa?
«Da casa nostra passavano amici carissimi come il maestro Gian Andrea Gavazzeni e Norberto Bobbio, con cui eravamo cugini. Bobbio mi ha sempre detto “Ricordati, v algono di più gli affetti dei concetti”. Quando gli ho mandato il mio disco di Dallapiccola, mi ha lasciato un messaggio registrato, che ho ancora, e che diceva “l’ho ascoltato e riascoltato e adesso lo potrei anche cantare”».

La carriera è partita presto. Ma non è stato tutto semplice, vero?
«Ho iniziato a sei anni con pianoforte e danza, poi da Milano ci siamo trasferiti a Torino. Mi sono sentita sradicata. Ho continuato a studiare pianoforte con il maestro Sandro Fuga. A 29 anni avevo già una cattedra. Ma mi prendevano per un’allieva. Non è stato facile».

Cosa faceva suo padre?
«Lavorava a Milano presso l’industria farmaceutica Lepetit, poi si ammalò e volle rientrare nella sua città d’origine, Torino. Aveva lavorato alla Rumianca ai tempi di Riccardo Gualino, erano parenti perché mia nonna aveva sposato il fratello di Riccardo quindi, quando ci siamo trasferiti, abbiamo vissuto nel ricordo di quella vita speciale che aveva fatto la nonna nell’entourage di Gualino».

E poi l’estero.
«Per farmi notare davvero sono dovuta uscire dall’Italia. Senza polemiche. Sono andata a Londra, poi Vienna, Zurigo, Francoforte, Stoccarda e in molti altri luoghi. A Londra ho suonato con la London Symphony Orchestra al Barbican, ho inciso due concerti di Mozart con la Royal Philharmonic. Mi si è aperto un mondo».

Un mondo anche umano. Quali sono stati gli incontri più importanti?
«Radu Lupu è stato per me un grande amico e un riferimento. Poi Vlado Perlemuter, che mi ha dato preziosi consigli quando ho eseguito il Concerto di Schumann a Londra. Alla Henry Wood Hall, dove ho fatto una registrazione, c’erano i pianoforti su cui incidevano Alfred Brendel e Murray Perahia. Il giorno della registrazione incontrai Igor Oistrakh che mi disse: “Nice to meet you”. Lì ti rendi conto di cosa vuol dire essere parte di un linguaggio globale».

Ci racconta un aneddoto?
«Una volta stavo incidendo i concerti di Paisiello con l’English Chamber Orchestra. Dovevano arrivare due flautisti, marito e moglie. Si presentano in ritardo, sbagliano ogni attacco. Perdiamo un’ora preziosa. Poi scopro che erano William Bennett e la moglie, tra i più grandi flautisti inglesi, ma quel giorno avevano alzato un po’ il gomito, pensando di dover suonare il giorno dopo».

La musica ha anche imprevisti, insomma.
«Sempre. Nei giorni in cui morì Lady Diana, dovevo incidere un disco di Dallapiccola, a Londra. Avevo scelto un pianoforte particolare che doveva essere trasportato, ma non è mai arrivato, per via del funerale. Tutta la città era bloccata».

Lei sceglie personalmente i pianoforti su cui suonare a seconda dei brani?
«Ogni pianoforte ha un’anima. Per suonare Mozart vidi alla casa Steinway di Londra un pianoforte in fondo alla sala. Nessuno me lo aveva indicato. Era quello su cui Clifford Curzon aveva inciso Mozart. Aveva un suono meraviglioso, intimo, trasparente».

Che cosa significa, per lei, suonare?
«Quando suono al pianoforte ragiono infinitamente meglio. Suonando ti si spalanca davanti il palcoscenico della vita, trovi la dimensione giusta dell’agire. Le idee migliori mi vengono mentre suono. A volte devo fermarmi per annotarle. Il pianoforte è la mia bussola nella vita».

Qual è il compositore che sente più suo?
«Mozart. È stato il mio punto di partenza e spero di arrivo. Mozart richiede una predisposizione particolare che non si può insegnare. Una delicatezza nelle dita. Un’intimità rara. Vorrei che lo suonassero al mio funerale».

Dopo tanti viaggi, è tornata a insegnare. Com’è stato il rapporto con gli allievi?
«Ho insegnato per trent’anni a Torino. Prima ho fatto la pendolare da Piacenza e Alessandria, poi sono entrata in Conservatorio. Con molti allievi ho ancora un rapporto profondo. Non ho figli, ma loro sono la mia famiglia. Vengono a trovarmi, mi chiedono consigli musicali».

Era un’insegnante severa?
«Sì. Molto. Ma giusta. Non lasciavo passare gli errori, soprattutto con chi aveva talento. Il talento va guidato, non blandito. E molti ragazzi oggi devono conciliare liceo, università, musica. È durissima. Ma non si può più essere solo esecutori. Serve cultura. La musica oggi chiede molto di più».

C’è un episodio particolare legato a Torino che ricorda con ironia?
«Altroché. Un giorno, sotto casa, mi hanno scippata. Dovevo suonare all’Unione Musicale. Mi hanno strappato la collana, io mi sono fatta male a un dito, concerto annullato. Avviso tutti, anche i giornali, di non pubblicare l’intervista. Il giorno dopo? Titoli cubitali: Pianista aggredita, salta il concerto. Foto col dito steccato. Paradossalmente, ho avuto molta visibilità. Mi fermavano per strada: “ma lei è la pianista dello scippo?”».

La sua casa è rimasta un polo di cultura?
«Ho sempre amato avere ospiti. Hanno sempre frequentato la mia casa Mario Missiroli, Saverio Vertone, Ida Gianelli, poi Nino Castagnoli, Giulio Paolini, Giorgio Griffa tutto il mondo non solo musicale, ma anche dell’arte in senso ampio, con cui abbiamo passato anni magnifici».

Negli ultimi anni si è dedicata a un progetto particolare. Ci racconta?
«È nato da un quadro di Giulio Paolini del 2011, Il Giardino all’italiana, su un pentagramma e pianeti sospesi: guardandolo e riguardandolo, quel quadro ha assunto una dimensione sonora. Ho immaginato che ogni pianeta rappresentasse una disciplina collegata alla musica. Così è nata una rassegna, Altre Voci, per mettere in dialogo l’antropologia e il ritmo, il cubismo e Satie, la filosofia e il canto, l’Intelligenza Artificiale e la creatività e la Storia con le turcherie in musica. Ho in mente idee molto stimolanti per il prossimo autunno». 

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30 marzo 2026

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