Roberto Omegna, il torinese pioniere del cinema scientifico: i suoi film sui pazienti psichiatrici erano così realistici «che pareva di essere in una clinica»
Nato nel 1876, fin da piccolo coltiva le passioni che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita: si costruisce una macchina fotografica e colleziona insetti. Tra le sue opere «La neuropatologia» e «La vita delle farfalle»
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Roberto Omegna, il torinese pioniere del cinema scientifico: i suoi film sui pazienti psichiatrici erano così realistici «che pareva di essere in una clinica»
di Dario BasileNato nel 1876, fin da piccolo coltiva le passioni che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita: si costruisce una macchina fotografica e colleziona insetti. Tra le sue opere «La neuropatologia» e «La vita delle farfalle»
Roberto Omegna (Archivio Storico Istituto Luce, 1920)
La sera del 17 febbraio 1908 una piccola folla si accalca in via Po 21, lì il produttore cinematografico Arturo Ambrosio aveva da poco aperto il suo cinema «Ambrosio Biograph», uno dei primissimi in Italia. Assistere alle proiezioni cinematografiche sta diventando il nuovo passatempo dei torinesi. Quella sera, però, non c’è il solito pubblico. Come riferisce un giornale dell’epoca, normalmente quella sala si gremisce di «una folla che sbuccia aranci, folla di piccoli borghesi, di operai e di bambini, per assistere alle ‘esilarantissime scene’ della moglie gelosa o a quelle veramente drammatiche ed emozionanti della ‘piccola eroina’». Quella notte no. La sala «era gremita di un occhialuto e calvo pubblico scientifico che dava alla sala un aspetto severo di Accademia».
L’occasione è speciale, si proietta per la prima volta «La neuropatologia», la prima pellicola a tema scientifico mai girata in Italia e una delle prime al mondo di questo genere. Si tratta di un film scientifico in cui Camillo Negro, professore presso l’Università degli Studi di Torino, illustra davanti alla macchina da presa alcuni casi tipici di patologie del sistema nervoso, riscontrabili in pazienti ricoverati nella Clinica Neuropatologica di Torino, evidenziando per ognuno i sintomi e la terapia più appropriata. Il professor Negro aveva pensato a questi filmati come strumenti didattici, finalizzati alla presentazione di casi clinici a studenti ed esperti in ambito medico, con l’obiettivo di trasmettere informazioni che i libri di testo non riuscivano a rappresentare nella loro complessità. È un’idea estremamente innovativa e moderna: utilizzare le riprese come strumento didattico. Come ricordava Gianni Rondolino quel documentario fece scalpore, perché mostrava con estrema chiarezza una lunga e dettagliata serie di «nevropatici d’ogni specie», pazienti affetti da malattie neurologiche e psichiatriche, in modo così realistico tanto che «pareva di essere in una clinica». Tra i casi presentati c’è quello di una donna di nero vestita e con il viso celato da una maschera per nascondere l’identità. Improvvisamente la donna cade in preda a convulsioni e per questo è sorretta da Negro e dal suo assistente dr. Rovasenda.
La donna mascherata nella pellicola «La nevropatologia»
Regista e operatore di quel primo documentario italiano è Roberto Omegna, colui che può essere considerato il pioniere del cinema scientifico in Italia. Omegna nasce a Torino il 28 maggio 1876 e fin da piccolo coltiva le passioni che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita, si costruisce una macchina fotografica e colleziona farfalle e altri insetti. Siamo agli esordi del cinema e il giovane Omegna lavora come tuttofare all’Ambrosio Film che lo finanzia per acquistare a Parigi la sua prima cinepresa. Il nostro protagonista gira alcune pellicole prima di arrivare al 1908 quando realizza, la già citata, «La neuropatologia». Quello è solo l’inizio. Una tappa importante della sua carriera arriva qualche anno dopo ricevendo il primo premio all’Esposizione di Torino del 1911 per il suo film «La vita delle farfalle». Il film della durata di dieci minuti è una tappa importante nella storia del cinema scientifico italiano. In pochi minuti si può ammirare l’intera sequenza della metamorfosi delle farfalle, dalla larva che esce dal bozzolo al dispiegamento delle ali. Omegna racconta che per realizzare il documentario aveva raccolto nelle campagne piemontesi circa duecento bruchi e, per accelerarne la trasformazione, li nutre e li tiene per un mese e mezzo in un ambiente riscaldato. Siamo a luglio e per resistere a quelle alte temperature il regista si mette una vescica con ghiaccio sul capo. Utilizza stratagemmi, per evitare che le farfalle scappino via prima le asseta e poi predispone dei bei fiori appena innaffiati per attrarle.
La collaborazione tra Omegna e Ambrosio dura circa vent’anni. Nel 1926 Omegna si trasferisce a Roma per lavorare all’Istituto Luce, il suo incarico è quello di realizzare film scientifici e didattici. Gli viene assegnato un laboratorio che negli anni riempirà di marchingegni, adattati per riprese speciali, e anche di animali e piante. Lavorerà quasi sempre da solo con il solo aiuto di qualche consulenza scientifica. Alla fine degli anni Venti si reca a Napoli per effettuare riprese del mondo sottomarino, La domenica del Corriere titola: «Il Cinema negli abissi del mare». In tutto realizzerà circa 150 documentari per l’Istituto fino a quando, a causa della guerra, smette di operare. Tenta di portare a termine ancora un documentario sulla fisiologia dell’occhio umano ma l’età e le condizioni di salute non gli consentono di concludere il lavoro. Decide di tornare a Torino dove muore il 19 novembre del 1948. Lascia una grande eredità costituita non solo dai suoi lavori ma anche dall’idea che la scienza possa e debba essere accessibile a tutti. La sua era una visione lungimirante e già nel 1939 scriveva: «La cinematografia scientifica è destinata ad un grande avvenire sia nel campo didattico che in quello della ricerca».
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