Se non basta più la passione a scuola
Corriere della Sera - Cultura

Se non basta più la passione a scuola

Domenica 29 marzo 2026
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Il caso del tredicenne della Bergamasca che ha ferito la professoressa. Non posso non osservare la distanza siderale tra la scuola come era intesa nel trapassato remoto nel quale l’ho frequentata io, e l’istituzione sbiadita di adesso. È necessario ristabilire un po’ del rispetto sociale e generazionale verso i professori

Bergamo, la confessione del 13enne che ha accoltellato la prof: «Dispiaciuto di non averla uccisa». Voleva ammazzare anche i genitori

Se non basta più la passione a scuola

Elvira Serra | 29 marzo 2026

Il caso del tredicenne della Bergamasca che ha ferito la professoressa. Non posso non osservare la distanza siderale tra la scuola come era intesa nel trapassato remoto nel quale l’ho frequentata io, e l’istituzione sbiadita di adesso. È necessario ristabilire un po’ del rispetto sociale e generazionale verso i professori

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Della mia prof di chimica del liceo bastava il soprannome, «Hitler», perché durante la sua ora non volasse una mosca. Non era per me un modello, come lo sarebbero diventati quello di matematica e fisica e quella di filosofia. Del primo, Josetto Manconi, ricordo le lenti spesse degli occhiali, che malcelavano l’invincibile tristezza per la scomparsa della sorella Gina, sequestrata e mai restituita dall’Anonima Sarda. Devo a lui la scoperta del perché la Torre di Pisa non crolli (la perpendicolare dal baricentro al suolo è interna alla superficie di appoggio): ogni volta che la vedo ripenso alle sue lezioni appassionate. Invece con l’insegnante di Filosofia, Nunzia Secci, ho imparato ad amare Socrate e la sua certezza di non sapere, che mi è utile ancora oggi come metodo di lavoro. Ma la gratitudine più grande che sento nei suoi confronti è per la carezza che mi diede una mattina di formidabile tristezza, quando il suo rigore professionale cedette il passo a una compassione sincera. Ho ripensato molto a loro dopo i fatti di Bergamo, l’ennesima e drammatica aggressione di un’insegnante da parte di uno studente di 13 anni. E non sono certo qualificata per giudicare o proporre soluzioni. Ma non posso non osservare la distanza siderale tra la scuola come era intesa nel trapassato remoto nel quale l’ho frequentata io, e l’istituzione sbiadita di adesso. 

Quando è avvenuta la mutazione genetica? Nel momento in cui gli smartphone sono entrati negli zaini di tutti gli studenti, o piuttosto quando i primi genitori sono andati dal dirigente scolastico per lamentarsi di un brutto voto a loro parere ingiustificato? Divago, ma rifletto: perché oggi un laureato innamorato della letteratura o della storia dovrebbe voler guadagnare duemila euro al mese dopo dieci anni di servizio in cambio di insulti, minacce, danni materiali e morali legittimati, il più delle volte, da padri e madri che si sentono più preparati dei docenti, convinti di essere gli unici depositari della capacità di giudizio verso i propri figli? E allora: vogliamo perquisire gli zaini? Va bene. Vietare l’accesso ai social sotto i 16 anni? Va benissimo. Ma possiamo anche ristabilire un po’ del rispetto sociale e generazionale verso i professori, che hanno il compito cruciale di gettare semi di curiosità dei quali magari, poi, neanche vedranno i frutti? Sarebbe bellissimo.

29 marzo 2026

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