L'AI ora non ha diritti. Ma in futuro?
Sarà possibile spegnere agente AI, in caso di dismissione, premendo un semplice tasto? Oppure per farlo, in quanto membri della società (pensiamo a un robot dedicato alla cura degli anziani, con ricordi e «relazioni»), servirà quantomeno un’autorizzazione ufficiale?
L'AI ora non ha diritti. Ma in futuro?
Federico Cella | 29 marzo 2026Sarà possibile spegnere agente AI, in caso di dismissione, premendo un semplice tasto? Oppure per farlo, in quanto membri della società (pensiamo a un robot dedicato alla cura degli anziani, con ricordi e «relazioni»), servirà quantomeno un’autorizzazione ufficiale?
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L’intelligenza artificiale può essere titolare di diritti? Così, o quasi, come un uomo o altri esseri viventi? Nella confusione generata dalla «risonanza emotiva» che è alla base di ogni chatbot, la capacità di simulare empatia attraverso una «sincronizzazione statistica» con il nostro tono/umore, l’idea di uno status giuridico per i «simulacri» — in realtà più per i doveri-responsabilità — rimbalza nel dibattito almeno dal 2017. Quando il Parlamento europeo ha proposto il riconoscimento di una «personalità elettronica», spunto poi scomparso nella stesura definitiva dell’Ai Act, dove i modelli vengono considerati solo come strumenti e valutati in base al rischio. Il tema è interessante, a vari livelli, concettuale ma di certo anche pratico, quando gli agenti Ai saranno parte integrante del nostro quotidiano. Un esempio semplice: sarà possibile spegnerli, in caso di dismissione, premendo un semplice tasto? Oppure per farlo, in quanto membri della società (pensiamo a un robot dedicato alla cura degli anziani, con ricordi e «relazioni»), servirà quantomeno un’autorizzazione ufficiale?
Al momento la reazione pubblica alla tematica è di pura conservazione, in difesa del ruolo unico dell’umano. E delle sue capacità. Sean Astin, presidente del sindacato Usa degli attori, ha commentato indignato la nascita di Tilly Norwood, un’agente Ai con bell’aspetto e account social, presentata come l’attrice universale del futuro. «Si tratta di un costrutto sintetico generato da un software addestrato sul lavoro di innumerevoli artisti professionisti, esseri umani reali. Tilly Norwood non è una persona». La sentenza di un recente processo negli Stati Uniti va nella stessa direzione. Una giudice ha negato il riconoscimento del diritto d’autore su un quadro completamente «creato» da una Ai senza alcun intervento umano. La motivazione è lapidaria e, in assenza di leggi in merito, destinata a fare scuola. «Perché la creatività sia riconosciuta come tale, deve avere origine da un essere umano». E la macchina, inconsapevole di sé e di quello che sta facendo, non può pretendere di averne i diritti. Capitolo chiuso. Ma in futuro se ne scriveranno altri.
29 marzo 2026
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