Il dilemma del leader a sinistra
Le primarie tra Schlein e Conte rischierebbero di creare divisioni e incertezza. Forse è meglio percorrere un’altra strada
Il dilemma del leader a sinistra
Paolo Mieli | 29 marzo 2026Le primarie tra Schlein e Conte rischierebbero di creare divisioni e incertezza. Forse è meglio percorrere un’altra strada
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Strano Paese, il nostro. Ad una settimana dal voto sulla riforma Nordio, coloro che, in senso lato, non osarono trattenere Giorgia Meloni dalla catastrofica cavalcata verso il più che immaginabile precipizio referendario, la esortano adesso a gettarsi nel burrone delle elezioni anticipate. Neanche il tempo di riprendere fiato e di fermarsi a spiegare (quantomeno a sé stessi) perché l’abbiano assecondata in quella improvvida avventura. Possibile che nessuno immaginasse quale poteva essere l’esito per una riforma della giustizia varata in Parlamento a colpi di blitz e mandata al giudizio di quegli stessi elettori che avevano già bocciato tutte, diconsi tutte, le precedenti iniziative di modifica costituzionale volute da una parte contro l’altra? Proporre nuovi azzardi pare essere nient’altro che un modo per sottrarsi all’esame dei propri errori di calcolo.
A ben guardare, però, c’è una qualche precipitosità anche nel campo dei vincitori. Ed è di questa frenesia di sinistra che qui ci occupiamo. Più passano i giorni, più appare chiaro che la vincitrice del referendum tenutosi una settimana fa è stata Elly Schlein. Quella Schlein «testardamente unitaria» che ha saputo creare e tenere incollato un fronte che va da Matteo Renzi (fino a ieri indigeribile per gran parte di Pd e l’intero M5S) fino a Nicola Fratoianni, punta estrema della sinistra parlamentare.
Adesso, a nostro avviso, il primo compito per questo fronte sarebbe quello di proporre un proprio progetto di legge elettorale, pur diverso da quello meloniano, che consenta a Camera e Senato di avere una maggioranza certa. La stabilità è stata fino all’altro ieri la dote più apprezzata di Giorgia Meloni. Soprattutto fuori dai nostri confini. Tornare ad un voto che produca in Parlamento le coalizioni spurie del decennio passato farebbe certo felici un pugno di ministri e sottosegretari, ma l’esperienza insegna che provocherebbe delusione nell’elettorato. Nonché un allontanamento di gran parte di quei votanti tornati alle urne per la consultazione referendaria. Elettori — teniamolo a mente — avvezzi da oltre un trentennio a scegliere in Comuni e Regioni lo schieramento che vogliono premiare e quello che desiderano punire. E a sceglierli con modalità che producono risultati netti, incontrovertibili. Come accade nei referendum.
Intanto però a sinistra si discute di programma e primarie. Giusto procedere prima alla definizione del programma (con un esame che non lasci spazio ad ambiguità, in particolare nel campo della politica internazionale) e passare poi alla designazione del candidato premier. Per il progetto di quel che si intende realizzare non occorrono tempi biblici; gli scaffali sono pieni di precedenti analoghi testi dai quali si potrà agevolmente attingere.
Una volta redatto e controfirmato il programma, però, si pone il problema dei problemi: che senso ha porre in competizione, Schlein e Conte, i principali sottoscrittori di quel documento? Diciamolo con franchezza: le primarie tra Schlein, Conte (e altri eventuali firmatari minori del documento identitario), sarebbero di esito incerto e non avrebbero un effetto rasserenante sull’elettorato del centrosinistra. Si obietterà: l’esito incerto è la quintessenza delle primarie. Non per il nostro centrosinistra che ha mostrato di gradire maggiormente le «primarie di incoronazione», quelle in cui ci si reca ai gazebo per consacrare un candidato precedentemente individuato dai leader. E quando non è stato così, come tra Renzi e Bersani, è rimasta una lunga scia di insanabili rancori.
Ora, fermo restando che negli altri Paesi si usa che il candidato premier sia, per vie naturali, il leader del partito più forte della coalizione, se primarie devono essere, a nostro avviso, Schlein e il suo partito farebbero bene a tener duro sui punti più qualificanti del programma e lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. Come già fecero i predecessori di Schlein nella più fortunata stagione della sinistra, quella iniziale in cui i segretari del partito di maggioranza cedettero il ruolo di sfidante prima a Romano Prodi, poi a Francesco Rutelli.
A differenza di quei primi competitori a cui toccò in sorte di sfidare Silvio Berlusconi, Conte ha il vantaggio di essere l’ex presidente del Consiglio di una coalizione (la seconda) a cui hanno partecipato Pd e M5S. E adesso con ben percettibili scostamenti dal passato (ad esempio le ultime interessanti prese di posizione di contrasto all’aggressione russa all’Ucraina) appare in grado di stabilire una miglior connessione con l’elettorato moderato e con il ceto delle competenze. Schlein, cedendogli lo scettro, eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti. Sarebbe prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha vent’anni più di lei. Il futuro, ne siamo certi, la ripagherebbe. Forse anche un futuro più prossimo di quanto immagini.
29 marzo 2026
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