Franco Vaccari, il «Feedback» dell'artista in mostra al Museion di Bolzano: l'arte come riattivazione sensoriale
Il museo celebra l'autore scomparso a dicembre con una retrospettiva che trasforma gli spazi in laboratorio antropologico
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Franco Vaccari, il «Feedback» dell'artista in mostra al Museion di Bolzano: l'arte come riattivazione sensoriale
di Silvia M. C. SenetteIl museo celebra l'autore scomparso a dicembre con una retrospettiva che trasforma gli spazi in laboratorio antropologico
La riedizione della celebre «Esposizione in tempo reale n. 4», presentata alla Biennale di Venezia del 1972. A differenza di quella, questa non sarà funzionante e non sarà possibile farsi foto (foto Silvia M.C. Senette)
L’arte non è un oggetto da contemplare, ma un processo che accade mentre lo attraversi. Per Franco Vaccari, scomparso lo scorso dicembre, l’opera era un «feedback», una reazione vitale innescata dalla presenza del pubblico. Da venerdì 27 marzo Museion celebra quello che sarebbe stato il suo novantesimo compleanno inaugurando, al terzo e quarto piano, la mostra «Feedback. Gli Ambienti di Franco Vaccari»: la prima grande retrospettiva istituzionale che, fino al 13 settembre, trasforma il museo di Bolzano in un laboratorio di interazione antropologica.
Curata da Frida Carazzato e Luca Panaro, l’esposizione non vuole presentare una semplice carrellata di opere e documenti d’archivio, ma una riattivazione sensoriale. «Vaccari ha scardinato l’idea dell’artista come demiurgo unico - spiega Panaro mentre racconta le installazioni -. Voleva che l’opera si determinasse attraverso il contesto e la partecipazione. Noto ai più come fotografo, non gli interessava la “bella fotografia” in senso estetico ma l’immagine come traccia, come prova di un’esistenza”.
La riedizione dell'opera del 1972
Il cuore pulsante dell’esposizione è, inevitabilmente, la riedizione della celebre «Esposizione in tempo reale n. 4», presentata alla Biennale di Venezia del 1972. Una cabina per fototessere, un muro bianco e una scritta in quattro lingue: «Lasciate su queste pareti una traccia fotografica del vostro passaggio». All’epoca fu una rivoluzione che trasformò i visitatori in co-autori. A Museion la macchina è di nuovo esposta ma non attiva e non potrà raccogliere i volti della Bolzano di oggi. Un aneddoto curioso riguarda però il confronto antropologico che l’artista fece riattivando la cabina in Corea nel 2014. «Mentre in Italia nel ‘72 c’era chi si fotografava persino senza pantaloni ed esponeva le foto tessera in modo caotico alla parete – racconta il curatore – in Corea le foto venivano attaccate in file perfette, tutte con le persone composte e lo stesso gesto delle dita a “V”. Vaccari era affascinato da come la stessa macchina potesse rivelare codici comportamentali così distanti».
«Vaccari veniva da studi scientifici»
Al terzo piano, l’exhibitiondesign firmato da Fosbury Architecture immerge in ambienti che giocano con la percezione e il buio. In «Viaggio per un ignoto che ci appartiene», il visitatore cammina nell’oscurità mentre i flash delle macchine fotografiche scattano automaticamente, rivelando frammenti di spazio e di sé solo a intermittenza. È un’esperienza fisica quasi spaesante. «Vaccari veniva da studi scientifici – osserva Frida Carazzato – e questo rigore si traduce in un’analisi quasi clinica della realtà, che però esplode in una libertà creativa assoluta una volta che l’opera viene “consegnata” al pubblico».
La capacità di anticipare i tempi
Tra i «dietro le quinte» più significativi c’è la gestione dell’imponente archivio personale dell’artista, che per la prima volta viene esplorato sotto il profilo degli «ambienti». Non mancano le provocazionivisive, come le opere legate ai sogni o i giochi di parole sui «Bar Code» con tanto di macchinetta del caffè, ma il filo conduttore resta la fiducia nell’imprevisto. Vaccari non voleva controllare il risultato finale; accettava il rischio del vuoto o del disordine. La mostra è anche un omaggio alla capacità dell’artista di anticipare i tempi: decenni prima dei selfie e dei social media, aveva già intuito che l’identità contemporanea si sarebbe costruita attraverso la continua produzione e condivisione di immagini di sé. Al Museion questa pratica riacquista una dimensione materica e politica: la rassegna non è solo un atto dovuto a un maestro dell’arte concettuale, ma un invito a riappropriarsi dello spazio pubblico.
Visitare «Feedback» significa accettare di diventare parte del meccanismo; non ci sono barriere, ma soglie da varcare. Che si tratti di camminare nel buio, sognare distesi su un futon o sfogliare libri d’artista, il messaggio è che l’arte è reale solo se produce una risposta. Vaccari non c’è più, ma le sue opere continuano a interrogarci chiedendo di lasciare una traccia del nostro passaggio.
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29 marzo 2026
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