Jodice, il «fuori posto» che nel film è qualità
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Jodice, il «fuori posto» che nel film è qualità
di Eduardo CicelynIl protagonista del film ha un malore mentre la moglie tiene una lezione di sanscrito all’università. Il montaggio accosta due piani: il corpo che cede e il linguaggio più astratto e formalizzato che resiste. Non è solo un contrasto narrativo. È un conflitto semiotico. Il sanscrito - lingua altamente codificata, regolata, strutturata - si oppone al corpo che sfugge al controllo. C’è qualcosa di molto personale in questa scena: la figura della studiosa rimanda a Elisa, esperta di sanscrito e moglie nella vita reale del protagonista Peppe Jodice. Il risultato è un corto circuito tra finzione e realtà, tra ordine e disordine, tra sistema e cedimento. Ed è uno dei momenti in cui «Mi batte il corazon» eccede la funzione comica, forse il punto chiave per interpretare un esordio cinematografico che non sembra volersi chiudere nel recinto - accogliente ma anche un po’ soffocante - della comicità locale. Ora il film, che in Campania ha già sedimentato una piccola mitologia d’incasso - cifra che è sempre anche cifra dell’immaginario - si espone, espatria nel territorio nazionale, dove il dettaglio napoletano rischia di diventare sottotitolo, o peggio stereotipo autosufficiente.
Ma Peppe Jodice non sottotitola. Divaga. Sospende. E nel sospendere disarticola il dispositivo della risata. Non la nega - sarebbe troppo semplice, troppo teorico - ma la lascia accadere fuori sincrono, con una sfumatura di disagio, e un audio leggermente sfasato rispetto all’immagine. È lì che si apre una fenditura percettiva, come un piccolo malessere, una punta di amarezza troisiana: lo spettatore ride, ma un attimo dopo, o un attimo prima. E quell’anticipo o ritardo è già cinema. Jodice, a guardarlo bene, non è un comico «comodo». Non costruisce la risata come un mobile dell’Ikea, con istruzioni chiare e risultato garantito. Piuttosto, sembra procedere per tentativi, per piccole deviazioni. A volte inciampa, certo. Ma almeno non scivola via. Non è ancora - e forse non sarà mai - un «comico nazionale». E forse è proprio questo il punto. Non diventare rappresentativo, non coincidere con un’idea di pubblico, ma restare eccedenza, resto, fuori campo. Un fuori campo che però insiste, ritorna, si impone come mancanza visibile.
Il punto è che Peppe Jodice non sembra avere un progetto chiarissimo di sé. Non è il napoletano «tipico», non è il comico alternativo, non è il volto televisivo classico. È una figura in transito, che non si è ancora decisa - o che forse rifiuta di decidersi. Per ora resta in bilico. E questo bilico è la sua vera forza. Il film d’esordio gioca esattamente su questo crinale. Da una parte c’è una struttura abbastanza tradizionale, quasi prudente: una serie di episodi cuciti insieme, personaggi che entrano ed escono, situazioni costruite per sostenere la presenza del protagonista. Dall’altra, però, ci sono continui scarti, piccole deviazioni che sembrano sabotare la linearità del racconto.
Non tutto funziona. Anzi, a tratti il film sembra non sapere bene cosa vuole essere. Ci sono sequenze troppo lunghe, altre che si interrompono senza una vera ragione, momenti in cui la comicità si spegne invece di crescere. È come se Jodice si fidasse fino a un certo punto del meccanismo, e preferisse lasciarlo incompiuto piuttosto che portarlo a una chiusura prevedibile. L’incompiutezza è un fattore esistenziale, un dato culturale. Ed è proprio qui che il film diventa interessante. Non quando fa ridere - che succede, ma in modo irregolare - bensì quando si inceppa. Quando una scena resta sospesa, quando una battuta non arriva, quando il ritmo si rompe. Quando si manifesta il disagio del protagonista. Sono momenti che, in un prodotto più rifinito, verrebbero eliminati. Qui invece restano, e definiscono una specie di identità involontaria.
L’episodio con Mammuccari e Venier a Domenica in , in questo senso, è stato quasi un’anticipazione. Due mondi che non si incontrano: da una parte la comicità immediata, chiusa, perfettamente televisiva; dall’altra un modo di stare in scena più incerto, meno controllato. Jodice, in quel contesto, sembrava fuori posto. Ma è lo stesso «fuori posto» che, nel film, diventa una qualità. La recensione di Marco Giusti, un critico che non distribuisce patenti di qualità a cuor leggero, coglie questo aspetto senza esagerarlo. Non parla di rivelazione, ma di possibilità. E forse è la parola giusta. Jodice oggi non è un autore compiuto, né un comico pienamente formato per il mercato nazionale. È una possibilità aperta, che può svilupparsi o perdersi. Il rischio più grande è quello di essere normalizzato. Di smussare gli spigoli, di rendere tutto più fluido, più comprensibile, più vendibile. Succede spesso, quasi sempre. Per ora, invece, resta in una zona instabile. Il suo film è un oggetto irregolare, che ogni tanto inciampa e ogni tanto trova qualcosa di vero. Jodice gli assomiglia molto: non ancora definito, non sempre efficace, ma difficile da ignorare.
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