La modernità di Sofocle nei ragazzi di Sogno di Volare
Corriere della Sera - Cultura

La modernità di Sofocle nei ragazzi di Sogno di Volare

Domenica 29 marzo 2026
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La modernità di Sofocle nei ragazzi di Sogno di Volare

di Gabriel Zuchtriegel

Quando, tra il 22 e il 24 maggio, le ragazze e i ragazzi del progetto «Sogno di Volare» porteranno sul palco del Teatro romano di Pompei l’Antigone di Sofocle, ci faranno capire due cose: uno, Sofocle è stato profetico nel ricordarci la nostra responsabilità verso l’ambiente, che oggi dobbiamo sentire più che mai; due, nemmeno lui poteva immaginare la gravità di questa responsabilità ai tempi della bomba atomica e della microplastica. Ecco le parole che lo scrittore ateniese del V secolo a.C. affida al coro, il collettivo (in questo caso, i cittadini di Tebe), che gioca un ruolo così importante anche nella messa in scena dei ragazzi di Pompei, con la regia di Marco Martinelli. «Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo» – ma attenzione, «mirabile» traduce qui deinòn , che significa anche «terribile, tremendo, spaventevole». E chi negherebbe che l’uomo possa essere anche questo? Continua: «Egli attraverso il canuto mare pure nel tempestoso Noto avanza, fra le onde movendo che ingolfano intorno…». Oggi potremmo aggiungere: e va persino nello spazio, popolandolo di satelliti; c’è chi progetta di andare a vivere su Marte.

La strofa del coro si conclude così: … e l’eccelsa fra gli dei, la Terra
eterna, infaticabile, egli travaglia, volgendo gli aratri di anno in anno,
rivoltandola con i figli dei cavalli. E quanto abbiamo travagliato la terra, lasciandoci da tempo alle spalle gli innocui «figli dei cavalli» (che sarebbero i muli). Oggi la travagliamo con il petrolio, la plastica, il concime chimico, le discariche tossiche; asfaltandola, urbanizzandola, sfruttandola. L’originale greco usa qui il verbo apotrùein , che oltre a «travagliare» significa «stancare, perdere, consumare». Il coro di Sofocle, dunque, pone il tema della sostenibilità e del consumismo già 2000 anni fa: Antigone non è solo un’attivista per la giustizia, ma anche per l’ambiente; i due temi, anzi, sono strettamente legati. Ma c’è una differenza, che è letteralmente epocale, perché ci fa capire l’abisso che separa la nostra epoca dalla loro. La Terra, per Sofocle, è «eterna», àphthiton in greco; significa «incorruttibile, indistruttibile». Nell’età della bomba atomica, invece, abbiamo scoperto che non è così: come umanità, abbiamo acquisito la capacità di distruggere, se non la Terra come pianeta, ogni vita umana sulla sua faccia. 

È una condizione mai verificatasi nella storia dell’umanità: nell’età nucleare, la sopravvivenza del genere umano dipende, per la prima volta, dalla nostra decisione di usare o meno una tecnologia; sta a noi, non alla Natura o a Dio, evitare o meno l’overkill atomico e l’auto-annientamento ambientale. Dal punto di vista archeologico (e più del 90% della storia è pura archeologia, perché non c’era la scrittura fino a qualche millennio fa), la nostra è un’epoca di grande trasformazione, paragonabile per pericolosità e profondità solo a poche altre grandi trasformazioni: il Neolitico, l’invenzione della scrittura, le prime città, l’industrializzazione… E non è detto che ce la faremo. In questo senso, Sofocle ci parla anche dell’archeologia del futuro: può essere solo un’archeologia che contribuisca a questa forma di consapevolezza; sono finiti i tempi di un’archeologia autocompiacente, grandiosa e narcisistica, che non si accorge di ciò che succede nelle «periferie» (vale a dire: nella società, al di fuori di Pompei e dei musei e Atenei).

Intanto, non bisogna rassegnarsi. Il 22 e il 24 maggio, i ragazzi ci daranno anche una lezione di speranza. Perché se la nostra vita sulla Terra non è «indistruttibile», la speranza lo è. Ecco ancora Sofocle nell’Antigone, parlando sempre del genere umano: «Possedendo, di là da ogni speranza, l’inventiva dell’arte, che è saggezza, talora muove verso il male, talora verso il bene». Seguendo la cronaca sui giornali, viene da pensare che muoviamo verso il male. Ma ogni volta che passo dai ragazzi che stanno provando per l’Antigone e per le «Baccanti», che andranno in scena sotto forma di spettacolo di danza sabato 23 maggio, mi dico: su, verso il bene.
(I passi citati dell’Antigone di Sofocle corrispondono ai versi 332-341 e 365-367; la traduzione è di R. Cantarella).

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29 marzo 2026

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