Franciacorta allargata sino all'Oltrepò? La provocazione non piace a Consorzio e produttori: «Qualità, non quantità»
Corriere della Sera - Cultura

Franciacorta allargata sino all'Oltrepò? La provocazione non piace a Consorzio e produttori: «Qualità, non quantità»

Domenica 29 marzo 2026
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Coro unanime su tutta la linea dopo l'ipotesi lanciata dai professori Fino e Garzia a Cook: «Quanto più ci distingue è il senso di appartenenza, con un’unica visione condivisa».

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Franciacorta allargata sino all'Oltrepò? La provocazione non piace a Consorzio e produttori: «Qualità, non quantità»

di Maurizio Bertera

Coro unanime su tutta la linea dopo l'ipotesi lanciata dai professori Fino e Garzia a Cook: «Quanto più ci distingue è il senso di appartenenza, con un’unica visione condivisa».

La provocazione, lanciata su Cook – la testata enogastronomica del Corriere della Sera – è sicuramente potente. Due professori che insegnano all’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, Michele Antonio Fino e Carmine Garzia, hanno raccontato il loro progetto di una «Grande Franciacorta». In pratica, per aumentare la produzione di almeno un milione di bottiglie basandosi su 114 ettari di vigneti in più, ritengono che l’unica soluzione per rispettare lo spazio attuale sia allargare la DOCG sino all’Oltrepò Pavese, che invece ha potenzialità enormi non sfruttate. Semplificando: il modello Prosecco – area sparsa su nove province del Nord Est – applicato alla più famosa DOCG delle bollicine italiane. 

Giusta o sbagliata che sia la provocazione, importante sentire l’opinione degli addetti ai lavori, sostanzialmente perplessi o proprio contrari. Non si può che partire da Emanuele Rabotti, presidente del Consorzio Tutela.
«Premetto che le riflessioni proposte su Cook sono state elaborate senza un confronto diretto con il Consorzio e i produttori della DOCG: questo elemento rappresenta un limite rilevante e porta a costruire analisi e scenari privi di un adeguato riscontro con la realtà operativa e i dati effettivi del territorio. Franciacorta è, prima di tutto, un’identità collettiva – spiega Rabotti. Non è solo un vino, ma il risultato di un territorio che ha saputo fare sistema attorno a un obiettivo comune: la qualità. Rappresenta un modello produttivo fondato su rigore, coerenza e ambizione dove quanto più ci distingue è il senso di appartenenza, con un’unica visione condivisa. Non riteniamo che vi sia una necessità strutturale di aumentare la produzione per affrontare nuovi mercati: Franciacorta non cresce inseguendo la quantità, ma creando un valore, mantenendo coerenza nel posizionamento e stabilità nel tempo».

Maurizio Zanella, fondatore di Cà del Bosco, la vede come «un’idea non sostenibile in quanto parliamo di due territori con caratteristiche completamente diverse a livello geologico, climatico, sociale e culturale. Oltre a ciò, non sono confinanti. Aggiungo che nel vino ‘nobile’ come il nostro, non sono consigliabili le logiche commerciali e di marketing sicuramente valide per i vini “commodity”». Francesca Moretti, enologa di Bellavista, insiste sul terroir. «La Franciacorta non ha bisogno di allargare i propri confini, ma di continuare a custodire e a rendere ancora più riconoscibile la propria identità. Il territorio non è una cornice amministrativa, ma una sostanza viva che deve ritrovarsi nel vino. Per questo, oggi la vera sfida non è tanto cercare nuove masse critiche, ma comunicare meglio il valore della nostra identità. La crescita, quando c’è, deve essere coerente con il territorio e non prescindere mai da esso».
 
Da Borgonato, la famiglia Ziliani prende le distanze dal progetto nonostante sia impegnata su entrambi i fronti. «Abbiamo investito con convinzione in entrambi i territori, Franciacorta e Oltrepò Pavese: ne riconosciamo le unicità e li consideriamo due realtà distinte, ciascuna portatrice di un proprio valore. Ma riteniamo che non sussistano i presupposti per accorpare le denominazioni: le caratteristiche pedologiche, il microclima e la morfologia dei due territori sono profondamente differenti e costituiscono il fondamento dell’identità espressiva di ciascuno». 

Da Silvano Brescianini, a.d. di Barone Pizzini arriva un appunto tecnico. «Abbiamo solo iniziato a percorrere il nostro cammino. In merito ai numeri tengo a precisare che abbiamo toccato i 20 milioni di bottiglie spedite, ma siamo attrezzati per poter, lentamente, crescere. Allargare la denominazione non avrebbe senso né dal punto di vista della nostra storia, che vede produrre ‘vini mordaci’ già dal 1570, né tantomeno dal punto di vista della coerenza nei confronti del mercato e dei consumatori».
Un richiamo all’identità arriva anche da una delle giovani produttrici, Eleonora Bianchi, fondatrice di Terre d’Aenòr. «Unire Oltrepò e Franciacorta in una macro-denominazione rischierebbe di soffocare entrambi i territori, offuscandone le specificità. Ritengo che la vocazione spumantistica non possa prescindere dalla propria identità, per raccontare e raccontarsi». Al di là del dibattito, il Consorzio segue la sua visione, illustrata pochi giorni fa nel IV Rapporto di Attività Ricerca & Sviluppo. «Rappresenta oggi uno degli strumenti più concreti attraverso cui Franciacorta costruisce il proprio futuro. Il rapporto testimonia un percorso collettivo che unisce rigore scientifico, condivisione dei dati e visione di lungo periodo per la sostenibilità della DOCG», spiega Cesare Bosio, vicepresidente del Consorzio con delega alla Ricerca & Sviluppo. Per un grande futuro, si ragiona (bene) sul presente.

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