Poesia di guerra
Nel corso del tempo, i versi hanno dato voce al dramma, ad esempio quelli degli «war poets» inglesi durante la Grande guerra. Qui sotto, alcuni casi. E sul nuovo numero de «la Lettura» - che in seguito alla sciopero sarà martedì in edicola e oggi è in anteprima in questa App - il focus è sui poeti che da Gaza, Iran e Ucraina testimoniano in presa diretta i conflitti
28 March 2026
Poesia di guerra
Nel corso del tempo, i versi hanno dato voce al dramma, ad esempio quelli degli «war poets» inglesi durante la Grande guerra. Qui sotto, alcuni casi. E sul nuovo numero de «la Lettura» - che in seguito alla sciopero sarà martedì in edicola e oggi è in anteprima in questa App - il focus è sui poeti che da Gaza, Iran e Ucraina testimoniano in presa diretta i conflitti
di Daniele PicciniSe c’è stata una poesia che ha celebrato la guerra, più durevole e sonante è il rintocco della poesia che ne testimonia l’orrore. Viene subito da pensare a certi poeti traumatizzati dal primo conflitto mondiale. Di quelli italiani Andrea Cortellessa ha fatto un’antologia, il cui titolo, Le notti chiare erano tutte un’alba (Bruno Mondadori, 1998), è tratto da un verso di Montale. Non vi può mancare il testo di Clemente ReboraVoce di vedetta morta, che così comincia: «C’è un corpo in poltiglia/ Con crespe di faccia, affiorante/ Sul lezzo dell’aria sbranata». Commenta Cortellessa: «Chi è passato attraverso la guerra […], partecipa della condizione della “vitamorte”».
Sul fronte inglese c’è una tradizione di War Poets legati alla Grande guerra, tra i quali spicca Wilfred Owen (1893-1918) per la capacità di rendere immediatamente presente al lettore la terribilità di quell’esperienza. Owen parla ad esempio dell’uso dei gas introdotti dai tedeschi, calando chi legge nella concitata scena della morte per asfissia di un compagno: «Il gas! Il GAS! Svelti ragazzi! – Come in estasi annasparono,/ infilandosi appena in tempo i goffi elmetti;/ ma ci fu uno che continuava a gridare e a inciampare/ dimenandosi come in mezzo alle fiamme o alla calce…/ Confusamente, attraverso l’oblò di vetro appannato e la densa luce verdastra/ come in un mare verde, lo vidi annegare.// In tutti i miei sogni, davanti ai miei occhi smarriti,/ si tuffa verso di me, cola giù, soffoca, annega» (Wilfred Owen, Poesie di guerra, a cura di Sergio Rufini, Einaudi, 1985). Nel seguito di quella poesia, Owen rovescia il motto oraziano sul sacrificio per la patria, scoperto oscenamente menzognero: «Se in qualche orribile sogno anche tu potessi metterti al passo/ dietro il furgone in cui lo scaraventammo,/ e guardare i bianchi occhi contorcersi sul suo volto,/ il suo volto a penzoloni, come un demonio sazio di peccato;/ se potessi sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,/ fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,/ osceni come il cancro, amari come il rigurgito/ di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti –/ amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore/ a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,/ la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est / pro patria mori».
Qualcosa di analogo dice, a distanza di decenni, il poeta polacco Adam Zagajewski (1945-2021) in Fuoco, un testo raccolto nell’antologia a cura di Paolo Ruffilli Il sapore della guerra (Aragno, 2023): «[…] Ero abituato/ a cantare quelle canzoni e so quanto è grande/ correre con gli altri. Più tardi da solo, con il/ sapore della cenere in bocca, ho sentito/ la voce ironica della menzogna […]». La sentiranno anche i giovani russi mandati a morire da Putin contro gli ucraini? Intanto Iryna Shuvalova in Canzoni alla fine (Interlinea) testimonia la resistenza ma anche lo svuotamento degli aggrediti. E i poeti palestinesi ci raccontano che cos’è sopravvivere e morire a Gaza. E torna forse attuale la voce del più grande poeta di Palestina, Mahmud Darwish (1941-2008), che da uno ieri non lontano suggerisce in una delle prose poetiche de L’effetto farfalla (2008, edito in Italia da emuse, 2025): «I combattenti da ambo le parti dicono cose simili alle loro amate. I morti da ambo le parti, invece, capiscono troppo tardi di avere un nemico comune: la morte. Che senso ha tutto questo, che senso ha?». Sembra di risentire, quasi un secolo dopo, Owen: «Ridemmo, certi che sarebbero venuti/ uomini migliori e guerre più grandi,/ in cui potesse ciascun soldato, orgoglioso, vantarsi/ di combattere contro la Morte – per la vita;/ non contro uomini – per una bandiera».
Nell'immagine: «Returning to the Trenches» (1914) di Christopher Richard Wynne Nevinson (Londra, 1889 - 1946), pittore, incisore, litografo, artista di guerra nella Prima guerra mondiale.
Nel nuovo numero de «la Lettura», oggi disponibile in anteprima nell'App e in edicola martedì 31 marzo, Daniele Piccini, in occasione de «Il Mese della Poesia», propone cinque libri di poeti palestinesi, iraniani e ucraini.
28 marzo 2026 ( modifica il 28 marzo 2026 | 22:26)
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