Stipendi trasparenti solo a metà
Riforma dimezzata: così il decreto rischia di lasciare intatte le disuguaglianze
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Stipendi trasparenti solo a metà
Rita Querze | 28 marzo 2026Riforma dimezzata: così il decreto rischia di lasciare intatte le disuguaglianze
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Parliamo di busta paga. L’Italia sta per recepire una direttiva (2023/970) sulla trasparenza salariale che vuole spingere le aziende ad aumentare la meritocrazia interna per accrescere la produttività. Il governo ha prodotto uno schema di decreto legislativo che ha appena avuto i pareri favorevoli, con osservazioni, delle commissioni parlamentari Lavoro, Bilancio e Politiche dell’Unione europea. A vedere i resoconti dei lavori — e speriamo di sbagliare — alla fine il risultato rischia di essere molto lontano dall’obiettivo.
Il problema è prima di tutto uno: quando la contabile Laura, l’addetta al controllo Rachele e, perché no, il capo reparto Davide chiederanno i dati sulle retribuzioni medie dei colleghi maschi e femmine che fanno il loro stesso lavoro, a essere considerata non sarà tutta la busta paga ma soltanto la parte definita dai contratti nazionali. Esclusa quella variabile «ad personam» costituita da premi e superminimi!
È dagli anni Sessanta che i contratti definiscono livelli retributivi uguali per uomini e donne. Eventuali discriminazioni stanno proprio nella parte variabile che viene esclusa. La commissione «Politiche dell’Unione europea» della Camera che ha esaminato lo schema di decreto legislativo ha segnalato questa incongruenza auspicando che il confronto venga fatto su livelli retributivi complessivi, anche per evitare una procedura d’infrazione. Ma la procedura d’infrazione sarebbe il meno. Il problema vero è di sostanza. Colpisce l’enorme lavoro che viene fatto apparentemente per cambiare tutto, in realtà per tenere tutto com’è. Un dispendio di forze, energie, intelligenze per correre sul posto, trovandosi sempre allo stesso punto, ma facendo finta di avere scalato l’Everest.
Nella bozza di decreto la trasparenza salariale non si applica ad apprendisti e lavoratori in somministrazione. Perché? Gli apprendisti, in particolare, possono avere fino a 30 anni e comunque parliamo di un contratto a tempo indeterminato. Tra l’altro, i divari salariali tra uomini e donne si manifestano fin dai primissimi anni di lavoro.
L’applicazione di un contratto nazionale stipulato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative è considerata di per sé garanzia di equità. Siamo sicuri che non ci siano contratti che nella loro architettura contengano ancora forme di discriminazione indiretta? Poniamo di sì, anche se non è scontato. In ogni caso lo schema di decreto legislativo lascia spazio anche ai contratti firmati da associazioni non rappresentative. Non a caso dieci tra le maggiori associazioni d’impresa (da Confindustria a Confcommercio, passando per le organizzazioni principali dell’artigianato e della cooperazione) in audizione congiunta hanno contestato proprio questo punto.
Prendiamo poi il rapporto biennale che le imprese con più di 50 dipendenti sono tenute già oggi a consegnare sull’equità di genere in azienda: continuerà a esistere e al suo fianco ci sarà un nuovo rapporto «integrativo» per le aziende dai 100 dipendenti in su introdotto dal recepimento della direttiva. Ma non sarebbe il caso di mettere un po’ di ordine in tutte queste carte, di rendere i rendiconti più semplici da fare per le aziende oltre che più semplici da leggere per i lavoratori? L’esperienza legata ai rapporti biennali qualcosa dovrebbe aver insegnato: anni di raccolta di dati che costituiscono un impegno in più per le imprese senza avere inciso in maniera significativa sulle disparità di genere.
Per finire, del tutto fuorviante appiattire la trasparenza salariale a istanza che interessa solo alle donne. Aumenti, premi, carriere e avanzamenti nel nostro Paese spesso non hanno a che fare soltanto con il merito: ma questo riguarda anche gli uomini, eccome. Nessuno è così ingenuo da pensare che rendere trasparenti i criteri con cui si definiscono retribuzioni totali e avanzamenti sia facile. Ma procedere in questa direzione, anche con passi graduali e senza oberare le imprese di adempimenti inutili, servirebbe a tutti: ai lavoratori e alle lavoratrici per essere pagati il giusto, alle imprese per attirare e trattenere i talenti, al Paese per avere un sistema produttivo in grado di produrre maggiore ricchezza.
28 marzo 2026
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