Energia, il bivio europeo
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Energia, il bivio europeo

Sabato 28 marzo 2026
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Il problema dell’Unione non è il prezzo, ma la strategia. Il rischio? Dipendere sempre di più da tecnologie importate

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Energia, il bivio europeo

Lucrezia Reichlin | 28 marzo 2026

Il problema dell’Unione non è il prezzo, ma la strategia. Il rischio? Dipendere sempre di più da tecnologie importate

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La guerra in Iran dovrebbe rappresentare per l’Europa un ultimo, definitivo campanello d’allarme sulla dipendenza energetica e sull’urgenza di accelerare una transizione credibile. Colpisce — e preoccupa — che le recenti discussioni del Consiglio europeo si siano concentrate sul ridimensionamento dell’Ets invece che su una visione strategica complessiva. Oggi la geopolitica è sempre più plasmata da due forze: l’energia e l’intelligenza artificiale. E le due sono profondamente intrecciate. La corsa globale all’AI viene spesso raccontata in termini di chip, algoritmi e talenti. Ma sotto questa superficie si sta svolgendo una competizione più fondamentale: quella per l’elettricità. Su larga scala, l’intelligenza artificiale non è solo software. È infrastruttura: enormi data center che trasformano elettricità in capacità di calcolo, e capacità di calcolo in potere economico e strategico. In questo contesto, i Paesi in grado di convertire più efficientemente energia in «intelligenza» disporranno di un vantaggio decisivo.
Questo è già evidente nel modo in cui le grandi potenze stanno organizzando i propri sistemi economici. Non emerge un unico modello, ma due diverse modalità di integrazione tra elettricità, capacità di calcolo e struttura industriale. Il primo modello, incarnato dalla Cina, si fonda su un forte coordinamento sistemico abbinato a intensa competizione.

Al centro vi è un’integrazione stretta tra energia, infrastrutture e capacità digitale: l’intelligenza artificiale non è sviluppata in modo isolato, ma come parte di un sistema che trasforma elettricità in capacità produttiva e tecnologica. La Cina resta fortemente dipendente dalle fonti fossili, ma sta allo stesso tempo espandendo rapidamente l’offerta energetica, in particolare attraverso massicci investimenti nelle rinnovabili, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza energetica e ridurre i costi dell’elettricità.
La scala è sostenuta da un sistema finanziario che convoglia credito a basso costo verso energia, reti e industria. Ma l’elemento distintivo è un altro: la priorità non è solo innovare, ma ridurre rapidamente i costi e accelerare la diffusione delle tecnologie. Il caso DeepSeek lo mostra con chiarezza: più che inseguire la frontiera, l’obiettivo è rendere l’intelligenza artificiale accessibile e adottabile su larga scala. In questo contesto, le imprese competono per scalare soluzioni e diffonderle nell’intero sistema produttivo.
La Cina non esporta potenza di calcolo in quanto tale, ma prodotti e sistemi che incorporano capacità digitali — veicoli elettrici, automazione industriale, reti di telecomunicazione. Sono elettricità trasformata in capacità industriale.

Il secondo modello, rappresentato dagli Stati Uniti, è centrato sulla leadership delle imprese alla frontiera tecnologica ed è sostenuto da mercati dei capitali profondi. La scala è finanziata principalmente da capitale privato, consentendo a poche grandi aziende di investire massicciamente in chip, modelli e infrastrutture cloud.
Queste imprese competono sulla frontiera tecnologica e producono innovazione di punta, ma a costi elevati e con una crescente concentrazione del mercato. L’accesso alla capacità di calcolo resta quindi costoso, rallentandone la diffusione nell’economia. Allo stesso tempo, anche questo modello è sempre più condizionato da un vincolo fondamentale: l’energia. La crescita della domanda elettrica sta rendendo la disponibilità di energia un fattore decisivo per lo sviluppo dei data center.

In entrambi i casi — Cina e Stati Uniti — il punto centrale è l’integrazione tra energia e intelligenza artificiale, anche se con logiche diverse: in Cina come leva di costo e diffusione, negli Stati Uniti come fattore che ne condiziona la scala.
L’Europa, al contrario, fatica a definire un proprio modello. L’ambizione di guidare la transizione verde è indebolita da frammentazione, incertezza normativa e assenza di una visione strategica coerente. Il dibattito sul ridimensionamento del Green Deal ne è un segnale evidente.

Permangono inoltre vincoli strutturali. L’Europa non ha accompagnato la politica industriale con un’espansione sufficientemente rapida e coordinata dell’offerta energetica e delle infrastrutture di rete. Pur condividendo una dipendenza dalle fonti fossili, sconta costi dell’elettricità più elevati, legati a un sistema meno integrato e a una capacità più limitata di espandere produzione e reti. I prezzi restano quindi più alti rispetto ai principali concorrenti globali, mentre l’espansione delle reti procede lentamente e il processo decisionale resta frammentato.
Il risultato è un sistema che fatica a conciliare decarbonizzazione e competitività industriale alla scala richiesta. Il rischio è duplice: non raggiungere gli obiettivi climatici e, allo stesso tempo, restare indietro nell’integrazione tra energia e capacità digitale.
L’Europa si trova così stretta tra il modello cinese, basato sulla diffusione a basso costo, e quello americano, centrato sull’innovazione di frontiera, senza riuscire a partecipare pienamente a nessuno dei due. La conseguenza potrebbe essere una crescente dipendenza da tecnologie importate.

Da questo punto di vista, l’esperienza cinese è istruttiva. Non perché debba essere adottata acriticamente, ma perché mostra come l’allineamento tra energia, politica industriale e strategia digitale possa tradursi in vantaggio competitivo. A differenza degli Stati Uniti, la Cina costruisce la propria espansione digitale su una base energetica in crescita — sempre più rinnovabile — puntando su costi bassi e diffusione.
Ciò non significa che il modello sia privo di limiti. Il coordinamento tra centro e province ha generato sovraccapacità e pressione sui prezzi. Infatti, il recente piano quinquennale mira a migliorare l’allocazione e la scala degli investimenti puntando a sfruttare i vantaggi comparati delle province e allo stesso tempo accentrare delle funzioni per sfruttare la scala del mercato nazionale. Sono problemi che, in forme diverse, anche l’Europa conosce.
Più fondamentalmente, né il modello cinese né quello americano sono replicabili in Europa. Il primo si basa su un sistema finanziario controllato; il secondo su mercati dei capitali profondi e forte concentrazione industriale.

L’Europa deve quindi costruire una propria via sapendo che il vero rischio non è soltanto il prezzo dell’energia. È restare indietro nella trasformazione più profonda: quella che converte l’energia in intelligenza. E proprio perché — a differenza degli Stati Uniti — resta dipendente dalle importazioni di combustibili fossili, l’Europa deve accelerare con decisione lo sviluppo delle rinnovabili.
Perché nell’era dell’intelligenza artificiale, la risorsa più preziosa non è più l’energia in sé, ma ciò che si è in grado di farne.

28 marzo 2026

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