Joseph Kosuth tra parole e luce: il pioniere dell’arte concettuale alla Casa dei Tre Oci di Venezia
Corriere della Sera - Cultura

Joseph Kosuth tra parole e luce: il pioniere dell’arte concettuale alla Casa dei Tre Oci di Venezia

Sabato 28 marzo 2026
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La mostra narra linguaggio, realtà e conoscenza. «Chi guarda partecipa»

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Joseph Kosuth tra parole e luce: il pioniere dell’arte concettuale alla Casa dei Tre Oci di Venezia

di Veronica Tuzii

La mostra narra linguaggio, realtà e conoscenza. «Chi guarda partecipa»

Cosa vediamo davvero quando guardiamo uno specchio: noi stessi o il linguaggio che ci definisce? È una domanda antica e insieme vertiginosamente contemporanea, che attraversa Joseph Kosuth fin dagli esordi. In «One and Three Mirrors» (1965) immagine, oggetto e parola non coincidono mai del tutto: si rincorrono, si contraddicono. Il riflesso di chi guarda entra a fare parte dell’opera, permettendo di cogliere un frammento del soggetto. Non basta guardare, bisogna pensare. E, soprattutto oggi, chiedersi quanto il linguaggio sia ancora capace di dire il mondo. «Cerco di dare sempre dei messaggi indiretti, chiamando il pubblico alla partecipazione. È quello che ho fatto anche con il titolo della mia nuova mostra, Il valore di scambio del linguaggio è sceso a zero», sottolinea Kosuth. 

«Le parole e le cose»

Promossa da Berggruen Arts & Culture e Berggruen Institute Europe, la mostra The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero è alla Casa dei Tre Oci a Venezia, fino al 22 novembre. Curata da Mario Codognato e Adriana Rispoli, segna il ritorno in laguna del pioniere dell’arte concettuale, Joseph Kosuth. Nato nel 1945 a Toledo, Ohio, ha vissuto e lavorato a lungo a Venezia, intrecciando il proprio percorso con la storia della Biennale, dove ha partecipato a otto edizioni. Il titolo «criptico» dell’esposizione suggerisce una perdita: il linguaggio, consumato dalla sovraesposizione mediatica, sembra avere smarrito consistenza. Ma è in questa frattura che Kosuth interviene. All’ingresso della Casa, la nuova installazione al neon «A Chain of Resemblance» (2026) avvolge lo spazio con un testo di Michel Foucault tratto da «Le parole e le cose». Descrive il mondo come una rete di corrispondenze e relazioni tra le specie naturali, che si riflettono e s’influenzano reciprocamente. 

La distanza dal presente digitale

È Kosuth a spiegare la scelta: «Foucault è stato una sorta di personal advisor per il mio studio, ci aiuta ancora di più oggi che non c’è più a riflettere sulla complessità contemporanea». Le parole diventano ambiente, luce, esperienza e il significato si costruisce nella relazione tra testo e contesto. Il percorso torna poi agli anni Sessanta e Settanta, tra lavori tautologici e giochi linguistici di matrice wittgensteiniana, a partire dalle prime «investigazioni». «Pur essendo lavori in alcuni casi anche di cinquant’anni fa si collegano con il presente perfettamente. Le domande che mi ponevo allora possono essere rilevanti e di valore oggi», osserva l’artista, che tuttavia rivendica una distanza dal presente digitale. «Cerco di proteggere il mio lavoro proprio da questo». In «One and Eight - A Description» e «Titled (Art as Idea as Idea) [Question]» il linguaggio non descrive l’opera, ma la genera. 

Le parole coincidono con la cosa, in un sistema autoreferenziale che elimina ogni residuo estetico per lasciare spazio alla riflessione. Qui l’eredità di Marcel Duchamp è evidente: l’arte come definizione, non come forma. La riflessione si apre alla dimensione pubblica con «The Seventh Investigation (A.A.I.A.I.) Proposition One» (1970), dove il pensiero si fa esercizio: testi, enunciati, problemi logici che chiedono a chi guarda di completare l’opera. È il contesto a diventare decisivo in «Text/Context» (1978-79), dove testi anonimi passano dai cartelloni pubblicitari al museo, mutando significato a seconda del luogo che li accoglie. 

Il collettivo International Local

In «Where Are You Standing?», poster prodotto per la Biennale del 1976 nell’ambito del collettivo International Local, la domanda si fa diretta: quale posizione occupiamo nel sistema dell’arte? «Sono tutte opere storiche rivoluzionarie che si rinnovano ogni volta ricontestualizzate», rimarca Codognato. Uno striscione con riprodotto un manifesto del 1970 sul Canal Grande porta la ricerca di Kosuth fuori dallo spazio espositivo, posto sulla facciata di Palazzo Malipiero. La mostra restituisce così la coerenza di una ricerca che da oltre mezzo secolo interroga il rapporto tra linguaggio, conoscenza e realtà. Non una retrospettiva, ma un campo aperto. La domanda iniziale ritorna: se il linguaggio ha perso valore, come possiamo ancora credergli e dunque dargli senso?

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