Ode al vichingo Mads Mikkelsen, credibile al cinema anche come improbabile John Lennon
Corriere della Sera - Cultura

Ode al vichingo Mads Mikkelsen, credibile al cinema anche come improbabile John Lennon

Sabato 28 marzo 2026
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L'attore danese protagonista di «Mio fratello è un vichingo», dark comedy che nasconde un cuore familiare rimosso

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Ode al vichingo Mads Mikkelsen, credibile al cinema anche come improbabile John Lennon

di Sara D'Ascenxzo

L'attore danese protagonista di «Mio fratello è un vichingo», dark comedy che nasconde un cuore familiare rimosso

Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas i in una scena del film 

«Mio fratello è un vichingo» di Anders Thomas Jensen

Anker (Nikolaj Lie Kaas) e Manfred (Mads Mikkelsen) sono due fratelli legati da un segreto rimosso. Quindici anni prima, quando la storia ha inizio, Anker è braccato dalla polizia danese fin sotto casa sua: una rapina milionaria gli costerà quindici anni di carcere. Prima di essere arrestato consegna a Manfred, che vive in un mondo suo per un disturbo dell'identità, la chiave della cassetta di sicurezza dove ha nascosto il bottino. Quindici anni dopo, il tempo trascorso in carcere non ha lasciato indenne Manfred, che ora si fa chiamare John, come John Lennon. Il vichingo del titolo è proprio Manfred-Lennon, che da piccolo pretendeva di andare a scuola vestito da guerriero con le corna, ma questo provoca le ire del padre, violento e decisamente non equilibrato. La follia corre sul filo di tutta questa dark comedy, in cui Manfred non accetta il suo vecchio nome ed è pronto a gettarsi dalle auto o dalle finestre se il nome col quale viene evocato non è quello del leader dei Fab Four. Ed è una follia contagiosa, che si propaga, come per osmosi. I due fratelli entrano in contatto con altri che si pensano Beatles e forse - teoria pericolosissima - potrebbero riunirsi per provocarsi una sorta di catarsi. Non andrà così e se c'è qualcosa che può andare male lo farà. A una prima parte spumeggiante e piena di trovate dove Mikkelsen primeggia ostentando improbabili boccoli biondi e occhialoni, segue una seconda forse un po' troppo alla ricerca dell'effetto sorpresa, accumulando stranezza su stranezza, situazioni grottesche su situazioni grottesche. Eppure, anche se non tutto funziona, l'attore danese dallo sguardo tagliente e aguzzo riesce a restituire la grazia degli ingegni persi, la fragilità che si fa lungimiranza, la calma opposta fieramente agli scossoni. 
Voto: 7. Film violento eppure pieno di grazia, nel ritrarre due fratelli pestati dalla vita che forse possono salvarsi a vicenda. 

«Il Dio dell'amore» di Francesco Lagi

Può una gravidanza desiderata fino ai limiti dell'ossessione essere accolta con lacrime di disperazione (al netto degli ormoni)? Sì, se il figlio che Ada (Isabella Ragonese) e Filippo (Vinicio Marchioni), non è di Filippo ma di Pietro (Corrado Fortuna). È l'inizio di un film corale, «Il Dio dell'amore», diretto da un regista che ha una sua compagnia teatrale dove militano anche alcuni di quegli attori - come Anna Bellato e Francesco Colella - che ha voluto per questo suo film colorato, a mosaico, come se l'amore fosse alla stregua della calunnia rossiniana, un venticello, o una freccia scoccata che non si sa dove andrà a posarsi, quali cuori andrà a toccare. L'ispirazione arriva da Woody Allen, con i sottotesti, e quel continuo senso d'inadeguatezza e di dominio del «caso» di cui il regista di New York è maestro. Lagi ci prova, con inserti di finti filmini o super 8, ottenuti con effetti vintage, o con un continuo entrare o uscire di un occhio che si fa narratore, interno ed esterno. La storia, anzi le storie, restano un po' in superficie e il ruolo del narratore Ovidio (Colella), forse stempera un po' l'emozione, che si ferma prima di diventare lacrima o risata di cuore. 
Voto: 6. Commedia delicata, con un deficit di sceneggiatura, ma meglio di tanti prodotti italiani che circolano nei cinema, decisamente più blasonati.

«Un poeta» di Simón Mesa Soto

Nella Medellín città simbolo di una Colombia macilenta, scalcagnata, preda di scaramucce tra poveri, Oscar (Ubeimar Rios, nella vita professore, mai recitato, una faccia che vale il film, col suo sguardo sghembo, il suo incedere stortignaccolo, la foggia e la postura del calpestato dalla vita) è quello che si potrebbe sbrigativamente definire un fallito. Si definisce poeta, perché quella è per lui l'etichetta che sola può dire quello che lui si sente: non lavora, vive alle spalle della madre e nei primi venti minuti il ritratto spietato eppure empatico di questo uomo di mezza età che ha una figlia che non lo sopporta per la sua inconcludenza (e che non vive con lui) è ricco di tutto il vitalissimo sguardo di cui il cinema latinoamericano  è felicemente pieno. Quando la sorella, per non incorrere nelle ire del cognato che lo vuole cacciare di casa, lo «costringe» ad accettare un lavoro da professore di Filosofia, Oscar recalcitra ma finisce per accettare. È lì che incontrerà Yurlady, quindicenne di una famiglia poverissima dove si fatica a mettere insieme il pranzo con la cena ma dove abbondano figli e nipoti. È lei col suo talento e la speranza di poter aiutare la figlia che vuole frequentare l'Università, a dare a Oscar la spinta per provare a cambiare vita. Ma la (mala) sorte che Oscar porta con sé come uno stigma, finirà per rovinare tutto. Il regista, al suo secondo film, forse eccede un po' nella seconda parte, dove a sfortuna si accavallano sfortune, ma il film, colorato e vitalissimo, è un dolente ritratto di chi si ritiene figlio dell'ispirazione, e del dolore che l'impossibilità di scendere a compromessi provoca in persone che non mollano (quasi) mai.
Voto: 7. Qualche lungaggine, qualche iperbole, ma che vita in questo piccolo film, che sguardo dolente ha Oscar, quando piange, quando urla come un bambino. Viva! 

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