Luchino Visconti alla Colombaia di Ischia: la villa che fu il suo buon ritiro
Corriere della Sera - Cultura

Luchino Visconti alla Colombaia di Ischia: la villa che fu il suo buon ritiro

Sabato 28 marzo 2026
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Una serie di appuntamenti celebrano i 120 anni dalla nascita e i 50 dalla morte del grande regista che amò l'isola verde

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Luchino Visconti alla Colombaia di Ischia: la villa che fu il suo buon ritiro

di Antonio Fiore

Una serie di appuntamenti celebrano i 120 anni dalla nascita e i 50 dalla morte del grande regista che amò l'isola verde

Luchino Visconti con Suso Cecchi d'Amico alla Colombaia

«Noi andavamo a La Colombaia a lavorare, scrivevamo lì le sceneggiature in estate. Iniziavamo ad andare in primavera, mai d’inverno... Tutto Senso è nato lì». Così Suso Cecchi D’Amico, sceneggiatrice di tanti capolavori di Visconti (oltre che di mezzo cinema italiano di qualità), ricordava i mesi di scrittura trascorsi nella villa (non ancora) di Luchino a partire dalla metà degli anni Cinquanta. Ma l’innamoramento del regista meneghino per Ischia risale a un decennio prima, quando l’autore di Ossessione scoprì il fascino dell’Isola Verde soggiornando più volte in hotel di lusso come l’Excelsior, il Moresco, il Regina Palace, il Regina Isabella e infine a Punta Molino, a Villa Colucci. E diventando una presenza non solo turistica del luogo, visto che già nel 1953 fu nominato nel Comitato d’onore della Festa di Sant’Anna: in quell’occasione il maestro del Neorealismo devolse all’organizzazione 25mila lire, cifra equivalente a quella versata dal Comune. Tuttavia la generosità di Visconti non fu sempre ripagata con la stessa moneta dalle istituzioni locali: qualche anno dopo, nel ‘58, quando il regista progettò un fastoso spettacolo da tenersi nel Castello Aragonese, il Comune alla fine si rifiutò di concedere l’autorizzazione (né di fornire spiegazioni...). Presumibilmente fu in una di quelle vacanze ischitane (tra i pochi amici i viticoltori D’Ambra, l’imprenditore Tonino Baiocco, il cameriere Giuseppe Boccanfuso che poi diventerà suo ciakista per La terra trema e che scelse per il proprio figlio il nome Luchino) che Visconti conobbe (pare su imbeccata di Alida Valli, protagonista proprio di Senso) La Colombaia: una villa di fine ‘800 immersa nel verde del bosco di Zaro, alta e bianca sul mare azzurro di Forio, in precedenza proprietà della famiglia Patalano e poi venduta ai primi del Novecento al barone Fassini, con il quale il regista comincia da affittuario una estenuante trattativa durata anni: riuscendo a vincere la resistenza del nobile proprietario (che aveva detto di no persino ad Onassis), e quindi a comprare l’agognato immobile solo tra il 1964 e il 1965. Dandosi subito a ristrutturarlo e a trasformarlo con la supervisione dell’architetto Giorgio Pes. A lui chiede di rendere più acuti gli angoli delle finestre, ma è Luchino in prima persona che si impegna a dare alla già magnifica villa l’impronta liberty che tuttora la caratterizza, soprattutto per quanto riguarda gli interni: preleva i pavimenti da antiche ville campane in demolizione, suppellettili e mobili li fa arrivare da fidati antiquari di Londra e Parigi, alle pareti appende i quadri di Klimt e di Magritte. Ma è anche sul giardino che si concentra l’occhio del cineasta: lo cura amorevolmente, fa piantare le ortensie blu che impreziosiscono le venticinque stanze del suo buen retiro ischitano, stanze che nel corso del tempo vedranno alternarsi gli amici e colleghi di una vita: innanzitutto gli inseparabili (anche nel cinema di Visconti, come testimonia Il Gattopardo) Paolo Stoppa e Rina Morelli, i registi Franco Zeffirelli e Giuseppe Patroni Griffi, la produttrice Marina Cicogna, gli attori Umberto Orsini, Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Massimo Girotti, Claudia Cardinale, Adriana Asti (che definì La Colombaia «la proiezione di un sogno»), Vittorio Caprioli e Franca Valeri e poi la «Compagnia dei Giovani» capitanata da Romolo Valli, Giorgio De Lullo, Rossella Falk... E tra gli ospiti stranieri La Colombaia accolse con affetto e discrezione Maria Callas, Jean Sorel, Romy Schneider e Alain Delon (che Visconti rese star e icona maschile dirigendolo magistralmente in Rocco e i suoi fratelli) o Burt Lancaster, ovvero il Principe di Salina in cui il regista identificò forse il suo destino («Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene»). Ischia per Visconti «isola elettiva» ed epitome del Sud, come la definisce lo storico del cinema Paolo Speranza: «Sud che nella filmografia di Visconti assume un ruolo centrale, in una duplice accezione: da un lato la povertà del villaggio di pietra in La terra trema o avvolto dalle fredde brume del Nord in Rocco e i suoi fratelli; mentre nel Gattopardo il Sud mostra il suo volto elegante, immerso in una rigogliosa natura mediterranea». E siamo ormai tra i pieni Sessanta e i primi Settanta, gli anni d’oro della «dolce vita» ischitana: grazie al produttore Angelo Rizzoli, che si innamora di Lacco Ameno e ne fa una tappa obbligata del jet set internazionale, Ischia diventa crocevia di internazionalità, sull’isola si girano non più solo i musicarelli con Mina ma anche film di respiro internazionale come Caccia alla volpe di De Sica con Peter Sellers o Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? di Billy Wilder con Jack Lemmon, salpano – e scrivono – sull’isola poeti e intellettuali come W.H. Auden e Somerset Maugham, ci passa pure Charlie Chaplin (ce n’è traccia nel TuttoVisconti a cura di Gili e Spila appena edito da Gremese), intanto Baiocco apre sulla rive droite «La Lampara», locale culto di quella stagione... Eppure Visconti se ne sta via via più rintanato nella sua oasi appartata di bellezza vivendo l’ultima tormentata storia d’amore, quella con Helmut Berger, l’attore-feticcio della viscontiana «trilogia tedesca» culminata con Ludwig, e suo compagno fino alla fine. Nel suo progressivo isolamento ischitano influisce anche notevolmente lo stato fisico sempre più precario del regista: prova ne sia l’ascensore (oggi non più presente) che Visconti fece installare dopo l’ictus che lo colpì nel 1972. Era decorato da vetri di Murano: riprendevano un motivo che appare alle spalle del giovane Tadzlo nella sua prima apparizione nel film Morte a Venezia. Quello nel cui finale von Aschenbach-Dirk Bogarde muore, vestito di tutto punto, sulla sedia a sdraio sulla spiaggia del Des Bains, discosto dagli altri bagnanti, da solo. E sembra di risentire le parole di Suso: «Luchino non era un marinaro, il più delle volte non scendeva neanche a mare, si stava su, e si scriveva». 
In occasione delle celebrazioni a 50 anni dalla morte e a 120 dalla nascita di Luchino Visconti La Colombaia ha in programma un vasto programma di iniziative, a partire dalla riapertura il 14 aprile. In particolare, il 28 maggio, la villa ospiterà una mostra dedicata a Letizia Battaglia (1935–2022), con trentacinque fotografie tra le più celebri della grande fotografa palermitana.

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28 marzo 2026

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