L'Utopia di Ferdinandopoli 250 anni dopo
Real Colonia di San Leucio, alla presenza di Carlo e Camilla di Borbone e della principessa Beatrice ricordato l'«esperimento» proto socialista. Mieli: un modello di welfare mentre in Inghilterra c'erano ancora bambini schiavi
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L'Utopia di Ferdinandopoli 250 anni dopo
di Angelo Agrippa, inviatoReal Colonia di San Leucio, alla presenza di Carlo e Camilla di Borbone e della principessa Beatrice ricordato l'«esperimento» proto socialista. Mieli: un modello di welfare mentre in Inghilterra c'erano ancora bambini schiavi
Ferdinando IV di Borbone era preoccupato «che tanti fanciulli e fanciulle, che aumentavansi alla giornata, per mancanza di educazione non divenissero un giorno, e formassero una pericolosa società di scostumati, e malviventi». Da qui l’utopia di Ferdinandopoli, il progetto della colonia reale di San Leucio, sulla collina alle spalle di Caserta, dove insediò i primi opifici serici e vi costruì una comunità disciplinata secondo le regole dell’uguaglianza sociale (poiché «artisti») e della sobrietà — lo sfoggio del lusso era addirittura proibito — contenute nel Codice delle leggi.
Ciò che è stato poi interpretato come tentativo di proto socialismo: un sogno infranto dai successivi eventi repubblicani, ma tuttora esempio avanzato di modernità grazie al modello di welfare e di egualitarismo sperimentato in quel contesto.
Sono trascorsi esattamente 250 anni dalla fondazione della colonia borbonica di San Leucio e ieri, alla presenza del principe Carlo e della principessa Camilla di Borbone, duchi di Castro, della principessa Beatrice, dello storico ed editorialista del Corriere, Paolo Mieli, il presidente della fondazione Orizzonti, Giuseppe Menniti — promotore dell’evento — ha tenuto a richiamare «l’assoluta importanza del sito leuciano, benché sia conosciuta ancora poco la sua gloriosa storia, con la prima sperimentazione in Europa della parità di genere, dell’istruzione obbligatoria e della tutela della salute.
Non solo manifattura d’eccellenza, ma un vero laboratorio di civiltà — ha affermato — regolato dal Codice Leuciano, «esempio di umanesimo produttivo fondato sulla dignità del lavoro e della persona, capace di anticipare molte delle conquiste del welfare attuale».
Ora si presenta come necessaria l’ambizione di riscattare quella memoria e restituirla alla dignità storica. L’ha sottolineato anche Mieli, il quale ha ricordato quanto «il modo di raccontare la storia d’Italia e di questo territorio, in particolare, non renda giustizia a tutto ciò che, invece, accadde qui tra ‘700 e ‘800. Come il modello di welfare introdotto a San Leucio negli stessi tempi nei quali in Inghilterra c’erano ancora i bambini schiavi. Poi quel percorso si è interrotto, ma è proseguito successivamente con gli anni della Restaurazione e con i Borbone che lo ripresero dopo l’avvento della Repubblica napoletana e dell’età napoleonica. Arrivarono, quindi, le truppe piemontesi, conquistarono questa parte d’Italia e una delle cose che fecero fu quella di spegnere la luce su quanto realizzato al Sud dai Borbone. Ora, va benissimo la riabilitazione ad opera degli storici, ma nella coscienza comune San Leucio stenta a prendere il posto che merita perché si vuole evitare di riconoscere le opere virtuose promosse dalla dinastia borbonica. La missione di oggi — ha concluso — è che vi sia almeno un paragrafo nei manuali di Storia dedicato a uno degli episodi cruciali dello sviluppo della modernità in Europa. Bisogna raccogliere e rilanciare questa eredità. Ma occorre prima riconoscerla questa eredità».
È ciò che hanno rimarcato, nei loro interventi, anche il docente universitario Antonio Tisci; la direttrice della Reggia Tiziana Maffei («Antonio Genovesi diceva che la propria felicità passa attraverso la felicità degli altri ed è qui che si tentò di applicare questa teoria, partendo proprio dalla tutela delle condizioni di lavoro»); il soprintendente alle Belle Arti Mariano Nuzzo («Bisogna completare il progetto di Ferdinandopoli con una nuova funzione di questo sito — ha sostenuto —: immaginiamo un luogo vissuto da giovani, magari come cittadella universitaria. Avremmo la possibilità di andare oltre il recinto della memoria»); lo storico dell’arte Enzo Battarra; l’artista Antonio Biasiucci e il sacerdote don Antonello Giannotti.
Per il principe Carlo di Borbone «a San Leucio, 250 anni fa, nacque non solo la manifattura dei setifici, ma una idea rivoluzionaria di società. L’illuminismo — ha spiegato — qui divenne realtà. Con il Codice Leuciano la comunità si costituisce sulla dignità delle persone e sulla qualità della vita dei suoi cittadini. In un momento in cui si discute di welfare e coesione sociale questa esperienza dimostra come siano state lungimiranti le idee dei miei avi. Ma ciò che nacque qui — ha concluso — non appartiene a una famiglia, bensì all’Italia, all’Europa e a tutti coloro che hanno contribuito al successo di questo meraviglioso sito».
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