Quei rimedi naturali al patriarcato
Corriere della Sera - Cultura

Quei rimedi naturali al patriarcato

Giovedì 26 marzo 2026
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Quei rimedi naturali al patriarcato

di Maria Angela Robustelli

Ero seduta a terra con la schiena appoggiata al muro e le gambe distese sul pavimento marmoreo, nel piccolo vano subito a destra, salita l’imponente scalinata del secondo piano, dove la grande porta finestra del balcone, dà su quella porzione del Giardino Romantico di Palazzo Reale, in cui si staglia, fiera ed eterna, un’enorme magnolia secolare. 
La sezione Lucchesi Palli – piccolo angolo di paradiso vista mare per la scrittura, la consultazione di libri rari sul Teatro e gli scambi illuminanti con Laura, bibliotecaria appassionata che ogni tanto mi offre il caffè sottobanco di una moka della borsa nera – aveva appena chiuso e sebbene volessi immergermi in quel luogo di astrazione spazio-temporale che è la Biblioteca Nazionale, al silenzio ovattato della sala lettura principale, alla sua penombra polverosa e al delizioso odore asfittico di carta e legno antico avevo preferito quel rassicurante quanto bizzarro cantuccio illuminato dalla luce di un timido sole pomeridiano. 
Da lì osservavo come in un’inquadratura del Cinema d’autore, attraverso il vetro appannato di fine inverno, il particolare delle gigantesche branche nodose che sostenevano la chioma poderosa di quell’indiscussa protagonista, una regina botanica resiliente, anima titanica naturale che aveva resistito a tutte le trasformazioni climatiche ed architettoniche di quel luogo, la sua casa. E della sua vita. Per più di duecento anni. La vista di quel meraviglioso esemplare di Ficus magnolioides, piantato nel 1842 dal giardiniere di re Ferdinando di Borbone, originale botanico tedesco Friederic Dehnhardt, non solo mi aveva distolta del tutto dalle mie consuete pagine settimanali da scrivere ma aveva di colpo rapito la mia immaginazione, facendomi guardare alle sue ramificazioni maestre come a un corpo di donna. Pare che sua Maestà, che aveva subito di recente un bel restyling di oltre 900 mila euro nell’ambito del Piano Strategico Grandi Progetti dei Beni Culturali, avesse negli anni pericolosamente intrecciato, in diverse direzioni, le sue radici indomite con altre radici e fronde secolari, quelle del Pinus canariensis, coevo sovrano più cagionevole che sentitosi minacciato, si era visto letteralmente crollare il paramento neobarocco sul quale risiedeva, sotto i piedi.
E così, le radici aeree di sua maestà la Regina, le sue ali, sono state debitamente imbracate, tirate giù e messe a dimora nel terreno di una nuova aiuola a parte, mentre quelle strette al destino del suo consorte, liberate e messe scrupolosamente a potatura. Per lei, un’altra prova da sforzo da superare, un’altra sfida fitostatica d’adattamento e di affermazione del suo valore in un ambiente botanico dal vago microclima maschilista.
Mentre facevo questo genere di associazioni, che mi facevano sentire nel vortice di caduta libera nell’inconscio carrolliano, come una Alice nel paese delle Meraviglie over 40, col sedere e le gambe ormai intorpidite dal freddo e dalla durezza del pavimento, venivo notata da una serie di avventori della Biblioteca, che salivano e scendevano per le scale, e che colti di sorpresa dalla mia presenza in una postazione insolita da campeggiatrice, mi regalavano le più svariate espressioni.
Dalla disapprovazione, alla simpatia, allo sguardo un po’ allucinato di meraviglia di un ragazzo con cuffie da dj in testa, che come in preda a un trip di accelerazione chimica mi fa, «Uà bel posto!», fino al sorriso di Lourdes, archeologa e scrittrice spagnola di 48 anni, in viaggio a Napoli per la presentazione del suo libro, La villa delle dee perdute- Segreti e desideri nella Villa romana del Casale.
Dopo avermi chiesto di cambiarle delle monete per il caffè al distributore, mi ha raccontato del suo lavoro letterario attraverso quella che definisce l’archeologia femminista.
Durante uno scavo nella piccola città di Piazza Armerina in provincia di Enna, nel 2012, stava lavorando come giovane archeologa per l’Università di Cadice presso l’area delle Terme Meridionali, quando emerse come effige posta all’ingresso, un mosaico risalente al V sec. d.C. con l’iscrizione di un nome di donna, Treptona bibas, presumibilmente la proprietaria di quelle terme pubbliche. Figura femminile misteriosa, eccezione alla regola che vedeva le donne di quel tempo esprimere il proprio potenziale esclusivamente tra le mura domestiche e che invece doveva essere stata di fatto, una donna di potere.
Qualche anno dopo, nel 2015, il direttore dello scavo — un uomo — rese noto in una pubblicazione che la stessa iscrizione rinvenuta, richiamasse invece un nome maschile, indicandola come Trepton bibas, derubandola deliberatamente della sua A finale. Ma Lurdes non ci sta e da quel momento, denunciando i fatti, inizia una battaglia in nome di quella vocale dello scandalo, simbolo della lotta contro il patriarcato di tutti i tempi, comincia a scrivere il suo libro e, solo nel 2025 finalmente, ottiene la ripubblicazione del catalogo dedicato al sito archeologico siciliano, attribuendo quel nome alla sua legittima proprietaria.
L’accompagnai ai taxi, di fronte all’ingresso del teatro San Carlo e poco prima di salutarci e vederla sparire verso piazza Municipio, notai che attorno al perimetro dei cancelli dei giardini del palazzo della biblioteca, sui teli di cantiere per la ristrutturazione, troneggiava un’unica grande scritta senza loghi, AverCura . Pensai che fosse un monito prezioso al rispetto della natura, dei beni culturali e di tutti i generi.

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