Da Brigitte Bardot a Bobbio: Buttafuoco tra «gioco fascista», eros e provocazioni nella lectio su Soldati
Corriere della Sera - Cultura

Da Brigitte Bardot a Bobbio: Buttafuoco tra «gioco fascista», eros e provocazioni nella lectio su Soldati

Giovedì 26 marzo 2026
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Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, riceve il premio intitolato allo scrittore e regista torinese: «Di lui mi piace la versatilità e il non essere etichettabile»

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Da Brigitte Bardot a Bobbio: Buttafuoco tra «gioco fascista», eros e provocazioni nella lectio su Soldati

di Fabrizio Dividi

Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, riceve il premio intitolato allo scrittore e regista torinese: «Di lui mi piace la versatilità e il non essere etichettabile»

«B.B. — quelle di Brigitte Bardot — sono “Le maiuscole dell’eros”». Pietrangelo Buttafuoco riceverà il Premio Mario Soldati 2026 conferitogli dal Centro Pannunzio nella cornice del Cinema Massimo domani (venerdì 27 marzo) alla presenza di Pier Franco Quaglieni ed Enzo Ghigo e, prima della proiezione di Piace a troppi di Roger Vadim, leggerà la sua lectio magistralis sull’attrice recentemente scomparsa. Perché proprio Brigitte Bardot? «Mi sono fatto ispirare dallo scrittore cui il premio è intitolato, che fu grande interprete della potenza dell’Eros nel Novecento. L’erotismo — continua il presidente della Fondazione La Biennale di Venezia — è l’elemento liberatorio, l’innesco che determina l’istinto di vita, oltre che l’immagine dell’armonia che la natura ha saputo costruire. E “B.B.”, da semplici iniziali a logo universale, sono diventate simbolo di tutto ciò».

Parliamo anche di Soldati?
«Era un grande della letteratura, arte con cui ha generato un ricco immaginario, e di lui mi piaceva la versatilità e il non essere etichettabile. Come sapete, è stato un grande della cinematografia, ma anche importante nel modernizzare i canoni televisivi con il suo Viaggio in Italia, reportage dallo spessore culturale e antropologico».

Sa che Soldati partecipò alla prima edizione di Cannes?
«Certo (scherza, ndr) quel festival fondato per l’eterna invidia verso Venezia».

Apprezzerà però il principio «ecumenico» del Dopoguerra che il festival voleva trasferire al cinema, con giuria e premi diffusi a tutte le nazionalità: non le ricorda lo spirito che tra mille polemiche cerca di infondere alla sua Biennale?
«Vorrei limitarmi nel perimetro della battuta perché s’impone, e in questo i piemontesi sono maestri, un obbligo di eleganza di non andare oltre. Preferisco, piuttosto, tornare su Cannes e su tutti gli altri: è indubbio che “loro” sono festival, “noi” siamo Mostra d’Arte Cinematografica».

Il suo rapporto con Torino e il Piemonte si manifesta in un’altra «doppia B»: uno di loro lo ha appena confermato a Venezia. Qual è il suo rapporto con Alberto Barbera?
«Siamo legati da una continua collaborazione e da un reciproco scambio, a tutti gli effetti una “ricerca”, concetto che conferma l’assoluta specificità della Mostra. Barbera è direttore-curatore che si rapporta al meglio con lo “spirito del tempo” grazie alla sua capacità rabdomantica di scovare non solo le novità, ma le eccellenze trovando, dove non ti aspetti, il racconto che verrà. Con lui abbiamo anche raggiunto l’effetto “uovo”, con sale piene fino all’ultimo posto».

L’altra «B» non la indovina?
«Mi dica, sono curioso».

Penso a Norberto Bobbio, che nel 1999 le concesse una celebre intervista. Cosa ricorda di lui?
«Che bella esperienza. Ero un giovane giornalista e ricordo benissimo la sua prima telefonata. Mentre seguivo l’occupazione al Liceo Tasso di Roma, pochi giorni dopo aver scritto un corsivo in cui gli chiedevo pubblicamente un incontro, il professor Bobbio in persona mi chiamò per invitarmi a Torino. Arrivai in treno, mi avviai alla sua abitazione a pochi passi da Porta Nuova e lui mi accolse con estrema cortesia».

Come andò l’incontro?
«A un certo punto, scattò un’alchimia di totale eleganza e di amicizia reciproca. Non c’è da stupirsi: lui era un personaggio, come tutti i grandi, contraddistinto da grande naturalezza e spontaneità disarmante. Non c’era nessun altro pathos, in quel momento, se non la curiosità».

Lei rivelò che Bobbio era stato messo in guardia: «Attento — gli dissero —, quello lì è un fascista». E lei, in chiusura dell’articolo, precisò: «Ho amato lo scandalo di chi gioca da fascista in questo Dopoguerra perché è stata la prospettiva più inedita da dove ho potuto fare altro, diventare altro, per accedere a orizzonti ad altri inaccessibili». Non è che fa lo stesso anche oggi?
«Adesso ho ulteriori orizzonti, ma il “gioco” è ancora fondamentale: è l’esercizio di ironia che ci consente quelle libertà altrimenti impossibili per chi vive nell’angustia degli schemi». 

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