L'auto-narrazione nei fumetti
I graphic memoir hanno contribuito a rinnovare il genere dell'autobiografia, espandendolo e rivisitandolo. Dalle prime sperimentazioni tra gli anni Ottanta e Novanta, come Art Spiegelman con «Maus» o il nostro Andrea Pazienza, a lavori più recenti, primo fra tutti «Persepolis» dell'iraniana Marjane Satrapi
25 March 2026
L'auto-narrazione nei fumetti
I graphic memoir hanno contribuito a rinnovare il genere dell'autobiografia, espandendolo e rivisitandolo. Dalle prime sperimentazioni tra gli anni Ottanta e Novanta, come Art Spiegelman con «Maus» o il nostro Andrea Pazienza, a lavori più recenti, primo fra tutti «Persepolis» dell'iraniana Marjane Satrapi
di Chiara SevergniniC’è chi si racconta a fumetti. E, facendolo, contribuisce a rinnovare il genere dell’autobiografia, contaminandolo, espandendolo e rivisitandolo. Con esiti talvolta sorprendenti.
Lo ha fatto, ad esempio, Justin Green, figura chiave dei «comix» underground del secondo dopoguerra: in Binky Brown Meets the Holy Virgin Mary (1972) rintraccia le radici del suo disturbo ossessivo compulsivo nella rigida educazione cattolica ricevuta nell’infanzia e sfrutta le potenzialità visive del fumetto per raffigurare e problematizzare le sue manie. Fulminato da Binky Brown, Art Spiegelman decise di cimentarsi a sua volta con l’auto-narrazione a fumetti con il celeberrimo Maus, pubblicato a puntate dal 1980 sulla rivista Raw. Il primo fumetto a conquistare un premio Pulitzer è stato anche il primo a popolarizzare le potenzialità del graphic memoir: Spiegelman racconta la Polonia occupata dalla Germania di Hitler e l’esperienza dei genitori deportati nei campi di sterminio, ma anche le conseguenze che tutto questo ha avuto sulla sua famiglia. Le sue pagine grondano dolore, ma Spiegelman non si limita a raccontarlo, bensì cerca di elaborarlo di fronte al suo lettore (non a caso, alcune parti sono ambientate nello studio del suo analista, a sua volta sopravvissuto all’Olocausto). In Italia, nel frattempo, la rivista Alter Alter ha iniziato a pubblicare Le straordinarie avventure di Pentothal di Andrea Pazienza (1977 - 1981), in cui l’autore - attraverso un alter ego - riversa le sue esperienze tra arte, politica e dipendenze: una narrazione sospesa tra finzione e realtà destinata a lasciare il segno.
Negli Anni 90, quello autobiografico diventa una sorta di trend nel fumetto underground, con i canadesi Seth, Joe Matt e Chester Brown come massimi esponenti. È solo con Persepolis (2000), però, che il graphic memoir torna a imporsi anche all’attenzione del grande pubblico. Nel capolavoro dell’esule iraniana Marjane Satrapi - non a caso concepito in Francia, dove la bande dessinée aveva da tempo conquistato uno spazio di primo livello - la storia dell’autrice si intreccia con quella del suo Paese e l’autobiografia assume un prezioso valore di testimonianza.
Qualcosa, però, si muove anche negli Usa. Nel 2003 esce Blankets, un tomo a fumetti di oltre 600 pagine in cui Craig Thompson racconta la sua giovinezza e il suo primo amore, ma soprattutto il suo tormentato allontanamento dalla fede. Nel 2006 è il turno di Fun Home, in cui Alison Bechdel indaga il rapporto con il padre, morto in circostanze ambigue - probabilmente suicida - poche settimane dopo il coming out di lei. Due opere che mettono al centro i temi familiari, due autori capaci di giocare con i piani temporali, ma due approcci diversi: Thompson più intimista e spirituale, Bechdel più letteraria e citazionista.
Tanto Bechdel, quanto Thompson, sono poi tornati ad auto-raccontarsi con un fumetto a qualche anno di distanza, rispettivamente nel 2012 (Sei tu mia madre?) e nel 2019 (Ginseng roots). Il panorama, nel frattempo, era cambiato: l’autobiografia è esplosa, anche nel fumetto. E anche in Italia, dove nel frattempo sono stati pubblicati gli imprescindibili S. e La mia vita disegnata male di Gipi, ma anche il fumetto umoristico «approssimativamente autobiografico» (sic) di Tuono Pettinato Il magnifico lavativo. E se, con questa esplosione, sul mercato sono arrivati anche graphic memoir dimenticabili, o in cui l’autobiografia lascia il tempo che trova, c’è ancora chi riesce a impadronirsi del genere con esiti di alto valore letterario. Come la vincitrice del Pulitzer 2025 per il miglior memoir Tessa Hulls: il suo Ombre di famiglia (Tunuè), doloroso quanto taumaturgico, parla dei traumi che ereditiamo da chi ci a messo al mondo, ma anche di come fare pace con il passato.
Nell'immagine: una tavola di «Persepolis» dell'iraniana Marjane Satrapi.
Su «la Lettura» #747, in edicola e in questa App, Chiara Severgnini intervista l'americana Alison Bechdel, fumettista che ha rinnovato il graphic memoir e che ora è in libreria con «Piena!» (traduzione di Aurelia Di Meo, Rizzoli Lizard).
25 mar 2026 | 23:03
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