La giustizia di Dante
Salvati e dannati: dietro le scelte del poeta nella «Commedia» stanno spesso ragionamenti politici o considerazioni che vanno ben al di là delle vicende personali. Il caso di Bonconte
MERCOLEDì 25 MARZO 2026
La giustizia di Dante
Salvati e dannati: dietro le scelte del poeta nella «Commedia» stanno spesso ragionamenti politici o considerazioni che vanno ben al di là delle vicende personali. Il caso di Bonconte
di ALBERTO CASADEIAgnolo Bronzino (1503-1572), «Ritratto allegorico di Dante »(1532 circa, olio su tela), Uffizi
Fra i personaggi più ricchi di umanità della Divina commedia si conta senza dubbio Bonconte da Montefeltro, figlio del celebre condottiero Guido. Ma mentre quest’ultimo viene collocato all’inferno come consigliere fraudolento, Bonconte viene incontrato da Dante nell’antipurgatorio, tra i morti per violenza. Sono entrambi esiti sorprendenti, perché tutti pensavano che Guido, fattosi francescano, fosse sicuro del paradiso, mentre del figlio, caduto nella battaglia di Campaldino, nemmeno il corpo era stato ritrovato, e magari se l’era preso il demonio. Invece, il poeta - che mercoledì 25 marzo viene celebrato nel Dantedì - s’immagina il pentimento in punto di morte e la salvezza ultraterrena di un soldato valoroso, che però aveva combattuto proprio contro di lui e i guelfi fiorentini nel 1289: Bonconte poteva essere il suo assassino, eppure Dante lo ritiene degno di evitare la dannazione.
Negli ultimi anni, il modo in cui si profila la giustizia nel poema e nelle altre opere dantesche è stato oggetto di numerose indagini, per esempio da parte di studiosi quali Roberto Antonelli, Diego Quaglioni e Justin Steinberg. Si è compreso quindi che, dietro le vere o presunte idiosincrasie, stanno spesso ragionamenti politici o considerazioni che vanno ben al di là dei casi personali, poiché per lungo tempo Dante sperò che tornasse un buon governo sulla terra. La causa prima dei mali la individuava nell’espansione del potere temporale della Chiesa, che si era arrogata il compito che invece sarebbe spettato all’Impero: ma ecco che, nel 1310, finalmente un candidato imperatore, Enrico VII, scendeva in Italia per farsi incoronare a Roma. E il poeta ingiustamente esiliato non restò a guardare.
Sebbene la datazione sia discussa, molto probabilmente scrisse per Enrico un trattato filosofico-giuridico, intitolato Monarchia, con il quale rivendicava l’autonomia dell’imperatore dal papa, sia pure sempre nel massimo rispetto del rappresentante spirituale di Dio in terra. E la base di quest’opera, così lucida e innovativa da essere presa a modello da uno dei massimi giuristi del Novecento, Hans Kelsen, è appunto il rispetto delle norme del Diritto sancite già da Giustiniano: solo mantenendo la correttezza nei rapporti personali e sociali, secondo regole condivise, si può conservare salda la vita in comune, che altrimenti si dissolve nei contrasti, come era accaduto a Firenze e in tante altre città.
Non basta. Dante, che pure ha cercato a lungo di rientrare dall’esilio con tutti i mezzi, compresa la lotta armata, giunge a riconoscere che l’unico modo per ottenere una condizione equa è mirare al bene comune, e se le leggi e le prassi politiche non conducono a questo non sono accettabili. Purtroppo, come sappiamo, la storia è poi andata in una direzione ben diversa, ed Enrico si è trovato costretto a combattere prima di chiudere malamente, per la morte prematura nel 1313, il suo tentativo di sedare la conflittualità endemica in Italia. Di quella fase storica resta comunque la grande visione giuridica e politica che si coglie tuttora nella Monarchia.
Insomma, dietro i giudizi della Divina commedia sta un senso forte della giustizia terrena, che dovrà poi trovare una conferma in quella divina. La magnanimità dei singoli può avviarli alla salvezza, al di là degli schieramenti politici, e persino un nemico sconfitto, se era giusto come Bonconte, può essere riscattato. In un Dantedì che cade in un contesto nel quale le lotte fra popolazioni vicine sembrano incontrollabili e il diritto internazionale è spesso vilipeso, l’atteggiamento di Dante, che parte dalle leggi concordate per proporre forme corrette di governo e di giustizia, ci sembra quanto mai lungimirante.
In occasione del Dantedì, che si celebra oggi, mercoledì 25 marzo, «la Lettura» #747, disponibile in edicola e in questa App, propone gli articoli di Daniele Piccini e di Alberto Casadei. Il Dantedì è nato in Italia nel 2020 per rendere omaggio a Dante Alighieri: il 25 marzo è il giorno in cui il poeta comincia il viaggio ultramondano della «Commedia». Il Dantedì è compreso all'interno del Mese della Poesia, l'iniziativa de «la Lettura» e del «Corriere della Sera» che si svolge nel mese di marzo, nel quale, il 21, cade la Giornata internazionale della Poesia, istituita dall'Unesco nel 1999.
24 marzo 2026 ( modifica il 25 marzo 2026 | 16:49)
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