Biennale di Venezia, nel restauro da 31 milioni distrutta la Caffetteria-opera d’arte di Tobias Rehberger. L'artista: «Non mi hanno neppure permesso di fotografarla un'ultima volta»
L'installazione premiata con il Leone d’Oro nel 2009 è stata eliminata dopo 17 anni, la rabbia dell’artista tedesco: «Azione tecnocratica, avevo trovato risorse per rinnovarla ma non hanno voluto»
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Biennale di Venezia, nel restauro da 31 milioni distrutta la Caffetteria-opera d’arte di Tobias Rehberger. L'artista: «Non mi hanno neppure permesso di fotografarla un'ultima volta»
di Sara D'AscenzoL'installazione premiata con il Leone d’Oro nel 2009 è stata eliminata dopo 17 anni, la rabbia dell’artista tedesco: «Azione tecnocratica, avevo trovato risorse per rinnovarla ma non hanno voluto»
Da sinistra, lo caffetteria opera di Rehberger e la nuova versione di Labics
Un nuovo caso accende la Biennale di Venezia. Dopo la presentazione giovedì 19 marzo del restauro del Padiglione Centrale ai Giardini, finanziato con 31 milioni dal MiC con fondi progetto PNC-PNRR, si scopre che la Caffetteria, opera nel 2009 dell’artista tedesco Tobias Rehberger, 59 anni, uno dei più importanti della sua generazione, vincitrice del Leone d’Oro quell’anno, è stata distrutta per far posto al nuovo allestimento curato dallo studio di architettura Labics di Roma. Per la Biennale «L’opera di Rehberger nasce nel 2009 come installazione temporanea strettamente legata a uno spazio. Fin dall’inizio, l’accordo con l’artista prevedeva esplicitamente questa natura non permanente. Nonostante ciò, proprio in considerazione del suo valore, la Biennale ha scelto di mantenerla ben oltre la durata prevista, garantendone la conservazione attraverso interventi di restauro realizzati sotto la supervisione dell’artista e finanziati direttamente dall’istituzione. Questo ha consentito all’opera di raggiungere una longevità del tutto inusuale per un’installazione di questo tipo, arrivando a circa 17 anni». Per l’architetta Maria Claudia Clemente di Labics, «purtroppo il ristorante era in condizioni disastrose non era possibile mantenerlo sebbene fosse molto bello. Una volta che è stato deciso di rifarlo abbiamo ripensato lo spazio secondo quello che a noi sembrava corretto». Raggiunto in Germania, Tobias Rehberger si dice «triste: è un pezzo di me e non me l’hanno nemmeno fatta salutare».
Tobias Rehberger, cos’ha provato quando l’ha saputo?
«Onestamente sapevo che prima o poi sarebbe successo, ma ci sono state alcune cose che non sono andate così bene».
Per esempio?
«Beh, in tutti questi anni, come ha detto la Biennale, la Caffetteria era stata rinnovata parzialmente, ma sarebbe stato meglio se l’avessero rinnovata bene. Mi hanno detto che non avevano risorse per farlo, quindi ho trovato qualcuno che potesse sponsorizzare questo intervento, metteva a disposizione del denaro per farlo, ma non hanno voluto».
Quando gliel’hanno detto?
«Il 24 novembre mi hanno contattato e mi hanno detto che avrebbero dovuto toglierla perché avrebbero dovuto rinnovare l'edificio. E tre settimane dopo è cominciata la demolizione. A quel punto ho chiesto a un amico, un fotografo famoso, Elger Esser, di poterla fotografare per l’ultima volta prima della distruzione. E non me l’hanno fatto fare».
È un problema che l’arte contemporanea sia così vulnerabile da venire distrutta dopo 17 anni?
«Con la Biennale erano questi gli accordi fin da subito e già solo per aver resistito 17 anni ero contento. Ma di fronte all’offerta di salvarla penso si sia agito con spirito tecnocratico, che è il contrario della generosità dell’artista. È pur sempre un pezzo di me stesso e non volevo che lo distruggessero. Ma la mia vita artistica va avanti lo stesso. Penso sia stato strategico dirmelo così tardi, in modo tale che non creassi problemi, ma io non volevo creare problemi e questo è strano per un’istituzione fatta per l’arte».
Che cosa ha rappresentato quest’opera nella sua carriera?
«Non posso dire che tutto sia cambiato dopo il Leone d’Oro, ma è stato sicuramente qualcosa di importante. Dopo la Caffetteria ho fatto molti progetti che erano simili. Il concetto è di trovare l’arte anche in posti come un supermercato o un negozio o un bar dove non pensi di poterla trovare. In questo senso è stata importante per la mia carriera e sono molto grato di questo».
Perché non è stato possibile spostare questa Caffetteria in un altro luogo?
«Secondo il contratto che avevamo fatto la Caffetteria era della Biennale. Ho provato a dire se potevamo spostarla, ma non è stato possibile. A quel punto però ho voluto sincerarmi che tutto fosse distrutto, non volevo che saltasse fuori una sedia o un tavolino tra dieci anni. Alla fine è stato tutto troppo veloce. Se almeno mi avessero dato quattro giorni in più avrei potuto fare un bel progetto sull’esistenza e la distruzione della scultura, ma non me ne hanno dato l'opportunità».
Visiterà la nuova Caffetteria e la Biennale?
«Sì, sicuramente. Non ce l’ho con la Biennale come istituzione, ma con alcune persone. E ovviamente voglio visitare la nuova Caffetteria, sono curioso».
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25 marzo 2026 ( modifica il 25 marzo 2026 | 09:58)
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