La partita cruciale si gioca al Sud
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La partita cruciale si gioca al Sud

Martedì 24 marzo 2026
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Il «No» alla riforma ha messo in luce le contraddizioni della destra e le opportunità (ma anche i limiti) della sinistra

Terremoto nel governo dopo la sconfitta al referendum: si dimettono Delmastro e Bartolozzi, in bilico Santanchè. La decisione di Meloni

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Enzo D'errico | 24 marzo 2026

Il «No» alla riforma ha messo in luce le contraddizioni della destra e le opportunità (ma anche i limiti) della sinistra

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Napoli non è Stalingrado. E la Sicilia non è diventata Cuba. Eppure proprio il Sud, fatta eccezione per la provincia di Reggio Calabria, ha votato compatto No alla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario. Assestandole forse il colpo mortale ma, soprattutto, confermando che qui si giocherà la partita decisiva nelle elezioni politiche del prossimo anno. Se ci si limita ad osservare le percentuali da record con cui ovunque, Sardegna compresa, è stato bocciato il quesito referendario, l’esito del futuro duello appare scontato: da Roma in giù la sinistra vince a mani basse, conquistando territori dove da anni le veniva negato perfino il diritto d’asilo. Pensate alla Calabria che da lunedì sera sembra un enorme sobborgo della California, nido del pensiero liberal e radicale. Peccato, però, che molti dei luoghi dove il governo Meloni ha incassato la mazzata peggiore siano governati stabilmente dalla destra. E che nulla, all’orizzonte, lasci presagire cambiamenti di rotta. Non siamo di fronte, insomma, ad un avviso di sfratto ma ad un ossimoro politico dentro il quale si nascondono le contraddizioni di un Mezzogiorno attraversato dal cambiamento e le insufficienze strutturali della coalizione alla guida del Paese, che soprattutto qui sconta un deficit di classe dirigente ormai macroscopico.

Se ce ne fosse stato ancora bisogno, la campagna referendaria ha evidenziato in maniera palese l’assenza di punti cardinali che affligge la destra appena oltrepassa il Garigliano. In questa parte della penisola è giunta a malapena l’eco del dibattito sulla giustizia. Ed è singolare che questa battaglia considerata da sempre lo stendardo dell’era Berlusconi sia finita nella polvere proprio là dove Forza Italia impera o viene foraggiata da settori compiacenti dell’imprenditoria. Risultato: il fronte del No ha incassato voti chiamando a raccolta i suoi, lo schieramento opposto si è semplicemente dissolto dentro la nuvola dell’astensionismo che, guarda caso, nel Sud permane a differenza del Nord. Appare chiaro che senza una mobilitazione territoriale, fondata sul senso d’appartenenza o sullo scambio di favori, la destra meridionale si sia ritrovata dinanzi a uno specchio che implacabilmente ne ha riflesso l’evanescenza e, spesso, la totale inadeguatezza politica e istituzionale.

Sarebbe ingeneroso, tuttavia, puntare il dito soltanto contro Antonio Tajani e i suoi luogotenenti. Fratelli d’Italia ha da tempo abbandonato questa terra, appaltando le istituzioni agli eredi del berlusconismo e affidando quote del partito nella mani di dirigenti dalle malcelate nostalgie fasciste. Negli ultimi anni, infatti, Giorgia Meloni ha disegnato la sua geografia politica sui contorni delle regioni settentrionali, accantonando in soffitta un Mezzogiorno che, con il dominio del centrosinistra in Campania e Puglia, ha derubricato a pratica chiusa. Se a quest’insostenibile degrado delle leadership locali aggiungiamo la crisi economica, che qui morde con crescente ferocia, e il fatto che la questione giudiziaria non scaldi i cuori di un elettorato sostanzialmente ancorato ai valori securitari dell’ex Msi, otteniamo la ricetta di una sconfitta annunciata sebbene non prevista in tali dimensioni.

Attenzione, però: un errore eguale e contrario commetterebbe la sinistra se scambiasse la vittoria referendaria per l’anticamera del successo elettorale nel 2027. I trionfi in Puglia e in Campania (Napoli è addirittura la «capitale» del No con il 75,49%) mostrano senza dubbio un solido radicamento della coalizione e l’avvenuta maturazione di una classe dirigente (Gaetano Manfredi e Antonio Decaro) capace ormai di incidere anche sugli equilibri nazionali. Ma, allo stesso tempo, emerge l’antica tendenza del Sud a salvaguardare lo status quo. Come ha giustamente sottolineato ieri lo storico Aldo Schiavone in una bella intervista sul Corriere del Mezzogiorno, il tasso d’astensione ancora elevato è frutto, tra l’altro, di una sinistra che non è stata in grado di condurre alle urne tutto il suo (potenziale) elettorato ma si è accontentata delle percentuali che solitamente lì raccoglie nelle consultazioni amministrative. Il rischio, quindi, è di perpetuare assetti di potere territoriale fondati sulla ricerca del consenso, svilendo così la carica innovativa necessaria a modificare gli assetti amministrativi e l’azione di governo. Vincere, o addirittura stravincere come a Napoli, per poi ridursi nella pratica quotidiana a una riedizione aggiornata del centrosinistra «old style» — per intenderci, quello del patto tra Dc e Psi — non costituirebbe un bel biglietto da visita per le elezioni nazionali. Senza contare che, prima o poi, Elly Schlein dovrà scogliere il sacro mistero salernitano, spiegando una buona volta se il Pd appoggerà Vincenzo De Luca nella corsa a sindaco, se sparirà vigliaccamente dalla scheda elettorale oppure farà parte dello schieramento progressista che i Cinque Stelle stanno costruendo in opposizione all’ex governatore. Insomma, se volete arrivare in fondo a questo giallo meridionale, sappiate che siete soltanto all’inizio. E non bastano un sì o un no a indirizzare la storia. Ci vuole ben altro. Anche perché, da qui a un anno, la soluzione dell’enigma riguarderà tutti. Compreso chi, oggi, volge lo sguardo altrove.

24 marzo 2026

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