Il consenso e i passi falsi
Corriere della Sera - Cultura

Il consenso e i passi falsi

Martedì 24 marzo 2026
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Il referendum presenta il conto. E da sempre le consultazioni hanno punito chi governa

Terremoto nel governo dopo la sconfitta al referendum: si dimettono Delmastro e Bartolozzi, in bilico Santanchè. La decisione di Meloni

Il consenso e i passi falsi

Aldo Cazzullo | 24 marzo 2026

Il referendum presenta il conto. E da sempre le consultazioni hanno punito chi governa

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I governi perdono i referendum. Lo perse De Gaulle nel 1969, un anno dopo aver stravinto le legislative, con un milione di francesi che sfilavano sugli Champs-Élysées sottobraccio ad André Malraux per protestare contro il Maggio ’68. Lo perse nel 1988 Pinochet, che con l’opposizione non era tenero. Lo straperse com’è noto Renzi, ma già la riforma costituzionale di Berlusconi era stata bocciata nettamente.
Il motivo è semplice: le grandi riforme non si fanno con piccole maggioranze. E nessun governo ha il 51%. Margaret Thatcher vinse tre elezioni oscillando tra il 42 e il 43%. Angela Merkel governò per quattro mandati mai da sola, e per tre volte con i socialdemocratici. Non si capisce sinceramente come potesse arrivare al 51% Giorgia Meloni. E l’attivismo degli ultimi giorni, compresa l’ospitata da Fedez, non l’ha aiutata né a rimontare, né in prospettiva ad assorbire il colpo della sconfitta. Le dimissioni del capo di gabinetto del ministro della Giustizia Giusi Bartolozzi, che aveva accostato i magistrati a plotoni d’esecuzione, e del sottosegretario Andrea Delmastro (cosa gli è venuto in mente di aprire un ristorante in società con la figlia diciottenne di un condannato per mafia?), cui si aggiungerà probabilmente l’addio della ministra Santanchè, sono soltanto il primo segnale di difficoltà.

Si dirà: non si votava sul governo, ma su un quesito tecnico. All’evidenza, l’elettorato non l’ha interpretato così. Il referendum diventa — forse è un fatto improprio, ma è un fatto — un modo per sfogare, nella semplificazione del no, le frustrazioni e il malcontento, che sono sempre trasversali. Non a caso il no ha prevalso sia al Sud sia nelle ricche città del Centro-Nord.
Serve a poco chiedersi cosa mai abbia indotto una leader accorta come la Meloni a costruirsi da sé la trappola in cui si è infilata. Serve di più chiedersi cosa abbia senso fare ora, in quel che resta della legislatura.

Non è vero che gli italiani siano sempre contrari a qualsiasi cambiamento della Costituzione. Sono contrari a quelli imposti da una maggioranza di governo, provvisoria come ogni maggioranza. Una Costituzione che fu scritta insieme da acerrimi nemici può essere cambiata solo con un consenso ampio, in Parlamento e nel Paese. Non con un plebiscito; con un accordo. Pensare che adesso si possa e si debba andare avanti come prima, quindi a testa bassa con il premierato e con la nuova legge elettorale (che è una legge ordinaria ma impatta sul funzionamento della democrazia), significherebbe non aver compreso la lezione. Non a caso siamo l’unica democrazia al mondo che cambia sistema elettorale a seconda della convenienza della maggioranza del momento, destra o sinistra poco importa. Come non capire che solo un’intesa larga potrà salvare la riforma alla tornata successiva? Inoltre, cancellare i collegi uninominali significherebbe non rispettare il referendum del 1993: votò il 77% degli italiani, e l’82,7% si espresse per il maggioritario.
Ma dal voto del 22 e del 23 marzo hanno qualcos’altro da imparare tutte e tre i protagonisti: la maggioranza, la magistratura, l’opposizione.

Finora la presidente del Consiglio ha goduto di un consenso ampio, anche se forse non così ampio come un certo conformismo evidente nel Paese lasciava credere. Che uso ne ha fatto? Non ha commesso gravi errori in politica estera, anche se certo il legame con un tipo come Trump non la aiuta, almeno con l’opinione pubblica italiana. Ha affidato l’ordine pubblico a un tecnico di esperienza come Piantedosi, che è riuscito a chiudere gli storici centri sociali senza disastri tipo G8. Ha sterilizzato alcune spese insostenibili, dal 110 al reddito di cittadinanza generalizzato. Ma non sempre ha saputo circondarsi di una classe dirigente adeguata. Soprattutto, non ha impresso all’economia quel dinamismo e quella svolta meritocratica che aveva promesso. Ha dato l’impressione di voler piantare bandierine — compresi i centri in Albania — più che affrontare le grandi questioni del Paese. E all’evidenza il suo conservatorismo non ha parlato alla maggioranza delle giovani generazioni.

Ma sarebbe sbagliato, per la magistratura e per l’opposizione, interpretare la vittoria del No come una propria vittoria, anziché come un’assunzione di responsabilità. Perché, anche se la riforma non avrebbe inciso sui reali problemi, resta vero che in Italia la giustizia non funziona. E resta vero che costruire una maggioranza «contro» è molto più facile che costruire una maggioranza «per».
Non è affatto detto che il centrosinistra vinca le prossime politiche. La destra italiana ha riserve di voti che in questo referendum non si sono espressi, ma si esprimeranno quando si voterà alle politiche, cioè sull’economia e in particolare sulle tasse. E la sinistra italiana è l’unica forza politica al mondo che vuole aumentare le tasse ai propri elettori, il ceto medio dipendente. In realtà, lo spazio politico di qualsiasi forza progressista dovrebbe essere la protezione non solo delle classi popolari ma anche del ceto medio, che dovrà difendere il proprio lavoro dall’intelligenza artificiale e già oggi è impoverito dall’inflazione e regge quasi da solo l’intero peso fiscale. Se Schlein e Conte dovessero impostare la campagna elettorale sulle tasse, dovrebbero sapere che a pagarle non sarebbero i grandi capitali, da tempo in fuga, ma i loro potenziali elettori, compresi i pensionati che spesso mantengono i nipoti.
Ecco il grande nodo della questione: i giovani. Una generazione che sembrava perduta per la politica ha fatto il suo ingresso in campo, e l’ha fatto in modo chiaro. E in effetti il Paese al mondo che fa meno figli, che ha i salari tra i più bassi dell’Occidente, che vede i propri ragazzi più preparati fuggire all’estero senza creare le condizioni affinché chi vuole tornare possa farlo, un Paese così ha un’assoluta necessità di parlare ai suoi giovani, di predisporre piani, di stanziare risorse. Chi saprà non solo intercettare la protesta ma darle una forma e una soluzione sarà il vincitore delle prossime elezioni.

24 marzo 2026

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