Don Marco Pozza: «Non rinnego il tempo in cui ero don Spritz, così avvicinavo i giovani. I preti influencer? Oggi sono contrario ai social»
Corriere della Sera - Cultura

Don Marco Pozza: «Non rinnego il tempo in cui ero don Spritz, così avvicinavo i giovani. I preti influencer? Oggi sono contrario ai social»

Martedì 24 marzo 2026
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Il sacerdote del carcere Due Palazzi di Padova: «Mi gratificava piacere alla gente ma ho rischiato di perdermi. L'incontro con Papa Francesco mi ha cambiato»

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Don Marco Pozza: «Non rinnego il tempo in cui ero don Spritz, così avvicinavo i giovani. I preti influencer? Oggi sono contrario ai social»

di Francesca Visentin

Il sacerdote del carcere Due Palazzi di Padova: «Mi gratificava piacere alla gente ma ho rischiato di perdermi. L'incontro con Papa Francesco mi ha cambiato»

I Dieci Comandamenti nella contemporaneità, attraverso le storie di persone «che la bellezza di quelle leggi divine l’hanno scoperta quando le hanno violate». Don Marco Pozza, sacerdote vicentino di Thiene, parroco nel carcere Due Palazzi di Padova, rilegge e spiega «le tavole di Mosè» nel nuovo libro Il miele e la cipolla (San Paolo, 268 pagine, 19 euro). Una sorta di «istruzioni per l’uso» dei Dieci Comandamenti, come «bussola verso la libertà».

Don Marco Pozza, perché ha scelto di rileggere i Dieci Comandamenti?
«Mi piacerebbe dimostrare come ancora riescono a parlare al cuore delle persone e quanto sono attuali. Questo libro è nato nel Santuario di Monte Berico a Vicenza, un luogo a cui sono molto legato. Lì ho sentito la scintilla dell’ispirazione e mi sono detto “perché non ripercorrere l’avventura dei Dieci Comandamenti?” La lotta interiore resta sempre la stessa tra libertà e schiavitù: come gestire la libertà senza rimpiangere la schiavitù?»

La risposta a questo dilemma della contemporaneità?
«La vera domanda è: il mio cuore cosa chiede dalla vita? Scegliere la libertà significa anche mettere in conto il rischio, ci può essere l’errore e il fallimento: i rigori li sbaglia chi ha il coraggio di tirarli. Ma la speranza è pensare che tutto ciò che accade ha un significato, anche il male».

Lei è stato un giovane sacerdote rivoluzionario, organizzava «Il grande fratello» in parrocchia, predicava tra il popolo degli aperitivi, è stato soprannominato «Don Spritz». Rinnega quel periodo?
«Non ho mai rinnegato l’appellativo di don Spritz. Lo spritz a Padova non è solo un aperitivo, è un modo di incontrarsi, discutere, creare amicizie. Per me, vent’anni fa, era il modo per dare forma a una Chiesa che stava nelle piazze più che nelle sacrestie. Una formula che il pontificato di Papa Francesco ha consolidato e che, grazie a lui, sono riuscito a perfezionare. Senza mai scordare gli inizi del mio sacerdozio, pur imperfetti, ma sono le fondamenta di ciò che provo a vivere oggi».

Com’è oggi il suo modo di essere sacerdote?
«Ho ridisegnato i miei talenti. L’incontro con Papa Francesco nel Giubileo 2016 è stato per me la svolta, il mio punto di salvezza. Mi ha aiutato a correggere la traiettoria. A 24 anni avevo scoperto di avere dei talenti e, non lo nego, mi gratificava piacere alla gente, ma ho rischiato di perdermi. Papa Francesco mi ha fatto vedere la strada giusta e ho trovato il mio vero habitat in carcere, dieci anni fa».

Fare il parroco in carcere ha cambiato la sua vita?
«È stato un premio, una rivoluzione feconda. Mi ha aiutato a ridisegnare il mio sacerdozio. Ho trovato un microcosmo che nemmeno immaginavo, ho dedicato ore e ore di ascolto a persone che sono anche altro oltre al male, che può insinuarsi in tutti. E qualsiasi storia, se la ripulisci dal male, arriva al cuore. In carcere seguo percorsi di rinascita, sono di ispirazione. La differenza non la fa mai il tipo di struttura carceraria, ma gli incontri, le persone, il volontariato. L’arte della rieducazione, il riparare, dipende solo dalle persone».

L’incontro in carcere che l’ha più segnata?
«Sicuramente l’incontro con Donato Bilancia, serial killer autore di 17 omicidi, condannato a 13 ergastoli. Camminare con lui, accanto a lui, è stato come un dottorato a Harward. La possibilità di scendere dentro il suo abisso, vedere il male e poi assistere a come si è riaccesa in lui la nostalgia del bene, è stato emozionante e di grande ispirazione. Devo dirgli grazie. In 20 anni di galera, Bilancia ha scontato tutto, mai ricevuto nemmeno un minuto di permesso premio, è morto sulla traiettoria di Dio, sono convinto della sua conversione».

Alberto Ravagnani, Daniele Fregonese, Giovanni Gatto, Luca Favarin e altri: sono molti i sacerdoti veneti che hanno deciso di lasciare il sacerdozio. Ha avuto questa tentazione?
«Anch’io ho attraversato la solitudine. Capisco cosa significa sentirsi soli e abbandonati nella chiesa. So cosa si prova in quelle notti di profonda solitudine, senza riuscire a dormire... Ma Papa Francesco mi ha salvato, mi ha mostrato nuovi orizzonti e mi ha dato la motivazione, da quando l’ho incontrato non mi sono più sentito solo dentro la Chiesa».

Ci sono poi i preti «influencer» molto attivi sui social, come don Ambrogio Mazzai, mezzo milione di follower.
«Sono contrario ai social, non ho nemmeno whatsapp, non è il mio stile. Follower significa seguaci, ricorda una setta... Bene avere 500mila follower, ma quanti di questi poi si agganciano veramente a Dio e entrano in chiesa? Mi sembra un cortocircuito in cui “influenzare” diventa più importante di evangelizzare. I telefoni cellulari con cui si creano post e storie, hanno una telecamera rivolta a sé, riflette sé stessi, non le altre persone, questo non mi piace. Il vero esempio per me è il cardinale Pizzaballa dentro una chiesa di Gaza, con in braccio un bimbo, rappresenta Dio che combatte il male con una fionda e cinque sassi...».

Lei è maratoneta e ciclista, trova sempre tempo per lo sport?
«Lo sport è importante per il cuore e l’anima, per avere testa serena e tranquillità d’animo. È uno spazio che voglio preservare per stare meglio con me e con le altre persone».

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