I patrioti della Carta
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I patrioti della Carta

Lunedì 23 marzo 2026
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Il referendum che ferma le riforme e interroga la politica: l’onda del No nel segno di un movimento a difesa della Costituzione

Referendum: vince il No con il 53% . Schlein: «I giovani hanno fatto la differenza». Meloni: «Andiamo avanti». Affluenza al 58,9%

I patrioti della Carta

Antonio Polito | 23 marzo 2026

Il referendum che ferma le riforme e interroga la politica: l’onda del No nel segno di un movimento a difesa della Costituzione

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Chapeau. L’elettorato italiano si è dimostrato decisamente più maturo di chi ha fatto la campagna referendaria. Bollata da molti commentatori come una questione astrusa, tecnica, difficile da comprendere, la riforma della separazione delle carriere dei magistrati ha invece destato un interesse e un’affluenza fuori dal comune. All’altezza della serietà e importanza della questione di civiltà giuridica che sollevava.
Certamente l’elevata affluenza è dovuta anche alla forte politicizzazione avvenuta nell’ultima settimana. Ma, comunque, non è sovrapponibile tout court agli schieramenti partitici abituali. Ci sono stati molti elettori del centrodestra che non hanno votato Sì (sorprende soprattutto quel terzo di astenuti che le prime analisi individuano nell’elettorato tradizionale di Forza Italia, madre putativa della riforma); alla fine se Giorgia Meloni non ci avesse messo la faccia, come si dice oggi, dopo una campagna del centrodestra fin lì sgangherata e autolesionista, probabilmente la sconfitta del governo sarebbe stata anche molto più roboante. Ma ci sono stati, seppure in misura minore, anche elettori del centrosinistra che hanno votato, e perfino fatto campagna elettorale, per il Sì.

L’elemento decisivo, dunque, se si vuole uscire dal gioco dell’appropriazione indebita dei suffragi, è stato quello che potremmo chiamare un richiamo di «patriottismo costituzionale». Una tendenza, ormai consolidata nell’elettorato italiano, a maneggiare con molta prudenza la Carta del 1948.
Non è un caso se nei cinque referendum confermativi di riforme costituzionali fin qui svolti nel corso della seconda Repubblica, i tre più innovativi e perciò divisivi siano stati respinti, nonostante fossero stati proposti da chi era al governo. Si sono salvati solo la riforma del Titolo V voluta dal governo Amato nel 2001, ma in tutt’altro clima politico e con affluenze molto più basse. E la riduzione del numero dei parlamentari nel 2020, che era praticamente trasversale.

Naturalmente questo «patriottismo costituzionale» può essere interpretato anche come «conservatorismo»; o definito perfino, come ha scritto Giovanni Guzzetta, «feticismo costituzionale». In realtà gli stessi padri della Carta erano molto più aperti all’ipotesi di riforme e ammodernamenti perché consapevoli delle molte questioni lasciate aperte dall’Assemblea costituente. Anche sul tema dell’ordinamento giudiziario. «La Costituzione sarà gradualmente perfezionata… Noi stessi — i nostri figli — rimedieremo le lacune e i difetti, che esistono e sono inevitabili»: sono parole di Meuccio Ruini, il presidente della Commissione dei 75 che redasse la Carta.

Non sta andando così. Non è senza significato che ieri al tribunale di Napoli i magistrati dell’Anm abbiano accolto i risultati cantando «Bella ciao». Il riformismo costituzionale, leitmotiv della politica degli ultimi trent’anni, è stato ormai travolto dalle sonore lezioni che hanno preso tutti leader che ci hanno provato. Al punto che è facile prevedere che Giorgia Meloni e il centrodestra nasconderanno definitivamente in soffitta anche il progetto, di ben maggiore portata, del premierato.
Ma questo referendum, la prima vera vittoria della sinistra negli ultimi vent’anni, ha dimostrato anche che esiste una capacità elettorale espansiva del Campo largo, visto che ha raccolto stavolta molti più consensi di quelli che ottenne alle ultime elezioni politiche e sul Jobs Act. E che questa forza potenziale si esprime meglio intorno a un No, e a difesa della Costituzione.
Tutti i referendum costituzionali in cui la sinistra si è messa di traverso (compreso quello di Renzi) sono infatti falliti. Quasi come se questa parte politica fosse riuscita a consolidare nell’opinione pubblica un suo potere di veto. Come se la Costituzione fosse di sinistra.

È un elemento di forza indiscutibile, che può riaprire la scommessa su chi vincerà le prossime elezioni. Ma nasconde anche la vera debolezza del Campo largo, più a suo agio quando deve unirsi intorno a un No ma molto più in difficoltà quando deve dire dei Sì, e deve dirli unitariamente. Le primarie, ieri annunciate da Conte e «accettate» da Schlein, metteranno a nudo le divergenze profonde in politica estera ed economica (non è di poco conto il fatto che il Sì abbia comunque vinto nel Lombardo-Veneto).
Ma il «patriottismo costituzionale» che ha vinto ieri crea un problema molto serio alla destra, che la Costituzione non ha contribuito a scrivere, e per questo aveva un particolare bisogno di legittimazione firmandone una riforma. Quale può essere infatti ora la sua bandiera di cambiamento, la battaglia che giustifica l’appello con cui vinse le elezioni quattro anni fa a mettere fine al passato e aprire un’era nuova?

Nella gestione degli affari di governo ci si deve infatti troppo spesso acconciare al tran tran e alle convenienze. Sugli immigrati Giorgia Meloni non può fare come Trump, perché sta in Europa. In materia di bilancio e di deficit non può fare molto, per la stessa ragione. In politica internazionale è stretta tra Washington e Bruxelles, e rimpicciolita. Nell’appannamento generale del consenso per la premier (che pure nei sondaggi resta alto) c’è sicuramente anche un giudizio negativo sull’estrema prudenza con cui ha dovuto barcamenarsi di fronte alle iniziative della Casa Bianca Maga, che l’elettorato italiano giudica improvvide, pericolose e dannose per i nostri interessi, dai dazi allo Stretto di Hormuz, con conseguente aumento dei costi dell’energia e del carburante.
In che cosa allora, da qui alle prossime elezioni, Giorgia Meloni potrà presentarsi come alfiera di una nuova Italia, ora che di nuovo (e forse per sempre) «la Costituzione non si tocca»?

23 marzo 2026

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