I segnali del voto
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I segnali del voto

Lunedì 23 marzo 2026
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La vittoria è chiara, ma l’Italia resta divisa e chiede dialogo

Referendum: vince il No con il 53% . Schlein: «I giovani hanno fatto la differenza». Meloni: «Andiamo avanti». Affluenza al 58,9%

I segnali del voto

Massimo Franco | 23 marzo 2026

La vittoria è chiara, ma l’Italia resta divisa e chiede dialogo

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Il numero più significativo è il 58,9 per cento dei votanti: ben oltre un quorum peraltro non necessario. Segnala un rilancio della democrazia diretta che si temeva sarebbe stata umiliata dall’astensionismo. E sottolinea una partecipazione massiccia che legittima la vittoria del No alla riforma sulla giustizia, e la sconfitta del Sì proposto dal governo. Ha votato l’Italia, la nazione, non una minoranza.
Lo ha fatto con nettezza, ma anche con margini tali da restituire l’immagine di un Paese diviso a metà. Questo dovrebbe consigliare non solo a chi ha perso ma anche a chi ha prevalso di rispettare lo schieramento avversario; e di aprire insieme una nuova fase.
Sarà necessario cercare in Parlamento il dialogo che nei mesi passati è mancato per responsabilità trasversali. Se una lezione si può trarre da una campagna referendaria inquinata dalla strumentalità e da una deriva verbale a tratti intollerabile, è quella che nessuno è padrone dell’elettorato. L’esigenza di non soggiacere a una logica di forzature, di colpi di mano non è soltanto giusta: è indispensabile per non sprecare energie e per ricucire un tessuto sociale lacerato ma deciso a far sentire la propria voce.

Superare e non cristallizzare l’incomunicabilità tra le varie Italie è il compito di una politica che da tempo sembra avere rinunciato alla mediazione. Per il governo, è un risultato imprevisto. In poche settimane, la coalizione di Giorgia Meloni ha eroso un vantaggio che appariva incolmabile. È finita più o meno con il 53,7 ai No e il 46,3 ai Sì. Difficile dire se sia accaduto per solidarietà verso la magistratura, che di certo non gode della popolarità del passato. È più verosimile che sia scattato un riflesso protettivo nei confronti della Costituzione, della quale si sarebbero modificati sette articoli, e contro il governo.

Si può solo constatare, per ora, che il referendum evidentemente non è piaciuto, e ha segnato la prima battuta d’arresto della premier e del suo esecutivo. L’aspetto positivo è che non avrà riflessi traumatici né sul governo, né sulla legislatura. Giustamente, Giorgia Meloni ha anticipato che non si sarebbe dimessa anche in caso di risultato negativo. In una situazione internazionale disastrata, sarebbe stato irresponsabile sia farlo sia chiederle di farlo.
Il tema, ora, è come impostare l’ultimo anno prima del voto politico, prendendo atto che l’unica riforma della destra è stata bocciata. Il responso referendario dovrebbe suggerire prudenza sulla modifica del sistema elettorale, spuntata in uno degli ultimi vertici di maggioranza: da concordare, non da imporre, evitando l’ipotesi di premi in seggi che costringerebbero la Consulta a pronunciarsi. E sarà meglio maneggiare con cautela anche le altre ipotesi di riforma costituzionale. Quando ieri è stato chiesto alla presidente del Consiglio un commento sull’affluenza alta, ha risposto: «In generale la democrazia è una buona notizia».

In un video ha aggiunto che continuerà a governare rispettando il responso popolare, nonostante il rammarico. Si tratta di un segnale da apprezzare, anche da parte delle opposizioni. Pd, M5S, Avs uniti da ieri possono dire di rappresentare oltre la metà del Paese. Il loro rischio è di illudersi di poter proiettare automaticamente il responso del referendum sulle prossime elezioni politiche. Sono due terreni diversi. Elly Schlein e Giuseppe Conte sono stati uniti dal «no» contro il governo più che da un’agenda comune sulla politica estera, sull’economia, perfino sulla candidatura a Palazzo Chigi.

Sarebbe sconfortante se, sull’onda del risultato conseguito, i vincitori pensassero di assecondare e usare le componenti più radicali della magistratura, e viceversa. Se il successo nel referendum inaugura una nuova fase, la apre per tutti: anche per il potere giudiziario e i suoi sostenitori, che ieri in alcune realtà hanno avuto reazioni poco misurate. I problemi che hanno portato alla consultazione rimangono intatti. E dovranno essere risolti non con un supplemento di scontro e di ritorsioni. Le vittorie, se vogliono rimanere tali, richiedono senso di responsabilità e apertura nei confronti degli sconfitti.

23 marzo 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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