«Selvaggi a Noto», la mostra nata da un viaggio di dieci giorni in una masseria in disuso: «L'arte allo stato brado»
Corriere della Sera - Cultura

«Selvaggi a Noto», la mostra nata da un viaggio di dieci giorni in una masseria in disuso: «L'arte allo stato brado»

Lunedì 23 marzo 2026
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Il percorso multimediale organizzato dall’associazione Controcorrente e visibile fino al 31 marzo con ingresso gratuito da Alchemilla a Palazzo Vizzani, in via Santo Stefano 43

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«Selvaggi a Noto», la mostra nata da un viaggio di dieci giorni in una masseria in disuso: «L'arte allo stato brado»

di Piero Di Domenico

Il percorso multimediale organizzato dall’associazione Controcorrente e visibile fino al 31 marzo con ingresso gratuito da Alchemilla a Palazzo Vizzani, in via Santo Stefano 43

È l’estate del 2024 quando Zheng Ningyuan, Claudio Corsello, Alessandro Ferri, Greta Guerrieri, Jimmy Milani, Fulvio Chimento e Carlotta Minarelli, artisti, registi e curatori di varie generazioni, trascorrono dieci giorni in una masseria in disuso.  A pochi passi da Noto Antica, distrutta dal terremoto del 1693, distante pochi chilometri dalla Noto barocca che venne ricostruita con i criteri antisismici dell’epoca. 

Pochi comfort che li inducono ad autodefinirsi «selvaggi», per un soggiorno non finalizzato alla produzione di opere ma volto a conoscersi e a esplorare un ambiente affascinante e impervio. 

«Nessuno di noi ha recitato - racconta il critico e curatore Fulvio Chimento - ma Zheng, che è un regista che vive da anni a Bologna, ha ripreso tutto senza una sceneggiatura. Una volta tornati a Bologna è lui che ha montato tutto, trovando un senso attraverso i nostri dialoghi. Ha creato il filo conduttore del terremoto coinvolgendo scienziati dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia di Bologna, seguendoli nei monitoraggi che fanno sull’Appennino, nel lago di Castel dell’Alpi. 

A Noto c’è un gruppo di artisti ricercatori esistenziali, sull’Appennino c’è un gruppo di scienziati. Nel frattempo, nelle ricerche all’interno della masseria abbiamo iniziato a trovare fototessere di qualcuno che aveva abitato lì. Così Zheng ha operato il collegamento con una figura interpretata da Monica Cuoghi, di Cuoghi e Corsello, che non era potuta venire in Sicilia. Una fotografa che sviluppa una foto che è il ritratto di tutti gli artisti che hanno partecipato al progetto, comprese le 3 immagini delle fototessere». 

Nel settembre dello stesso anno il regista italo-irlandese Ryan William Harris è stato chiamato a proporre una sua interpretazione del luogo attraverso il cortometraggio «Amorimì». L’elemento che accomuna gli sguardi di tutti gli artisti coinvolti sono le evidenze di quel terribile terremoto che nel gennaio 1693 ha messo in ginocchio la Sicilia Orientale. 

Da tutto il contesto è scaturito il percorso multimediale «Selvaggi a Noto», organizzato dall’associazione Controcorrente e visibile fino al 31 marzo con ingresso gratuito (inaugurazione il 20 marzo alle 18) da Alchemilla a Palazzo Vizzani, in via Santo Stefano 43. Il primo tassello è il video di un convegno scientifico dei vulcanologi sul sisma del 1693 che è uno dei più studiati in Italia. Il terremoto, continua Chimento, «è qualcosa che unisce tutta l’Italia appenninica e ognuno di noi ha ricordi legati a questa esperienza. Durante la mostra il tema sarà approfondito con dei talk». 

Nelle stanze del cinquecentesco palazzo la seconda tappa è il film di circa due ore «Sonniveglia» del cinese Zheng Ningyuan, vincitore del «Premio Mutti» 2025 del festival «Visioni Italiane». Un film d’artista da cui, aggiunge Chimento, «traspare l’humus creativo, l’arte allo stato brado, da cui possono nascere progetti o anche no». «Quando eravamo in Sicilia - aggiunge Zheng - non c’era l’idea di avere una narrazione. All’inizio abbiamo esplorato, poi le chiacchierate quotidiane sono diventate scene cinematografiche, come in un film pensato. Mi interessava il corpo negli spazi, anche per arrivare a riflettere su come percepiamo le immagini. Per me è una ricerca sul linguaggio, anche sul rapporto tra fiction e non fiction». 

A seguire, nel percorso, frammenti del film che scorrono come in un’installazione ambientale e in una stanza vuota suoni raccolti da Claudio Corsello e rielaborati da un algoritmo. Poi il video finale con Monica Cuoghi e una camera oscura, in cui vengono sviluppate delle foto illuminate dalla luce di un fiammifero. 

Per il writer bolognese Alessandro Ferri, in arte Dado, è interessante avere un «filmato che è un documento e poi un dispositivo che è una restituzione. Operando un ribaltamento esplicito, che è quello di far arrivare un suono che fornisce un altro senso alle immagini. Ci sono un pensiero logico e uno laterale, la narrazione inizia in una maniera e finisce in un’altra ma non sta nei contenuti”».

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