Federico Basso: «Ho fatto il montatore per i telegiornali e vivo senza auto, da bimbo avevo la sindrome di Garrone e ho l'ossessione del decluttering. Da sempre battute sul cognome»
Corriere della Sera - Cultura

Federico Basso: «Ho fatto il montatore per i telegiornali e vivo senza auto, da bimbo avevo la sindrome di Garrone e ho l'ossessione del decluttering. Da sempre battute sul cognome»

Lunedì 23 marzo 2026
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Il 24 marzo al Teatro Celebrazioni di Bologna «Profilo Basso», lo spettacolo che il comico ha costruito sulle piccole grandi assurdità della vita quotidiana: «Sono perito elettronico. Non c’entra niente con quello che faccio oggi, quindi il messaggio agli studenti è di stare tranquilli, la vita vi riserverà sorprese»

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Federico Basso: «Ho fatto il montatore per i telegiornali e vivo senza auto, da bimbo avevo la sindrome di Garrone e ho l'ossessione del decluttering. Da sempre battute sul cognome»

di Vittoria Melchioni

Il 24 marzo al Teatro Celebrazioni di Bologna «Profilo Basso», lo spettacolo che il comico ha costruito sulle piccole grandi assurdità della vita quotidiana: «Sono perito elettronico. Non c’entra niente con quello che faccio oggi, quindi il messaggio agli studenti è di stare tranquilli, la vita vi riserverà sorprese»

Il comico torinese Federico Basso (credit EraCrea Art)

Il 24 marzo arriva al Teatro Celebrazioni di Bologna «Profilo Basso», lo spettacolo che Federico Basso, comico torinese, ha costruito sulle piccole grandi assurdità della vita quotidiana. E sulla città scherza già con affetto: da «ansioso della macchina» e pedone convinto, confessa di essere favorevole ai 30 chilometri orari. Del resto, la sua comicità funziona così: parte da dettagli apparentemente minimi e li trasforma in un terreno comune in cui il pubblico si riconosce subito. 

Prima del palco, però, c’è stato un percorso meno scontato: dagli studi tecnici al lavoro dietro le quinte in televisione come montatore per i telegiornali, fino alla scelta di passare davanti alla telecamera. Lo abbiamo incontrato per ripercorrere la sua carriera, tra passato, presente e piccole ossessioni quotidiane.

Quando ha capito che la comicità poteva diventare un lavoro?
«Quando sono salito la prima volta sul palco la gente ha cominciato a ridere e ho capito che potevo avere il controllo su ciò che stavo dicendo. Un po’ come un prestigiatore che prova i trucchi in cameretta e poi li porta davanti a una platea: vedi lo stupore e pensi che, se è replicabile, allora vale la pena approfondire e magari farlo diventare un lavoro».

Da bambino era già quello più simpatico della classe o è una cosa che ha costruito?
«No, da bambino avevo la “sindrome di Garrone”: ero il più alto e il più grosso, quindi ero già al centro dell’attenzione involontariamente. Cercavo in tutti i modi di sparire, stavo in ultima fila e mi andava benissimo così. Non ho mai imitato i professori, cosa tipica nei racconti dei comici. Io facevo già fatica a seguire le lezioni».

Che scuola ha fatto?
«Ho fatto l’Itis, sono perito elettronico. Non c’entra niente con quello che faccio oggi, quindi il messaggio agli studenti è: state tranquilli, la vita vi riserverà molte sorprese».

Quanto le è servito il percorso fuori dal palco per diventare il comico che è oggi?
«Molto. Ogni esperienza serve. Anche un diploma tecnico mi ha dato un’impostazione razionale nella scrittura delle battute. E poi l’educazione al lavoro che mi hanno trasmesso i miei genitori: ho sempre trattato la comicità come un lavoro. Il passaggio vero è stato quando da hobby è diventata la mia fonte di sostentamento».

Ha lavorato anche dietro le quinte in TV: che esperienza è stata?
«Facevo il montatore per i telegiornali, quindi frequentavo la televisione ma da una posizione molto marginale, un po’ come stare in ultima fila a scuola. Però mi ha permesso di capirne i meccanismi e i tempi. E ho avuto anche il sostegno dei colleghi quando ho deciso di passare davanti alla telecamera: mi dicevano che avrei dovuto farlo prima».

Si rivede nei suoi primi spettacoli?
«Sì, e provo anche una certa tenerezza. Avevo coraggio a salire sul palco con così poca esperienza. Oggi è cambiato tutto: linguaggio, temi, sensibilità. Alcune battute di vent’anni fa oggi non sarebbero più proponibili».

Non trova che oggi ci siano troppi limiti alla comicità?
«Il problema non è tanto il linguaggio, quanto la decontestualizzazione. È come leggere una notizia vecchia e commentarla come se fosse attuale. Sui social succede spesso: si perde il contesto».

Lei ha sempre avuto uno stile elegante: la comicità provocatoria è ancora una strada valida?
«È una scelta personale. La comicità è come un condominio: c’è chi litiga e chi vive tranquillo. Io, da piemontese trapiantato a Milano, non sono portato a cercare polemiche. Preferisco una vita tranquilla, anche nella comicità».

C’è un episodio della sua vita diventato materiale perfetto per il palco?
«Quasi tutti. Prendo la quotidianità e la porto sul palco. Anche cose semplici come la spesa al supermercato: il senso di colpa quando entri con la borsa di un altro supermercato o l’abitudine di prendere sempre il prodotto in fondo allo scaffale. Quando scopri che il pubblico si riconosce, è la cosa più bella».

Qual è la sua più grande ossessione quotidiana?
«In questo periodo il decluttering: sto cercando di mantenere la scrivania perfettamente in ordine. È la mia isola felice».

Quanto è difficile oggi far ridere al tempo dei social?
«Non è difficile far ridere, è difficile ottenere attenzione. I tempi si sono accorciati. I social però sono un ottimo laboratorio: testo idee brevi e, se funzionano, le sviluppo per il palco».

Da spettatore, cosa la fa ridere?
«Molto YouTube. Mi piace poter scegliere, recuperare contenuti, anche storici. Per esempio, gli sketch di Sandra e Raimondo: per me Raimondo Vianello resta inarrivabile».

C’è un tema che non ha ancora affrontato ma vorrebbe portare sul palco?
«Ormai no, perché posso testare subito le idee sui social. Scrivo, lascio decantare e poi provo. Sono il primo censore di me stesso».

Veniamo allo spettacolo: che cosa porterà sul palco e ci sarà anche qualche battuta dedicata alla città, magari sui 30 km all’ora?
«Io, da ansioso della macchina, non posso che essere favorevole ai 30 km all’ora, anche perché poi stanno facendo proseliti in altre città. Ho fatto il 90 per cento della mia vita da pedone e l’altro 10 per cento sui mezzi pubblici, perché non ho la macchina. Quindi questa vicenda la vivo soprattutto dall’altra parte, da pedone. Il mio spettacolo è una serie di osservazioni sulla mia vita quotidiana, sulla mia esistenza, che vorrei condividere con il pubblico e far sì che loro possano sentirsi coinvolti. Non ho la pretesa di cambiare le persone, ma semplicemente di intrattenerle per un paio d’ore. Se qualcuno esce dal teatro dicendo: “Ah, è successo anche a me, pensavo di essere l’unico”, allora la mia missione è compiuta».

Chiudiamo con una curiosità: quante battute le fanno sul cognome «Basso»?
«Tantissime, da sempre. C’è chi pensa sia un nome d’arte, chi fa paragoni con la sua altezza, chi mi dice che non ci sto nei selfie. Ma la cosa che mi fa sempre sorridere è chi pensa di essere il primo a farmi questa battuta».

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