L'uomo che rinsegna ai torinesi a camminare. Roberto Vietti: «Cercavo su WhatsApp compagni per passeggiate. Oggi siamo 2 mila»
Corriere della Sera - Cultura

L'uomo che rinsegna ai torinesi a camminare. Roberto Vietti: «Cercavo su WhatsApp compagni per passeggiate. Oggi siamo 2 mila»

Lunedì 23 marzo 2026
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Fotografo e videomaker torinese, con la «Psicogeografia anima tre gruppi e 2 mila appassionati. Una cinquantina li trovate il sabato mattina a spasso per Aurora o Barriera di Milano. Turismo urbano? «No, è molto di più»

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L'uomo che rinsegna ai torinesi a camminare. Roberto Vietti: «Cercavo su WhatsApp compagni per passeggiate. Oggi siamo 2 mila»

di Dario Basile

Fotografo e videomaker torinese, con la «Psicogeografia anima tre gruppi e 2 mila appassionati. Una cinquantina li trovate il sabato mattina a spasso per Aurora o Barriera di Milano. Turismo urbano? «No, è molto di più»

In un’epoca dominata dalla velocità e dall’individualismo, un gesto semplice come quello di camminare insieme per le vie di un quartiere può apparire rivoluzionario. La camminata collettiva può, infatti, avere un grande potere trasformativo per la città e per i suoi abitanti. L’associazione «Solo Cose Belle APS» ha creato una rete di camminatori urbani che praticano un’attività che va ben oltre il semplice esercizio fisico. Camminare come strumento di riscoperta territoriale, connessione sociale e riflessione politica sullo spazio pubblico. Una storia che dimostra come le pratiche più semplici possano generare cambiamenti profondi nella percezione e nell’uso della città. Ma partiamo dall’inizio.

Se prima aeravamo in sei...

Roberto Vietti, fotografo e videomaker, torna a Torino dopo un’esperienza lavorativa di quattro anni a Milano. Avendo deciso di smettere di fumare e di dare una svolta salutista alla sua vita, nel novembre del 2022 crea un semplice gruppo pubblico su WhatsApp chiamato «Escursioni», pensando di trovare cinque o sei persone con cui andare a camminare il sabato mattina in montagna o nelle colline torinesi. Dopo qualche passeggiata montana si decide di puntare sulle camminate in città e, inaspettatamente, il gruppo cresce rapidamente. Dalle cinque-sei persone iniziali si arriva 50, poi a 500, fino a superare il limite di 1.024 persone consentito da WhatsApp. «Questa cosa mi è completamente sfuggita di mano», ammette Vietti. 

Duemila appassionati

Attualmente i gruppi sono tre, per un totale di circa 2 mila persone coinvolte. Nasce così l’esigenza di fondare un’associazione per gestire e animare le camminate. A ispirare gli organizzatori è la «psicogeografia», una tecnica del corpo nata con delle avanguardie artistiche degli anni Cinquanta, che indaga lo spazio urbano percorrendolo a piedi. Durante il periodo milanese, Vietti aveva iniziato ad applicare questi principi, comprando una mappa della città e segnando i luoghi che lo colpivano emotivamente, non per la loro bellezza oggettiva ma per il loro impatto personale. Camminare insieme, a passo lento, è un modo alternativo di conoscere ed esplorare i centri urbani. È un esercizio che può aiutare un torinese a osservare la città con uno sguardo differente e a chi viene da fuori di esplorare luoghi lontani dai classici itinerari turistici. I partecipanti alle escursioni urbane sono estremamente eterogenei. Racconta Vietti: «Abbiamo dallo studente fuori sede venuto dall’Umbria che vuole scoprire il territorio dove studia, ai sessantenni e settantenni torinesi». Questa varietà è una delle caratteristiche più apprezzate dell’iniziativa, che riesce a creare ponti generazionali e sociali attraverso l’esperienza condivisa del camminare. C’è voglia di esplorare, di conoscere ma anche, e forse soprattutto, di stare insieme.

La camminata è democratica

 ‎Il camminare, inoltre, è una pratica che permette l’incontro alla pari: «Non è importante il vestito, si cammina insieme e l’atto del camminare invoglia le persone a chiacchierare». L’obiettivo non è turistico ma di scoperta, anche per gli autoctoni. Come le camminate di sabato mattina ad Aurora o in Barriera di Milano con cinquanta persone. Vietti racconta che gli abitanti spesso domandano: «Perché venite a camminare qui?», come non ci fosse nulla di interessante da vedere. Queste domande generano dialoghi che mettono in discussione le percezioni sui quartieri e aiutano a comprendere che ogni parte della città è importante come le altre. Ma non solo. «Nascono contatti, le persone scoprono realtà culturali e sociali, iniziano a frequentare teatri, sono anche nate collaborazioni di lavoro. La cosa più bella per noi è scoprire, a distanza di mesi, che grazie a una camminata le persone hanno cominciato a frequentare uno spazio che non conoscevano». Se è normale passare una giornata in montagna, meno comune è decidere di fare una camminata nel quartiere Vanchiglia o alle Vallette. «Con la scusa che c’è un’organizzazione dietro, le persone si sentono motivate a fare qualcosa che da sole non farebbero mai». L’obiettivo è quello di spingere le persone a praticare le camminate autonomamente nell’arco di tutta la settimana. Magari scegliendo una strada differente nel percorso tra casa e lavoro. Camminare vuol dire occupare uno spazio urbano con il proprio corpo, far capire che le strade non sono destinate esclusivamente alle auto. La pratica del camminare può essere contagiosa. ‎Vedere gruppi di persone camminare può ispirare altri a fare altrettanto, creando un effetto moltiplicatore della pratica. L’esperienza torinese dimostra che la trasformazione sociale può nascere da semplici gesti quotidiani e pratiche accessibili a tutti. Così un’idea all’apparenza banale può trasformarsi in un movimento significativo. Camminare, andare piano, perdere tempo, perdersi nella città, alzare lo sguardo dallo smartphone per osservare gli edifici e la vita delle persone rappresenta una forma di resistenza dolce alla frenesia contemporanea, un invito a riappropriarsi dello spazio pubblico e del tempo personale.

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