Mai litigare davanti ai figli, fa male a loro ma anche a voi
Corriere della Sera - Cultura

Mai litigare davanti ai figli, fa male a loro ma anche a voi

Domenica 22 marzo 2026
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La posta del cuore del Corrmezz, le lettere di Elena e Patrizia

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Mai litigare davanti ai figli, fa male a loro ma anche a voi

di Candida Morvillo

La posta del cuore del Corrmezz, le lettere di Elena e Patrizia

Cara Candida, sono la mamma di due figli di 13 e 16 anni. Ti scrivo perché in casa nostra non c’è solo un problema educativo: c’è una crisi di coppia che sta nascendo proprio da lì. Io e mio marito sui figli abbiamo idee opposte. Io sono quella delle regole: orari, compiti prima, telefono dopo, una cosa alla volta. Lui invece è quello «simpatico»: «Dai, lasciali», «sono ragazzi», «non facciamo drammi». Il risultato è che io passo per sergente e lui per santo. E naturalmente i ragazzi hanno capito: se chiedono a me e dico no, vanno da lui. Lui dice sì e poi mi guarda come per dire «sei pesante». Io a quel punto esplodo e divento davvero pesante. Esempio uno: mio figlio di 13 doveva studiare, ha fatto finta, poi è andato dal padre: «Mamma mi stressa». Mio marito: «Dai, lascialo stare», e gli ha dato il telefono. Risultato: interrogazione disastrosa. Colpa: mia. Perché «lo metto sotto pressione». Esempio due: mia figlia di 16 ha chiesto di rientrare tardi. Io ho detto no. Mio marito le ha scritto di nascosto: «Va bene, ma dimmi quando arrivi». Quando l’ho scoperto, lui mi ha detto che sono controllante. Io gli ho detto che mi scavalca. Abbiamo litigato davanti a loro. E i ragazzi ci guardavano come si guarda una serie tv. Io non mi sento più sua moglie: mi sento la sua antagonista. E lui non mi difende mai, anzi mi corregge, mi delegittima. La sera, quando i ragazzi finalmente dormono, io non ho più voglia di parlare con lui, figuriamoci di avvicinarmi. Stiamo crescendo i figli e perdendo noi. Dimmi: come si fa a non diventare «la cattiva» e, allo stesso tempo, a non perdere il marito?
Elena

Cara Elena, il problema non è passare per «cattiva», ma è che non siete più una squadra. E quando una coppia diventa avversaria davanti ai figli, non c’è uno che vince e uno che perde, ma perdono tutti. La prima cosa da fare, ovviamente, è tenere fuori i ragazzi dalle discussioni. Offrire lo spettacolo del vostro disaccordo è la cosa più diseducativa che possano fare un padre e una madre. In attesa di risolvere la situazione alla radice, serve anzitutto un «patto ponte», semplice ma ferreo: in pubblico (cioè davanti ai figli) i genitori non discutono mai. Mai. Se uno dice no e l’altro trasforma il no in un sì, se ne parla in privato. Dopodiché, siccome l’unica vera regola sana è che i genitori parlino con una voce sola, urge trovare una sintesi delle vostre posizioni. Vi state delegittimando a vicenda e vi state mortificando a vicenda. Il vostro conflitto è profondo perché avete visioni opposte e perché fra voi c’è ormai una disistima reciproca. Non serve ricordare che, senza stima, l’amore finisce e finiscono i matrimoni. Vi serve un aiuto esterno e qualificato. Potete farcela da soli solo se ripartite dall’amore, se ognuno è in grado di accogliere il bisogno dell’altro e riconoscerlo senza giudicarlo: il bisogno di tuo marito di essere amato dai figli, e il tuo bisogno di essere amata per i no dolorosi ma necessari che ti imponi di dire. Il conflitto sta facendo disamorare voi, ma soprattutto sta producendo figli che non rispettano i genitori, le regole, gli adulti e, in definitiva, hanno solo l’egoismo come bussola.

Il letto è un luogo sacro e non un ufficio per lavorare

Cara Candida, perdonami se ti scrivo per un problema tragicomico: da quando fa smartworking, mio marito ha deciso che la camera matrimoniale è una specie di coworking domestico. Lui lavora «un attimo» dal letto, legge «un attimo» dal letto, guarda «un attimo» le notizie dal letto. Il suo «attimo» dura giornate intere. Io entro e lo trovo lì, in posizione Buddha, con briciole di taralli, computer, occhiali, telecomando, cavi, tazza del tè. Sembra il campo base dell’Everest. Il letto, che per me era il luogo del riposo e dell’intimità, è diventato un ufficio. L’altro giorno mi sono infilata sotto le lenzuola e ho sentito qualcosa di duro. Era il mouse. Mio marito ha detto: «Ah, scusa, non l’avevo visto». Come se il mouse fosse un animale selvatico entrato da solo. Ho pure trovato una graffetta nel piumone. Ho avuto un flash: la prossima volta mi sveglio con delle forbici piantate in una costola. Gli ho detto che il letto è un letto. Mi ha risposto «sei rigida», «vuoi controllare tutto», e che «è comodo». Io vorrei solo non dormire in un ufficio. E, soprattutto, vorrei che quel posto tornasse a essere un posto di coppia, non la sede legale della sua pigrizia. Che devo fare? Devo divorziare per abuso di letto?
Patrizia

Cara Patrizia, divorziare è prematuro. Però, potresti spiegare a tuo marito che convivere significa stabilire regole comuni di condivisione degli spazi e nulla è più condiviso del letto matrimoniale. Per cui, sul talamo coniugale, le regole vanno stabilite insieme senza se e senza ma. Comprendo l’euforia del tuo consorte rispetto alla sorpresa di ritrovarsi a casa tutto il giorno potendo lavorare comodamente dal letto, ma alla lunga credo che non beneficerà neanche il lavoro. Il tema è che il vostro letto è diventato un ring dove uno vuole imporre all’altro il suo punto di vista. Le derive possono essere gravi e anche prevedibili. Io spiegherei a tuo marito che il letto è il luogo sacro dove una coppia torna ogni giorno a scegliersi; se uno ci porta dentro il Pc, i taralli e l’ansia del mondo, poi non deve stupirsi se l’intimità sparisce. Non solo per motivi igienici, o per il timore di trovarsi infilzati da una graffetta, ma perché ci state combattendo una guerra di potere che non c’entra nulla con il mouse, ma c’entra molto con il rispetto reciproco.

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