Leo Genovese a Bergamo Jazz: «Lascia l'Argentina per gli Stati Uniti perché volevo stare vicino alle sorgenti della musica che amo»
Corriere della Sera - Cultura

Leo Genovese a Bergamo Jazz: «Lascia l'Argentina per gli Stati Uniti perché volevo stare vicino alle sorgenti della musica che amo»

Domenica 22 marzo 2026
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Doppia esibizione del pianista nella giornata di chiusura del festival, la sera sarà in duo con Joe Lovano: «La musica può cambiare il mondo»

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Leo Genovese a Bergamo Jazz: «Lascia l'Argentina per gli Stati Uniti perché volevo stare vicino alle sorgenti della musica che amo»

di Luigi Radassao

Doppia esibizione del pianista nella giornata di chiusura del festival, la sera sarà in duo con Joe Lovano: «La musica può cambiare il mondo»

Leo Genovese, 47 anni

Il pianista argentino classe 1979, Leo Genovese, di nonno siciliano, questa mattina 22 marzo aprirà l’ultima giornata di Bergamo Jazz, in piano-solo (Aula Picta, Palazzo Vescovile, ore 11), e la sera lo chiuderà, nell’ensemble di Joe Lovano (Teatro Donizetti, ore 20.30). Genovese ha studiato musica classica all’Università di Rosario e nel 2001 si è trasferito negli Stati Uniti, dove si è laureato al Berklee College of Music. Portatore sano di una smodata creatività, vanta collaborazioni con Wayne Shorter, Esperanza Spalding, George Garzone, Jason Palmer, Jack DeJohnette e il gruppo rock dei Mars Volta.


Come ha scoperto il jazz?


«Sono cresciuto in mezzo al nulla, ma ho sempre ascoltato musiche diverse: la classica, il blues, il rock ‘n’ roll, il folk. Da giovane ascoltavo i musicisti locali e imparavo a orecchio. La passione per il jazz mi è arrivata anche da una rivista italiana, Musica Jazz, che stranamente arrivava in un’edicola della città. Non ne perdevo un numero e divoravo i dischi allegati. Ancora ricordo l’impressione straordinaria che mi fece il cd di Michel Petrucciani».


Quando ha lasciato l’Argentina?


«Quando ho deciso che la musica che volevo suonare era il jazz. Per me gli Stati Uniti sono principalmente una scuola, il luogo dove il jazz è nato. Volevo stare il più vicino possibile alle sorgenti della musica che amo. Non è sempre facile essere uno straniero in Usa, ma il magma musicale che ribolle qui è unico».


Nella sua prima a Bergamo sarà da solo.


«Non mi sento mai da solo: le persone che amo, i musicisti che ascolto sono sempre al mio fianco. Un vecchio amico mi ripeteva che, quando si suona, si suona sempre in trio, che sia in una big-band o in solitaria. Una trinità un po’ mistica, in cui però mi ritrovo. Non organizzo in anticipo la mia improvvisazione; penso piuttosto al contesto, al luogo, al pubblico davanti al quale mi esibirò. Un po’ come nella musica indiana, dove ogni Raga è pensato per diverse fasi della giornata».


La sera suonerà con Joe Lovano. Situazione all’opposto: un ensemble allargato.


«La mia attitudine non cambia: si tratta sempre di entrare in connessione con gli altri, pubblico e musicisti. Con Lovano è tutto semplice: è stato il mio insegnante alla Berklee e ho suonato con lui in molti progetti, tra cui lo Spring Quartet con Esperanza Spalding. È un musicista unico, con un carisma fortissimo. Sono fortunato: stando al suo fianco imparo ancora tantissime cose».


Lei porta con sé anche la lezione di Wayne Shorter, altro sax tenore con cui ha collaborato.


«Shorter possedeva tutte le doti che una persona possa avere, come musicista e come uomo. Era uno strumentista, un compositore e un filosofo profondo, coerente, ispirato, generoso. Un esempio per tutti. Ci ha lasciato un’eredità di valore inestimabile, non solo musicale. Quando cerco risposte a questioni importanti, chiudo gli occhi e penso a lui».


Esperanza Spalding è molto impegnata in progetti sociali. Anche lei pensa che la musica possa cambiare il mondo?


«Certo. Lo cambia ogni giorno. L’energia positiva, come quella della musica, por

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