Piero Chiambretti ricorda la madre morta di Covid: «Noi due cresciuti insieme. Le madri non dovrebbero morire mai. Le comprai una casa»
A sei anni dalla scomparsa per Covid, il presentatore racconta Felicita che l’ha cresciuto, sola, nell’amore
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Piero Chiambretti ricorda la madre morta di Covid: «Noi due cresciuti insieme. Le madri non dovrebbero morire mai. Le comprai una casa»
di Paola StroppianaA sei anni dalla scomparsa per Covid, il presentatore racconta Felicita che l’ha cresciuto, sola, nell’amore
Incontriamo Piero Chiambretti nella sua casa torinese, a sei anni dalla primavera del 2020, un periodo che ha segnato profondamente la sua vita e, in misura diversa ma egualmente drammatica, la vita di tutti. Nel marzo di quell’anno, durante la prima ondata del Covid, la madre di Chiambretti, la signora Felicita, scomparve drammaticamente dopo aver contratto il virus, mentre lui stesso era ricoverato nello stesso ospedale in condizioni critiche, per lo stesso motivo. Come un destino dalla trama dolorosa, quei momenti hanno rappresentato uno struggente passaggio di testimone. Felicita, donna creativa ed eclettica, ha lasciato un’impronta profonda nella vita del figlio non solo da un punto di vista affettivo: è stato per lui un esempio di coraggio, dignità, capacità di reinventarsi. Oggi Chiambretti racconta quel periodo e il rapporto con sua madre con la lucidità di chi deve fare i conti con il dolore della perdita e la dolcezza del ricordo.
Riavvolgiamo il nastro al marzo 2020: come ha vissuto quei primi giorni del Covid, quando sua madre si è ammalata e anche lei è stato ricoverato in ospedale?
«È stata un’esperienza surreale, in cui il tempo e la realtà sembravano sospesi. Non si sapeva molto su questo virus e per chi, come me, era finito in ospedale, la sensazione era quella di essere in guerra: una battaglia contro qualcosa di invisibile e implacabile. La morte di mia madre Felicita è stata un colpo durissimo, un’esperienza che mi ha segnato profondamente. Il dolore non è diminuito, anzi. Si impara a conviverci, a integrarlo nella quotidianità. Si nasce figli, poi, nel mio caso, si diventa padri, ma le madri sono sempre un universo a parte. Lo dico sempre: le madri non dovrebbero morire mai».
Come descriverebbe Felicita?
«Mia madre è sempre stata giovane, sia anagraficamente che di spirito: mi ha avuto a diciannove anni, all’epoca ancora minorenne, è cresciuta insieme a me. Nel tempo il nostro rapporto è stato un interscambio continuo, a volte era difficile distinguere chi fosse davvero la madre e chi il figlio. Negli anni Cinquanta- Sessanta i preconcetti sociali rendevano complicato il rapporto con gli altri, specialmente per me che non avevo un padre: a scuola mi chiedevano spesso “dov’è tuo padre?”, e non sapevo cosa rispondere. Allo stesso tempo mia madre doveva affrontare il mondo del lavoro senza rivelare di avere un figlio senza un marito. Questo silenzio condiviso su un tema così delicato, che non abbiamo mai sentito il bisogno di infrangere, ha creato un collante fortissimo tra noi. La sua dignità e la sua indipendenza sono stati per me un esempio fondamentale, un modello di come affrontare la vita con coraggio e coerenza».
Sua madre ha pubblicato ben cinque volumi di poesie raccolti sotto il titolo «Farfalle di verso»: leggendo i suoi componimenti ha scoperto qualcosa di nuovo su di lei?
«Sì, molto più di quanto avrei potuto immaginare. Non avevamo bisogno di parlare per capirci: ci guardavamo negli occhi, e questo era sufficiente. Ma nelle sue poesie tutto ciò che aveva dentro, anche di estremamente doloroso, si è espresso pienamente: sofferenza, malinconia, speranza, desiderio di bellezza. I ricavi della vendita di questi libri sono stati destinati a ospedali e istituzioni torinesi: per noi non si trattava di lucro o di vanità, ma di condividere qualcosa di significativo».
Tra i suoi componimenti uno è dedicato a lei…
«Sì, è uno solo, e si intitola “Amore”: “Chiamo madre colei che mi generò, mi attaccò al seno, mi cullò. Non chiamo padre colui che mi generò, non amandomi mi abbandonò. Chiamo figlio colui che per amore non fece domande, non pretese risposte. Non si raffrontò con la codardia malcelata di un volto senza nome”».
Com’è stata la sua reazione all’inizio della sua fortunata carriera? Sua madre l’ha sostenuta?
«Mia madre mi ha sempre appoggiato. A Torino, allora, le opzioni per chi usciva da scuola con il pezzo di carta erano limitate: o Fiat o banca. Io invece desideravo intraprendere un percorso creativo, qualcosa in cui potessi esprimere le mie idee. Mia madre mi ha sempre detto: “fai ciò che senti”, senza mai farmi pesare le difficoltà che avrei potuto incontrare, senza giudicare».
E con i primi guadagni ha ricambiato la fiducia di sua madre…
«La prima cosa che ho fatto è stata quella di comprarle una casa, prima ancora che per me. L’ho anche spinta a licenziarsi dall’impiego nell’agenzia di assicurazioni per cui ha lavorato per più di tre decenni. Aveva sessant’anni, è sempre stata energica e la sua prima domanda è stata: “Ma io adesso che cosa faccio?”.
Non si è persa d’animo, immagino…
«Dopo poco si è iscritta a corsi di pianoforte, di shiatsu, ha iniziato a scrivere poesie, alcune delle quali sono state selezionate in concorsi internazionali — ha anche vinto un premio —, ha scritto testi di canzoni in inglese: ha persino partecipato al Fringe Festival di Edimburgo! È stato incredibile: Mia madre ha sempre avuto un mondo creativo dentro di sé, nella sua seconda vita ha trovato il modo per esprimersi completamente».
Cosa ha imparato da sua madre come genitore nell’educazione di sua figlia Margherita?
«Un’educazione come quella che ho ricevuto non può che lasciare segni profondi, che restano tutta la vita. Essendo io padre e non avendo avuto un padre, so cosa manca a un figlio: sicurezza, esempio, senso del dovere, rispetto, capacità di affrontare la vita. Cerco di trasmettere questi valori a mia figlia, sapendo che ciascuno deve poi costruire il proprio carattere e la propria visione del mondo. Poi, certo, ci vuole anche fortuna: ci sono famiglie meravigliose con figli in difficoltà e altre con situazioni complesse e bambini straordinari».
In questi anni ha trovato immagini o racconti capaci di aiutarla a elaborare il senso della perdita, ce n’è uno che l’ha colpita in modo particolare?
«Coco, il film Disney-Pixar del 2017 ispirato alla tradizione messicana del Día de Muertos, mi ha mostrato una festa in cui i morti vengono davvero ricordati dai vivi, molto diversa dal nostro modo più triste e silenzioso di vivere il giorno dei defunti. Non è solo una celebrazione colorata: è l’idea che la famiglia continui a esistere nel tempo perché si mantiene viva la memoria di chi non c’è più: chi amiamo resta con noi finché lo ricordiamo».
Se potesse rivederla, cosa le direbbe?
«Vorrei che vedesse come è cresciuta Margherita, che potesse “fare la nonna”, cosa che è riuscita a fare per pochi anni ma intensamente: c’era un forte legame tra loro. Una delle ultime frasi che ha detto prima di morire, e che mi è stata riportata dall’infermiera, è stata: “Mi raccomando Margherita!”. Il suo ultimo pensiero è stato per la nipote».
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