Ma ci sarà una fase-2 europea
La pressione del presidente americano, il pericolo di un’escalation nel Golfo e il solito rischio dell’irrilevanza
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Ma ci sarà una fase-2 europea
Giuseppe Sarcina | 21 marzo 2026La pressione del presidente americano, il pericolo di un’escalation nel Golfo e il solito rischio dell’irrilevanza
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I governi europei sono alle prese con due messaggi americani contrastanti. Quello che, in teoria, dovrebbe essere il più importante è il post pubblicato venerdì pomeriggio da Donald Trump sulla sua piattaforma «Truth». In sostanza il presidente americano scrive che ha intenzione di chiudere presto la guerra, ma che intende lasciare «ad altri Paesi» il compito di garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz, il braccio di mare da cui transita circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio. L’altro segnale, il più inquietante, è rimasto per qualche giorno sottotraccia.
Due settimane fa, il Centcom, il Central Command delle forze armate Usa con base a Tampa, in Florida, aveva chiesto in via riservata al Pentagono finanziamenti per reggere altri 100 giorni di guerra. Finora l’attacco agli ayatollah è costato due miliardi al giorno. La notizia è diventata ufficiale venerdì scorso, quando il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha dichiarato che batterà cassa al Congresso, perché servono 200 miliardi di dollari (due miliardi per cento giorni) «per uccidere i cattivi».
D’accordo, lo stile dell’Amministrazione Trump è quello che è. Gli europei, però, ora sono chiamati ad agire. Innanzitutto, qual è lo scenario più probabile? L’idea prevalente è la meno dannosa per mezzo mondo e quindi, a questo punto, la più razionale anche per Trump: il conflitto durerà ancora qualche settimana. In molti pensano che anche Benjamin Netanyahu sarà costretto a fermare i bombardamenti, accontentandosi degli esiti raggiunti. Vedremo se sarà davvero così. In ogni caso toccherebbe ai partner europei e asiatici occuparsi di Hormuz. Vero: Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Olanda e Giappone hanno appena firmato un documento con cui si impegnano a studiare una possibile spedizione nello Stretto. In realtà, tutti sono convinti che al momento non ci siano le condizioni per dare un seguito concreto a questa dichiarazione di intenti. Anzi, risulta che in questi giorni i comandi militari europei, compreso quello italiano, si stiano preoccupando non di rafforzare, ma di alleggerire i contingenti dei soldati schierati nelle basi in Medio Oriente.
I leader più cauti sono Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e Friedrich Merz. In particolare, il governo italiano auspica il coinvolgimento dell’Onu, che significa ipotizzare che Cina e Russia possano votare a favore della missione, o almeno astenersi, nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia da Pechino e da Mosca non sono arrivati segnali di disponibilità. Certo, la Cina è lo Stato più esposto, visto che il 45% del suo consumo di petrolio passa da Hormuz. Tuttavia gli emissari di Xi Jinping, più che con gli europei, stanno trattando con gli iraniani per ottenere il via libera alle loro petroliere. E i risultati cominciano ad arrivare. Contare sulla collaborazione di Pechino, quindi, potrebbe rivelarsi l’ennesima illusione: i cinesi sono insuperabili nella propaganda a favore del multilateralismo e dei valori propugnati dalle Nazioni Unite. Ma sono solo parole, come abbiamo già visto con l’Ucraina.
Ancora una volta, però, il vero problema si chiama Donald Trump. Nei giorni scorsi il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha provato a mediare tra le pressioni di Washington e la riluttanza diffusa nel Vecchio Continente. Gli ha dato una mano il premier britannico Keir Starmer. Ci risulta che Rutte sia stato netto nelle conversazioni private con i leader europei: dovete fare qualcosa, mandare un segnale di apertura alla Casa Bianca, altrimenti Trump ci lascerà da soli a fronteggiare i russi in Ucraina. Non basta. Si avvicina il vertice della Nato, in programma il 7 e l’8 luglio ad Ankara, la capitale della Turchia. Rutte teme che Trump lo trasformi in uno show in diretta mondiale per ridicolizzare gli alleati e la stessa organizzazione.
Riassumendo: gli europei si trovano a fronteggiare le conseguenze di una guerra che non hanno voluto e che continuano a rifiutare. Non vogliono partecipare a una missione militare molto rischiosa nel Golfo, in assenza di una tregua. Infine, temono la reazione rabbiosa di Trump, a spese dell’Ucraina e della stessa Nato. Buio su tutti i fronti? In realtà, una luce ci sarebbe. Tenue, precaria, ma visibile. Ci porta in Turchia, all’unico tentativo di mediazione oggi in campo. Venerdì, 20 marzo, celebrando la festa per la fine del Ramadan, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha usato toni durissimi contro Netanyahu. Nello stesso tempo, però, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, è in contatto costante con il suo pari grado iraniano, Abbas Araghchi. Non solo. Nelle ultime tre-quattro riunioni del Consiglio del Nord Atlantico, l’organismo politico della Nato, Basat Ozturk, ambasciatore di Ankara, è stato tra i pochi a contestare l’attacco americano all’Iran. Anche altri Stati stanno cercando di rilanciare il dialogo con Teheran. Forse vale la pena che gli europei vengano allo scoperto, appoggiando il tentativo della Turchia, che è pur sempre un membro della Nato; oppure promuovendo un’iniziativa distinta, se non si vuole urtare Israele. Magari con un documento che, probabilmente, raccoglierebbe più di sei firme.
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