La partita doppia del regime
Perché la geoeconomia ha vinto la guerra. Non potendo vincere quello militare, le Guardie islamiche di Teheran devono cercare di condizionare il «calcolo costi-benefici» di tutti gli attori in campo
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La partita doppia del regime
Federico Rampini | 21 marzo 2026Perché la geoeconomia ha vinto la guerra. Non potendo vincere quello militare, le Guardie islamiche di Teheran devono cercare di condizionare il «calcolo costi-benefici» di tutti gli attori in campo
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Quanto durerà questa guerra e chi potrà proclamarsi vincitore? Sia Trump sia Netanyahu lanciano segnali che la fine si avvicina. Non si può escludere il bluff: stanno arrivando nel Golfo dei marines e qualche operazione speciale sul terreno è possibile. Ma ciascuno sta già preparando la narrazione sulla «propria» vittoria. Il regime iraniano ha fatto una scommessa tradizionale, simile a quella di Putin in Ucraina: calcola che le democrazie hanno una bassissima resistenza al dolore, i loro leader non possono infliggere perdite umane o anche solo disagi economici senza essere castigati.
Trump non fa eccezione, conduce una guerra impopolare e si scontra con resistenze crescenti. Anche se l’America ha il petrolio in casa, i suoi prezzi non sono insensibili all’andamento mondiale, il rincaro aggrava il malcontento per il carovita. A novembre i repubblicani rischiano la batosta alle legislative. I media sono ostili al conflitto e già celebrano la sconfitta di Trump. Il Congresso è turbato dalla richiesta di 200 miliardi per la Difesa. Lo stesso Pentagono, pur protagonista di una campagna impeccabile sul terreno, ha un approccio realistico e manageriale: non vuole consumare gli arsenali oltre un certo limite, deve poter reagire ad eventuali crisi in altre parti del mondo.
Il secondo calcolo del regime iraniano, o di quel che ne rimane, investe la geoeconomia. «Muoia Sansone con tutti i filistei» è la logica kamikaze delle Guardie della rivoluzione islamica. La loro forza militare è semidistrutta ma non inesistente. Tanto basta per rendere plausibile un blocco di Hormuz che non è «reale» (certe navi transitano), ma abbastanza verosimile da far salire a livelli proibitivi le assicurazioni, dissuadendo gli armatori. Poiché di lì transita il 20% del petrolio, il danno economico si allarga dai produttori del Golfo (arabi-sunniti alleati dell’America) ai consumatori Europa e Asia. «Sansone-Iran» danneggia anche sé stesso, ma un regime che ha massacrato trentamila dei suoi cittadini per schiacciare le rivolte di gennaio, non esita a infliggere ulteriori sofferenze. La sospensione delle sanzioni Usa sul petrolio russo e iraniano è una mossa con cui Trump cerca di contrastare sui mercati la strategia geoeconomica di Teheran che vuole lo choc inflazionistico.
La strategia iraniana con le rappresaglie estese a Paesi non belligeranti punta a ipotecare il dopo. A cominciare dagli equilibri in Medio Oriente. Al termine del conflitto il mondo arabo sunnita avrà due opzioni. La prima: rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti e investire di più nella sicurezza. La seconda: scendere a patti con Teheran, «comprare» la non belligeranza delle Guardie islamiche, tornando a quella politica dell’ambiguità, complicità e corruzione praticata per molti anni. Questa seconda scelta potrebbe rivelarsi prudente, se l’esito del conflitto lascia intatta la capacità di ricatto iraniana su Hormuz. È una storia antica: gli Stretti hanno un ruolo strategico dai tempi di Tucidide, e a volte le potenze minori riescono a usarli contro avversari molto più forti. Winston Churchill, allora giovane ministro della Marina militare britannica, nel 1915 fu umiliato da un impero ottomano moribondo, ma capace di bloccare lo Stretto dei Dardanelli. Più vicino a noi c’è l’exploit ucraino: dal 2022 le forze di Kiev hanno reso inagibile il Mar Nero per la gigantesca flotta russa, prefigurando la guerra asimmetrica con i droni che l’Iran copia a Hormuz.
La geoeconomia è diventata il terreno della seconda guerra iraniana, un conflitto parallelo. Non potendo vincere quello militare, le Guardie islamiche di Teheran devono cercare di condizionare il «calcolo costi-benefici» di tutti gli attori in campo: arabi del Golfo, americani, resto del mondo. Sauditi, Emirati, Bahrein, Kuwait si interrogano sulla sostenibilità futura dei propri modelli economici: come partner finanziari degli Stati Uniti sanno farsi ascoltare da Trump, più degli europei. Anche l’Europa è di fronte a un dilemma. Chiamarsi fuori dalle scelte di Trump può essere stata la scelta inevitabile, ma non è bastata a mostrare un fronte unito. La debolezza militare degli europei continuerà a renderli impotenti e irrilevanti nel Golfo. Anche qui la storia si ripete: Chirac e Schröder ebbero ragione a dissociarsi da Bush contro l’invasione in Iraq nel 2003: eppure da allora l’influenza franco-tedesca in Medio Oriente ha continuato a declinare. Come nelle guerre e crisi energetiche del 1956 e del 1973, il Medio Oriente ha la capacità di precipitare le relazioni transatlantiche in crisi gravi.
L’America è in una posizione speciale. Come economia nel suo insieme, trae vantaggio dal rincaro energetico essendo la prima produttrice mondiale di petrolio e gas; al suo interno però lo shock dei prezzi ha un effetto redistributivo che penalizza i consumatori. Per gli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam in poi le guerre si decidono sul fronte interno: i generali sanno vincerle, i presidenti possono perderle davanti agli elettori. Dentro la destra Maga è in atto uno scontro. La base, dopo una resistenza iniziale, tende ad allinearsi col presidente e con le forze armate. Ma tanti influencer e opinionisti trumpiani denunciano questa guerra e sostengono che il presidente si è lasciato manipolare dalla «lobby ebraica», una polemica che resuscita anche a destra l’antisemitismo. A prescindere dalle teorie complottiste, a un certo punto è logico che le strade di Trump e Netanyahu si separino: il primo deve pensare alle elezioni di mid-term, il secondo può continuare a lavorare sul terreno in Iran per seminare i germi di un cambio di regime. Quello attuale può dichiararsi vincitore per il solo fatto di sopravvivere.
21 marzo 2026
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