«Gli occhi degli altri»: revenge porn sull'isola dorata che diventa prigione. Da vedere il film di Andrea De Sica
Corriere della Sera - Cultura

«Gli occhi degli altri»: revenge porn sull'isola dorata che diventa prigione. Da vedere il film di Andrea De Sica

Sabato 21 marzo 2026
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Nella pellicola di Andrea De Sica, l'attore Filippo Timi interpreta un uomo che trasuda potere e malattia

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«Gli occhi degli altri»: revenge porn sull'isola dorata che diventa prigione. Da vedere il film di Andrea De Sica

di Sara D'Ascenzo

Nella pellicola di Andrea De Sica, l'attore Filippo Timi interpreta un uomo che trasuda potere e malattia

Jasmine Trinca e Filippo Timi in una scena di «Gli occhi degli altri»

«Gli occhi degli altri» di Andrea De Sica

Lelio è potente, oh se lo è. Un suo sguardo, nell'isola dorata che si è costruito a sua immagine e somiglianza, e alla cameriera maldestra scivola un piatto davanti ad occhi di ghiaccio e un sorriso che è troppo spaventoso decifrare. Un suo cenno e la donna che punta può essere sua, come un muflone, uno stambecco o una lepre qualunque. Lelio, interpretato da un intenso Filippo Timi, è ispirato al marchese Camillo Casati Stampa, che nel 1970 uccise la moglie, l'amante e poi si ammazzò nel loro attico di Roma a due passi da via Veneto. Elena, che nel film ha il corpo e la bellezza torbida di Jasmine Trinca, è Anna, la moglie del marchese, per anni oggetto del suo desiderio di guardarla mentre fa l'amore con altri uomini, spesso reclutati a pagamento. Quel giocattolo che vede una delle coppie più ammirate della Dolce Vita degli anni '60, si rompe quando lei si innamora di uno di quei ragazzi. Sarà la sua fine, anzi la loro. Come ha raccontato Timi, De Sica ritrae gli anni Sessanta «dalla cantina», dal buco della serratura, da porte sghembe e finestre semi aperte, usci e pertugi che permettono di suggere quanto di morboso offrono i corpi dei marchesi avviluppati al loro desiderio. Timi e Trinca sono ritratti nudi, spesso lasciati al freddo per ore. L'effetto è un'intensità lunare, lugubre. Lelio è castellano di un maniero che implode: e nel finale cede al revenge porn ante litteram, mostrando alla compagnia di giro degli amici convocati per l'ultimo dell'anno, i filmini di Elena che si fa prendere dagli altri uomini. Né più né meno di un uomo violento di oggi. Con la sola differenza che Lelio rappresenta il potere, la forza di sopraffazione. Pochi dettagli per rendere Timi quell'uomo che ama così malamente: gli occhiali alla Onassis, un vecchio modello, la voce che pare provenire da una caverna o da un sogno, la luce che si confonde, tra quella dell'alba e quella del giorno che muore. Il regista restituisce un'ambizione visiva alta: riprodurre un mondo perduto eppure vivissimo, come dimostra il Caso Epstein. Nella sua isola - nella realtà Zannone, ma hanno girato all'Argentario - divenuta prigione le porte e le finestre si rimpiccioliscono e tutto sembra richiudersi sui corpi dei protagonisti: come una scatola che ne contiene le miniature. Nel finale qualche scivolata e qualche sorrentinata (la festa discende direttamente da Fellini), ma il film tiene e affascina. Soprattutto per la prova di Timi: una spanna sopra e uno sguardo che uccide.
Voto: 7. De Sica ha una bella mano. Ha interiorizzato il mondo che ritrae e lo restituisce livido, prima che il tutto sia sera.

«La torta del presidente» di Hasan Hadi

Lamia e Saeed hanno nove anni nella Baghdad devastata dalla guerra del Golfo, nei primi anni '90. E sono amici. Come lo si è a quell'età: senza dirselo, senza troppe cerimonie e magari litigando pure. Il loro orizzonte è delineato dalle macerie, per andare a scuola prendono la zattera, come fosse un pedibus qualunque. Lamia è senza genitori e vive con la nonna in una povertà normale, in cui la nonna può darle una mela da portare a scuola e dirle senza particolare enfasi che a pranzo non ci sarà nulla da mangiare.  È così una vera iattura per lei e per Saeed essere sorteggiati dal terribile maestro per un compito ambito e disgraziato al contempo: procurare lui la frutta e lei la torta per festeggiare il 50esimo compleanno del sommo Saddam Hussein. La loro Odissea personale inizia quando dal villaggio si muovono verso Baghdad per procurarsi gli ingredienti. Lamia sfugge al controllo della nonna e tutto si trasforma: è lì che inizia un viaggio dentro sé stessi che però prende le forme di un veloce e drammatico viaggio d'iniziazione che passa per molte tappe, tutte dolorose, filtrate dai loro occhi che a ogni inquadratura sembrano allargarsi sempre di più, mentre quelli degli spettatori faticano a non cedere alla commozione. L'esordiente regista Hadi dimostra di aver visto e fatto suoi i film del nostro Neorealismo, da "Ladri di bicilette" a "Sciuscià". Ma anche il magistero dell'iraniano Panahi, per quel modo di ritrarre il potere nella sua normale grettezza. Forse si potrà eccepire un po' troppo pietismo, quel senso di commozione inevitabile di fronte a una serie eccessiva di disgrazie. Forse in alcuni momenti il film dà l'impressione di voler cercare la drammaticità a ogni costo e quando ci sono di mezzo i bambini tutto sembra sempre più grande e più disperante. Ma dando un'occhiata al mappamondo e ai resoconti degli ultimi quarant'anni si fatica a non ammettere che forse non ha nemmeno esagerato.
Voto: 7. Ritratto di due bambini vivissimi in una città dove bisogna imparare subito l'arte di arrangiarsi, il film regala sguardi che illuminano macerie e guerra, ma soprattutto la prepotenza cieca e sorda del potere. Resistere è difficile e sopravvivere è vincere alla guerra degli sguardi. Con un finale da maestro.  

«Notte prima degli esami 3.0» di Tommaso Renzoni

Dalla canzone di Antonello Venditti al film, ancora e ancora, come in un'estenuante giorno della marmotta dei luoghi comuni, che a ogni adattamento cinematografico perde, per quanto sia possibile, un pezzo in più di sostanza. Si parte ancora una volta da Roma, quinta condannata a ospitare per sempre la vigilia dell'esame di Maturità come l'aveva pensata l'aedo della Capitale. Le «bombe delle sei» diventano una parola d'ordine, l'insalata di riso il «poké» per volere della nonna che vuole aggiornarsi (qualcuno direbbe cringe, io non ce la faccio), involuzione della Sora Lella, e l'insegnante severissima - c'è e ci sarà sempre - è Sabrina Ferilli, presa in mezzo a uno scherzo ai limiti della fantascienza. Ma tant'è. Il film riesce a essere perfino lungo, avendo evidentemente da dire troppo sul nulla che avanza, aggiornato ai meccanismi delle quote di rappresentatività: il poliamore, l'amore omosessuale, la presunta lontananza della Gen Z dalla sessualità, smentita se la tentatrice è Ditonellapiaga. Ci si domanda a chi parli questo film: non a chi la maturità «l'ha presa prima», perché davvero troppo basico anche per un pubblico che cerca il disimpegno; non a chi la maturità la deve ancora fare, perché certe situazioni tradiscono inevitabilmente il peccato originale di essere state pensate e scritte - cosceneggiatore del regista è Fausto Brizzi - da chi la maturità l'ha presa tanto tempo fa, quando forse le bombe delle sei non facevano troppo male. Il difetto peggiore, in un film inconsistente, è il senso di morte e depressione che aleggia in un registro dichiaratamente scanzonato, ultimo barlume di coscienza di chi lo fa ma è consapevole della pochezza di una operazione del genere. Transeat sul cameo di Venditti, Madonna pellegrina di uno stereotipo dello stereotipo che sembra un cartonato che passa di sagra in sagra.
Voto: 4. Bocciato senza appello, ma non serve che rifaccia l'esame. A posto così.  

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