Donne, il «pozzo» di Natalia Ginzburg: «Cadiamo, soffriamo, ma ogni volta riemergiamo più forti»
Corriere della Sera - Cultura

Donne, il «pozzo» di Natalia Ginzburg: «Cadiamo, soffriamo, ma ogni volta riemergiamo più forti»

Martedì 29 settembre 2026
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Da Natalia Ginzburg ad Alba de Céspedes, da Michela Murgia a Giovanni Paolo II: una riflessione lunga quasi un secolo sulla condizione femminile, tra dolore, consapevolezza, libertà

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Donne, il «pozzo» di Natalia Ginzburg: «Cadiamo, soffriamo, ma ogni volta riemergiamo più forti»

di Carla Piro Mander

Da Natalia Ginzburg ad Alba de Céspedes, da Michela Murgia a Giovanni Paolo II: una riflessione lunga quasi un secolo sulla condizione femminile, tra dolore, consapevolezza, libertà

 Natalia Ginzburg 

«L’altro giorno m’è capitato fra le mani un articolo che avevo scritto dopo la Liberazione e ci sono rimasta un po’ male. Era piuttosto stupido, parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: quelle di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne».

Lo scrive Natalia Ginzburg nel 1948, nella Lettera alle donne. Palermitana di nascita, trova a Torino la sua città d’elezione, il luogo che segnerà in profondità la sua vita e i suoi scritti. Nella lettera vuole dare spazio alla rappresentazione del femminile e delle dinamiche sociali che le donne affrontano: una rivoluzione in un tempo in cui la narrazione generale considera la storia con protagonisti maschili come universale e quella femminile «di genere».

A lei risponde Alba de Cespedes, giornalista e partigiana, direttrice della rivista Mercurio che ospita lo scambio. «...anch’io come tutte le donne ho grande pratica di pozzi: mi accade spesso di cadervi, e di schianto, appunto perché tutti credono che io sia una donna forte e io stessa, quando sono fuori dal pozzo, lo credo. Ma — al contrario di te — io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo in un pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono tutto quello che gli uomini — i quali non cadono mai nel pozzo — non comprenderanno mai [...] Tu dici che le donne non sono esseri liberi: e io credo invece che debbano soltanto acquisire la consapevolezza delle virtù di quel pozzo e diffondere la luce delle esperienze fatte al fondo di esso, le quali costituiscono il fondamento di quella solidarietà, oggi segreta e istintiva, domani consapevole e palese che si forma fra le donne anche sconosciute l’una all’altra. Essere liberi dal dolore poi è veramente un privilegio? [...] la sicurezza che spesso possiedono gli uomini [..]è solo ignoranza della reale condizione umana».

Sono gli Anni 50. S’è detto. È il maschile sovraesteso a descrivere il mondo, e questi i primi tentativi di introdurre uno sguardo nuovo. Ma l’abitudine di insegnare alle donne come vivere era più antica. A cominciare da Boccaccio che nelle epistole del De mulieribus claris elencava il corredo necessario — ma mai sufficiente — per essere considerate virtuose come una delle 106 figure femminili di Antico Testamento, antichità e Medioevo di cui narrava. Ben altro che l’indicazione della lunghezza di una di gonna.

Ma per tornare a Ginzburg: oggi esiste una rappresentazione efficace del femminile? Poco, se Michela Murgia, anche lei in una lettera manifesto rivolta alle donne (Stai zitta) ha scritto che di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva. «È con le parole» — dice — «che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti [...] per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono esiste un impianto verbale che lo sostiene. Accade ogni volta che rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché ”altrimenti dovremmo dire anche farmacisto”, quando fate un bel lavoro ma vi chiedono prima se siete mamma [...] quando si mettono a spiegarvi qualcosa che sapete già, quando vi dicono di calmarvi, di farvi una risata, [...] di sorridere e di star zitta».

Lo scambio epistolare sulle donne, intorno ad esse, supera tempo e spazio. È millenario, trasversale alle culture. Anche papa Giovanni Paolo II ha scritto loro. «Il grazie non basta, lo so. Siamo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, emarginata e persino ridotta in servitù. Ciò le ha impedito di essere fino in fondo sé stessa, ha impoverito l’umanità di autentiche ricchezze spirituali. Non sarebbe certamente facile additare precise responsabilità [...] ma se in questo non sono mancate, specie in determinati contesti storici, responsabilità oggettive anche in non pochi figli della Chiesa, me ne dispiaccio sinceramente. [...] Sì, è l’ora di guardare con il coraggio della memoria e il franco riconoscimento delle responsabilità alla lunga storia dell’umanità, a cui le donne hanno dato un contributo non inferiore a quello degli uomini. [...] Rispetto a questa grande, immensa “tradizione femminile”, l’umanità ha un debito incalcolabile».

Era il 1995. Il debito tuttavia non sembra estinto, se il 10 marzo 2026 il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha detto: «Mentre il mondo celebra la Giornata internazionale della Donna, è ora di riconoscere che la disuguaglianza di genere è la più grande sfida dei nostri tempi in materia di diritti umani e che promuovere l’uguaglianza è uno dei motori più potenti dello sviluppo sostenibile e della pace», affermando poi che «la parità di genere è una questione di potere ma le istituzioni dominate dagli uomini continuano a plasmare il nostro mondo» e individuando come priorità la tolleranza zero per la violenza di genere, l’eliminazione dei pregiudizi che modellano la vita quotidiana. «Il cambiamento climatico è sessista» — ha aggiunto Guterres — «perché le donne sono spesso le ultime a mangiare nelle crisi alimentari, corrono maggiori pericoli nelle emergenze, rischi più elevati di matrimoni precoci quando i mezzi di sussistenza crollano».
«Non si può fare la rivoluzione senza le donne» scriveva Oriana Fallaci. E se forse questa è ancora lontana, le spallate a un sistema ingiusto si fanno sempre più forti. E intanto? Nell’attesa del migliore dei mondi possibili, o almeno di uno più giusto, le donne lavorano, cadono nel pozzo, riemergono, aumentano consapevolezza e forza, anche di fronte a chi uccide. Non tacciono. Innumerevoli Antigoni solitarie, «né dome né persuase», fragili e gigantesche davanti all’arroganza ottusa del potere di Creonte. 

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