Storia di uno sguardo, in un volume le foto ritrovate di Gennaro Matacena senior
Corriere della Sera - Cultura

Storia di uno sguardo, in un volume le foto ritrovate di Gennaro Matacena senior

Venerdì 7 agosto 2026
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Nell'edizione curata da Artem gli scatti del fotografo «borghese» realizzati tra il 1905 e il 1930

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Storia di uno sguardo, in un volume le foto ritrovate di Gennaro Matacena senior

di Natascia Festa

Nell'edizione curata da Artem gli scatti del fotografo «borghese» realizzati tra il 1905 e il 1930

Napoli, interno di famiglia. Dietro le ante di un armadio a muro, centinaia di bustine scrupolosamente numerate hanno conservato per oltre centoventi anni, più di milletrecento vetrini che raccontano la storia di uno sguardo sul mondo: quello di Gennaro Matacena senior, born in Aversa nel 1873 e morto a Napoli nel 1943, dopo essere stato estratto vivo dalle macerie del suo palazzo bombardato dagli alleati. Una selezione di scatti, per lo più inediti, vede la luce nell’elegante volume, pubblicato da Artem, Gennaro Matacena, Fotografie 1905-1930, con testi di Antonio Biasiucci, Walter Guadagnini e Bruno Matacena, pronipote di questo campano dal multiforme ingegno che con la sua passione per l’immagine contribuisce in modo significativo a ricomporre il puzzle del passato sempre monco e in dissolvenza.
E si deve a Gennaro Matacena jr, classe 1945, il racconto introduttivo sulla storia di questa rilevante eredità visiva, il cui valore travalica le memorie private per diventare patrimonio collettivo.

«Fu la zia Wanda, una delle sorelle più grandi di mio padre, Elio — scrive — a regalarmi le foto scattate da mio nonno, Gennaro senior. Allora, avevo una quindicina di anni e non detti importanza al dono; comunque, ne fui lusingato. Le foto, oltre milletrecento, o meglio i vetrini sui quali aderiscono due positivi di ogni scatto – per essere poi inserite in un apparecchio Taxiphote che permetteva la loro visione tridimensionale – sono conservate in bustine numerate e, ogni cinquanta, riposte in piccole scatole; ogni venti scatole, a loro volta, sono sistemate dentro piccoli cassetti. Il tutto è accompagnato da un quaderno, rivelatosi fondamentale, sul quale Gennaro senior, con precisione svizzera, ha indicato luogo e data dello scatto».

    Gallery: Matacena senior, gli scatti ritrovati 1905-1930

    Non siamo dunque di fronte a un appassionato «della domenica» che impressionisticamente ferma nei suoi scatti la realtà che lo circonda: il «metodo» Matacena fa di lui un fotografo dilettante ma nel senso etimologico del termine, prima dello slittamento semantico che pone l’accento sull’accezione negativa di un «non professionista». Gennaro senior, almeno nel corpus di foto selezionate in volume, si diletta con il mondo, lo inquadra con il taglio di chi ama la vita e trae piacere dalla sua osservazione: così le città che visita, e quella che abita, gli eventi pubblici, le avventure di famiglia, le gite, diventano frammenti di un discorso fotografico, con un io narrante assai riconoscibile. Si chiama stile e il suo è sempre nitido, certamente moderno, talvolta ironico o addirittura goliardico come nei gruppi composti con grazia borghese. Gennaro senior aveva studiato all’estero — fu allievo dell’Istituto Industriale Chimico del dottor Schmidt di San Gallo, in Svizzera — e la condizione agiata gli consentì di passare molto tempo nel suo laboratorio di inventore che gli procurò, però, più delusioni che riconoscimenti.

    Bruno Matacena racconta che «già nel corso degli anni Venti il laboratorio e lo stile di vita agiato, e condito da molti viaggi, avessero prosciugato il patrimonio personale di Gennaro, e che egli si mantenesse soprattutto grazie alle rendite della moglie, che aveva ereditato numerosi immobili dal padre costruttore. Fu anche per protestare contro il blocco dei fitti voluto dal fascismo che Gennaro scrisse alcuni manifesti da affiggere in giro per la città, meritando così il confino, prima a Cancellara di Potenza, poi a Vietri sul Mare. L’esilio durò più o meno dal 1930 al 1932». È allora che — con la cortina sempre più plumbea del regime fascista e la crisi coniugale con Filomena — cominciò anche l’esilio del suo sguardo che si rintanò dentro se stesso: stop foto. Quasi il preannuncio dei titoli di coda.

    Il forte interesse del compianto Mimmo Jodice, di Fabio Donato e ora di Antonio Biasiucci, le mostre, i precedenti Un Taxiphote inizio secolo (Editoriale Scientifica Italiana, 1980) Un borghese fotografo (Electa, 2009), e questa monografia fresca di stampa, riaprono simbolicamente le ante di quell’armadio e ogni volta è una corroborante boccata di memoria di cui abbiamo sempre più bisogno. Così come ci sarebbe bisogno di un Museo della fotografia. Lo ricorda Gennaro Matacena jr: «Insieme a Mimmo Jodice, alla famiglia Leonetti, erede del principe Sirignano di Caravita, 1849-1920; a Gaia Salvatori, nipote di Luigi Pretti, 1868-1934, fotografo dilettante; a Stefano Fittipaldi, proprietario del fondo Giulio Parisio, 1891-1962, provammo a riunire le rispettive collezioni come embrione di un museo che, nelle nostre intenzioni, sarebbe diventato il Museo della Fotografia a Napoli, nel quale raccogliere i fondi privati di grande interesse storico esistenti in città, evitandone così la dispersione, ma non se ne fece nulla... Nel 2017, Sylvain Bellenger provò a rilanciare l’idea di raccogliere fondi privati di fotografia in un museo a Napoli ma ancora una volta le difficoltà furono insormontabili». È un tema irrisolto che qui vale la pena riproporre: si aspettano proposte.

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    7 agosto 2026

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