I romanzi del sud non sono di successo solo perché «esotici»
Una replica a Carlo Pizzati e alla sua lettura «neocolonialista» della letteratura meridionale
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I romanzi del sud non sono di successo solo perché «esotici»
di Mirella ArmieroUna replica a Carlo Pizzati e alla sua lettura «neocolonialista» della letteratura meridionale
La tesi è suggestiva, ben argomentata e ben scritta. Il giornalista, saggista e scrittore Carlo Pizzati firma un lungo articolo, pubblicato ieri sulle colonne de La Stampa, dal titolo «Il senso del Nord per i romanzi del Sud. Si rischia il turismo emotivo controllato».
Pizzati tira in ballo Said e la categoria del neocolonialismo applicato però alla letteratura. In Italia, rimarca, si legge soprattutto al Nord. E il Sud è diventato un enorme serbatoio di storie, che il lettore settentrionale «può permettersi di guardare come alterità affascinante, come forma di turismo emotivo sicuro».
Di quali stereotipi si alimenta la narrazione di questo oleografico Mezzogiorno? La ripetitività dei temi, secondo Pizzati, è evidente: «Il territorio dell’arcaico, della memoria ferita, della marginalità evocativa». E ancora: «...la famiglia disunita, il trauma del non detto, il rapporto complesso genitore-figlio...» e via discorrendo. Un esempio? «La Sicilia aristocratica dei Florio diventa quello che l’India britannica è stata per l’Inghilterra vittoriana: un passato grandioso che si può gustare in sicurezza proprio perché è definitivamente scomparso». L’autore aggiunge: «Quando i romanzi meridionali trionfano nelle classifiche, quando vincono premi prestigiosi, accade perché il Sud ha prodotto storie che il Nord consuma come rappresentazione di ciò che ha perduto. È una nostra esotizzazione nazionale».
Come dicevo, la tesi è suggestiva e non manca di fondatezza. È senz’altro vero che in un certo filone narrativo il Mezzogiorno sia raccontato come una società ancora arcaica, nella quale si muove l’eroina in cerca diemancipazione e riscatto: donne forti, che piacciono alle lettrici e fanno scattare un meccanismo di empatia e identificazione, dal momento che proprio le lettrici sono in numero sempre crescente e sovrastano i lettori. Ma è pur vero che questo schema è applicabile anche ad altre narrazioni, a tutt’altre latitudini, basti pensare al best seller di Csaba dalla Zorza, La governante, dove il percorso di fuga dalla grande città e rinascita della protagonista si svolge tra Milano e la Provenza. E anche lì la Francia è un altrove esotico e pacificatore.
In generale, sarebbe necessario invece fare una distinzione tra la narrativa di intrattenimento e una produzione letteraria che interpreta e restituisce valori universali. Sarà pure un discorso obsoleto, è ovvio che le differenze tra alto e basso sono superate e la contaminazione pervade tutti i campi. Ma credo comunque che non si possa mettere sullo stesso piano, per complessità di scrittura e di temi, «Di spalle a questo mondo» di Wanda Marasco e «L’alba dei Leoni» di Stefania Auci: è evidente che i due libri giocano in campionati diversi. E la rappresentazione del Mezzogiorno che ne viene fuori non ha di certo la stessa stratificazione.
C’è poi un’ampia categoria di scrittori che non hanno nulla a che vedere con il discorso del Sud esotico, a partire da Domenico Starnone, interprete acuto della contemporaneità. Come farli rientrare in questo discorso sul Mezzogiorno? Cosa c’entrano con tutta la pletora di autori e autrici, sia pure premiati dal mercato, che raccontano una realtà meridionale piatta e falsata? Romanzi, questi di taglio apertamente commerciale, in linea con la rappresentazione generale del Mezzogiorno, diffusa anche da certe serie e film, come luogo vacanziero e romantico, patria del dolce far niente e in fin dei conti luna park d’Italia e forse del mondo.
Ampliando un po’ più lo sguardo, ci si dovrebbe forse interrogare sul ruolo della letteratura oggi, in tempi post ideologici, multiculturali e accelerati come quelli che viviamo. È quello che fa Tiziana de Rogatis in un bel saggio contenuto nel volume del Mulino, «La letteratura oggi», dove analizza i romanzi di Elena Ferrante. Secondo la studiosa il declino delle categorie tradizionali ha riportato in auge lo storytelling come strumento di interpretazione della realtà. «Ferrante intercetta proprio questo profondo bisogno dell’immaginario odierno». E spiega: «Queste nuove pratiche di realismo romanzesco formano un canone transnazionale di autrici e autori che va, per fare solo alcuni esempi, da Chimamanda Ngozi Adichie a Margaret Atwood, da Jonathan Franzen a Amitav Gosh». Dunque, c’è chi dal Sud guarda (e vede) molto più lontano.
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7 agosto 2026
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