Sicurezza, paradosso europeo
La frontiera della sovranità: il difficile cammino dell’Unione sulla sicurezza. Il dilemma degli Stati nazionali
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Sicurezza, paradosso europeo
Angelo Panebianco | 6 agosto 2026La frontiera della sovranità: il difficile cammino dell’Unione sulla sicurezza. Il dilemma degli Stati nazionali
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Il paradosso europeo. Ci sono questioni che gli Stati nazionali europei, singolarmente presi, non sono in grado di fronteggiare. Questioni che richiederebbero una politica europea. Se non che, spesso, queste questioni riguardano, in modo diretto o indiretto, la sicurezza. E la sicurezza è precisamente ciò che gli Stati nazionali fanno assai fatica a delegare a organismi sovranazionali. Perché chiama in causa la loro ragion d’essere essendo gli Stati, prima di tutto e soprattutto, organizzazioni che hanno il compito di garantire sicurezza. Talché eserciti (per la difesa esterna) e polizie (per assicurare l’ordine pubblico) sono, degli Stati, le colonne portanti. Inoltre, gli Stati europei sono democrazie ed è parte integrante del patto tacito fra governi e cittadini il fatto che il compito principale del governo sia tutelare, dei cittadini, la sicurezza. Se la protezione militare da eventuali attacchi esterni è la prima e più ovvia questione che mette in gioco la sicurezza, il problema riguarda anche altri temi, ivi compreso quello, oggi caldissimo in tutta Europa, dell’immigrazione irregolare o clandestina.
L’Unione europea è una complessa organizzazione che svolge innumerevoli attività che toccano, nei suoi vari aspetti, la vita dei cittadini europei. Quasi sempre, con effetti benefici. È un sistema complesso fondato sulla dispersione dell’autorità e che opera tramite la cooperazione fra livelli differenti (europeo, nazionale, sub-nazionale).
Cooperazione e compromessi fra una pluralità di interessi presenti ai diversi livelli ne scandiscono la vita quotidiana. Di molte di queste attività gli europei sono inconsapevoli. I mass media le ignorano. Salvo nei rari casi in cui il compromesso non sia raggiungibile e gli interessi in gioco si scontrino. In tal caso, l’attività dell’Unione (ma solo per il tema che è oggetto del conflitto) esce dal cono d’ombra, si accendono i riflettori: vengono coinvolte le opinioni pubbliche, la questione si politicizza. Ma per lo più ciò non avviene e la macchina europea procede ogni giorno quasi senza intoppi. E senza che se ne imballi il motore.
Ciò però non riguarda quelli che il giurista Carl Schmitt definiva gli «stati di eccezione», né, più in generale, le situazioni di crisi, più o meno impreviste, o che comunque escono dalla routine quotidiana, che nessuna burocrazia può gestire autonomamente e in cui sono implicati gli interessi vitali degli Stati (quelli che i governi definiscono tali). E che quasi sempre, se non sempre, mettono in gioco la sicurezza.
Quando ciò accade ci si trova di fronte a questioni ad altissimo tasso di politicità. I mass media le trattano con grande attenzione e clamore. I governi dichiarano che è in gioco l’interesse nazionale. La questione diventa oggetto di conflitto fra governi e opposizioni, l’opinione pubblica è chiamata a schierarsi. In questi casi l’Europa che macina ogni giorno, più o meno con successo, tante questioni definibili di low politics, di bassa politica (nelle quali la normale competizione fra gli interessi non riguarda la sicurezza) si trova in difficoltà: i governi, ciascuno alle prese con gli umori dell’opinione pubblica del proprio Paese, propongono soluzioni diverse, quelle che ritengono più coerenti con il «proprio» interesse. E il compromesso fra le diverse opzioni diventa assai difficile. Talché, in sede europea, accordi solo di facciata e rinvio delle soluzioni a tempi migliori (o che si spera tali) sono assai frequenti.
Si considerino le politiche di riarmo a seguito della guerra di invasione russa dell’Ucraina. C’è chi lamenta il fatto che tale riarmo sia in larga misura non europeo, ma dei singoli Stati europei. C’è, ad esempio, chi guarda con timore all’accelerato riarmo tedesco. Un timore accentuato dal fatto che una Germania militarmente più forte potrebbe domani cadere in mano all’estrema destra filorussa (AfD). Ma quale sarebbe l’alternativa? In pratica, non c’è. È proprio per questo che appare realistico tentare di aggirare l’ostacolo favorendo la cooperazione militare fra gli europei in ambito Nato.
I governi non possono fare a meno di trattare autonomamente le questioni più vitali che attengono alla sicurezza. È appunto il paradosso europeo: sulle questioni in cui più servirebbe l’Europa gli Stati sono spinti dalla loro stessa logica di funzionamento a farne a meno.
Come accade sul problema del controllo delle frontiere europee in presenza dei flussi di immigrazione irregolare o clandestina. Le differenti collocazioni geografiche dei Paesi europei mettono in gioco esigenze diverse e gli interessi non sono facilmente componibili. Il conflitto fra Italia e Spagna su Schengen mostra quanto poco la solidarietà intereuropea possa reggere su questi temi. Spiega, inoltre, la posizione dura assunta in tema di contrasto all’immigrazione irregolare non solo da quello italiano ma dalla schiacciante maggioranza dei governi europei, ciascuno alle prese, a casa propria, con il guanto di sfida lanciato da movimenti che contrastano ogni forma di immigrazione (irregolare e no). E spiega, infine, la difficoltà che incontrano i governi nel tentativo di convergere su una comune politica. Il vertice europeo di tre giorni fa ha scelto di ricomporre i contrasti, di non acutizzare le divisioni, ma i problemi restano.
Apparentemente non c’è via d’uscita. Tutte le volte che si evoca la sicurezza i governi rivendicano la propria esclusiva competenza e le soluzioni europee diventano difficili da perseguire. Plausibilmente, è solo per vie traverse, prendendo strade tortuose, che l’ostacolo può essere, almeno in parte, aggirato. Si tratti di difesa militare o di controllo delle frontiere, sono solo, di volta in volta, gli accordi fra «chi ci sta», fra chi si trova (magari anche solo temporaneamente) ad avere interessi convergenti, che può consentire a gruppi di Stati europei di cooperare, con comuni vantaggi. Così è tutte le volte che nell’agenda politica dell’Unione europea compare la voce sicurezza.
6 agosto 2026
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