«Il compagno di classe morto e la ragazza del Vajont, le schegge della mia vita»: l'intervista a Guccini sui suoi anni giovanili a Modena
Nell'ultimo libro «Così eravamo» ha raccontato le storie (tutte vere) che hanno segnato la sua vita nella Modena anni Cinquanta
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«Il compagno di classe morto e la ragazza del Vajont, le schegge della mia vita»: l'intervista a Guccini sui suoi anni giovanili a Modena
di Roberto GressiNell'ultimo libro «Così eravamo» ha raccontato le storie (tutte vere) che hanno segnato la sua vita nella Modena anni Cinquanta
Francesco Guccini
Francesco Guccini è morto oggi, 6 agosto 2026, a Pavana, circondato dall'affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari. Aveva 86 anni. «Le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata» fa sapere la famiglia. Per l'occasione ripubblichiamo l'articolo di Roberto Gressi sull'ultimo libro del cantautore, già pubblicato nel 2025
Ragazzi e ragazze, donne e uomini di più di una generazione gli vogliono bene come a un amico caro, presente con i suoi versi nella vita di tutti i giorni. Anche se lo hai visto solo da lontano, su un palco, il fiasco di vino rosso appoggiato per terra, un po' per compagnia, un po' per vezzo. Ha scritto un nuovo libro, Francesco Guccini, per la casa editrice Giunti. Si intitola Così eravamo, ma come sottotitolo avrebbe anche potuto avere il passo di una sua canzone, Antenor : "Quante volte per altri è vita quello che per noi è un minuto". È il desiderio prepotente di salvarli tutti. E il senso di colpa e il rimpianto per non averli salvati tutti. Così conosciamo il ragazzino delle medie derubato dell'adolescenza, la ragazza di Longarone con il portacenere rosso, Adua innamorata e perduta, biecamente e cinicamente coinvolta in una sfida a chi ce l'ha più lungo.
E poi la meravigliosa disillusione per il giornalismo, la nostalgia per le balere, ma anche l'adesso basta con le balere. Un viaggio dall'infanzia fino ai vent'anni, dopo i quali continuano a succedere cose fantastiche, ma in qualche modo tutto si è già compiuto. Pàvana sull'Appennino, Pàvana in decomposizione, che addolora Francesco, Pàvana dove i camini non fumano più, perché sono andati via in tanti, il dialetto che si perde e si porta via la cultura, un brandello alla volta. Una sala al piano terra, Guccini un po' curvato dagli anni, ma imponente con il suo metro e novantaquattro, l'altezza che già allora gli valse l'ultimo banco a sinistra. E un racconto, pervaso di nostalgia e di una sottile ironia, sulla Modena degli anni Cinquanta.
Come erano le scuole medie?
«Durissime, feroce l'esame di ammissione. Io rimandato in latino in prima, latino e matematica in seconda. Latino, matematica, inglese e pure disegno in terza, un record. Addio vacanze. Ma con le medie si andava alle superiori, i più poveri facevano l'Avviamento e poi via, al lavoro».
Poi ci fu quella mattina.
«Il mio compagno di banco, detto il faino, al maschile, un po' astuto e un po' subdolo, me lo disse: ma lo sai? È morto Colombini».
Come si chiamava di nome?
«Chissà. In classe ci chiamavano tutti per cognome, come poi da militare, e quasi non lo conoscevo. Ero nella sezione C, quindi c'erano una A e una B, ma chi li ha visti mai? Magari erano ragazze, che ci tenevano nascoste».
Come è morto?
«Neanche questo sapevamo. Eravamo lì, c'era la festa degli alberi, prima felici per la scuola saltata, poi intristiti dal gelo, accanto c'erano gli orfani schierati, costretti a far numero a tutte le cerimonie pubbliche. Una professoressa ci chiese di fare una colletta per i fiori, come per il Polesine. Lo avevamo visto alla Settimana Incom, il Polesine. Prima una musichetta allegra, con una star americana che scendeva dalla scaletta dell'aereo. Poi quella che chiamavamo musica da sinistro, con l'alluvione. Ai funerali di Colombini non ci portarono».
Una morte che colpisce, nell'età in cui si crede di essere immortali.
«Ci penso. Ho anche trovato una vecchia foto della classe, e lui c'è. Lui che ha perso tutto quello che avrebbe potuto avere. Non ha mai visto le battaglie per il Vietnam, né il primo uomo che sbarca sulla Luna, non ha mai ascoltato una canzone dei Beatles. Era quasi Natale, quanti Natale ha perso».
Come era il Natale?
«Erano tempi di ristrettezze, si aspettava il 27, giorno di paga per mio padre impiegato alle poste. Da noi tutto ruotava intorno al 27. Si diceva che il giorno prima fosse San Pensa, pensa che arrivano i soldi. Il giorno stesso era San Dispensa. E dal giorno dopo era San Senza, e bisognava arrivare a fine mese. Poi mio padre aveva comprato una casa in periferia, con un mutuo molto pesante. Ma i miei nonni stavano bene, il Natale era una festa, avevano i polli, i conigli, all'Epifania ammazzavano il maiale. Quanti doni ci dà quella bestia lì, da queste parti gli hanno fatto un monumento, tutto meritato».
Che rapporto con suo padre e sua madre?
«Ferruccio aveva fatto la guerra d'Africa e la Seconda guerra mondiale. Da bambino mi era mancato tanto. Prigioniero rifiutò di combattere per i nazisti e fu internato, prima a Leopoli, poi ad Amburgo. Non ne parlava mai. Mia madre Ester, che qui la chiamavano Estere, così come il film diventava il filme, faceva la casalinga».
Come erano?
«Leggevano, acquistavano settimanali, La Domenica del Corriere , Oggi . Li svisceravano fino all'ultima riga. Avevamo la radio, non era da tutti. Parole poche, almeno finché non sono cresciuto. Mio padre era appassionato di storia, discutevamo di politica. I suoi erano democristiani, lui no, era di idee liberali. Andavamo abbastanza d'accordo, lui era più conservatore di me. Non è mai venuto a un mio concerto, né ha mai letto un mio libro, nemmeno quello su Pàvana. Mia madre a un paio di concerti è venuta».
Le medie, passaporto per le superiori.
«Il classico, per pochi eletti, che il classismo si faceva sentire. Io al magistrale, che durava un anno in meno e si andava prima a lavorare. I più a ragioneria, ci si impiegava subito, si compravano la macchia, si sposavano. Erano tanti e ai campionati sportivi studenteschi vincevano tutto loro, tranne la maratona, che uno delle magistrali era insuperabile».
Poi la passione per il giornalismo.
«Vengo giù dall'Appennino con la corriera e duecento lire. Negli occhi il giornalismo del cinema, gli scoop, gli inviati. In redazione trovo solo un anziano commesso che mi scrocca una sigaretta, delle poche custodite in una bustina. Poi c'è il capocronista che fuma e urla: un fungo di 20 chili? È ancora quel corrispondente cialtrone che ci ha fatto scrivere che era nato un vitello che non passava per la porta? Ancora ci prendono per il culo!».
E lei?
«Io vengo dall'Appennino e dico che può essere un barbagino, un fungo che cresce alla base dei castagni, che si mangia fritto o sott'olio e che sì, ci può arrivare a 20 chili».
E allora?
«Mi vale il primo articolo. Sulla vocazione di suor Eustachio Maria Peloso, rigorosamente non firmato».
Quale rapporto con la Chiesa?
«Ricordo Madre Carmelina, che prima delle elezioni del 18 aprile 1948, alle elementari ci disse: "Pregate perché vincano i buoni". E poi i pasti dai frati Domenicani, che erano così così, mentre dai Francescani si mangiava proprio bene. Del resto, una mia amica che era andata a lavorare in Olanda e uno le disse: "Come si mangia bene a Bologna!". E dove hai mangiato? "Al carcere della Dozza!».
Come è stato il dopoguerra?
«Difficile, il boom era di là da venire e mancavano tante cose. Da noi c'erano soldati americani e brasiliani. Cantavo Lay that pistol down per gli americani. (canticchia sorridendo il modo come la storpiava da ragazzino.) Poi mangiavo con loro. Cioccolato, fette d'ananas sciroppate. I brasiliani, incredibile, c'erano anche due dell'Amazzonia, avevano messo su una compagnia di sciatori. Ho una foto con uno di loro, con dedica: "A questa famiglia amica la mia devozione, Octavio"».
Il rapporto con il fumo.
«Era una delle stazioni della crescita. Imparare ad andare in bicicletta, poi a nuotare, quindi a ballare, per conoscere le ragazze, e a fumare. I nostri eroi fumavano tutti. Sono stato un gran fumatore. Ho smesso da sei anni, di punto in bianco, masticando semi di zucca salati».
Poi, nel libro, c'è una gara di sesso.
«Tutto vero, segno della provincia più bieca, fotografia della mediocrità culturale, della povertà morale, anche nei protagonisti, un pittore e un giornalista, che in qualche modo si consideravano degli intellettuali. Patetico anche il perdente, che si commuove e piange alla consegna di un diploma di grande amatore da parte del vincitore. Lei, la prostituta Adua, è il personaggio migliore».
Tante contraddizioni.
«Sì, dopo la guerra gli sfollati tornavano e trovavano le case occupate dai meridionali. Si finiva per convivere, si mescolavano gli odori di cucine diverse, il lambrusco con chissà che vini. Senza razzismo, o così pareva. Nella mia compagnia di ragazzi c'era con noi anche un nano. Poi ho realizzato che alle feste però non lo invitavamo. E pure a me, quando facevano le feste i compagni più abbienti, mica mi invitavano».
Poi gli anni delle balere.
«C'era una voglia di ballare incredibile. Suonare nelle balere va bene a vent'anni, a trenta, poi bisogna smettere. C'erano sale da ballo ovunque. I preti erano contrari. In tanti posti c'erano delle piccionaie con le vecchie che controllavano le ragazze dall'alto. Ci si avvicinava e si invitava a ballare. E spesso si veniva pesati, misurati e trovati mancanti e quindi rifiutati. La domanda classica era: lei studia o lavora? Che, se lavora e guadagna, si può costruire qualcosa subito, se studia magari avrà un futuro migliore, ma chissà».
È stato a scuola con Pavarotti.
«Sì, loro avevano un forno, mia madre ci portava a cuocere le lasagne». È vera pure la storia di Brandano? «Sì, era un musicista senza l'uso delle gambe. Dopo un concerto, in inverno, erano già per strada con il pullmino, si accorsero che lo avevano lasciato lì. Lo ritrovarono che era coperto di neve».
Dopo il militare rinunciò alle Equipe 84 per tornare all'università.
«Mi ero accorto che mi ero fermato. Sentivo il bisogno di studiare. Usai i soldi guadagnati come sottotenente (metà li mandavo a casa) per pagare le tasse arretrate. Primo esame: storia medievale con il fratello di Prodi, voto 29. Mi disse: ultimo esame nel '58, siamo nel '63... E io: ho voluto preparami bene. Ma non mi sono laureato, avevo anche la tesi fatta, ma dovevo così tanti soldi per le tasse che dissi: ma va...».
E il militare?
«Una storia dell'assurdo, con rifugi antiatomici fatti con le pietre imbiancate con la calce, con pesantissimi e militarmente inutili cannoni portati su e giù, con capitani che litigano tra loro e soldati che ci finiscono in mezzo».
Ma lì ha conosciuto la ragazza del portacenere rosso.
«In un bar a Lavarone, serviva al banco. In alto incombeva la diga. Al confronto quella di casa mia, dove giocavamo con le cerbottane o incontravamo le morosine, pareva un giocattolo. Eravamo un gruppo di militari, battute, anche battutacce, mi sembrò di restarle simpatico. Le chiesi o forse le rubai quel portacenere di plastica della Coca Cola. Di lei non ho saputo più niente».
E il portacenere?
«L'ho avuto con me per decenni, poi è scomparso. Dove finiscono gli oggetti? Borges se lo chiede in una poesia: "Dureranno più in là del nostro oblio/ non sapran mai che ce ne siamo andati"».
Poche centinaia di metri, da casa Guccini alla Caciosteria di Mimmo. Tra loro riprendono il tormentone. Mimmo: «Quest'anno lo scudetto è di voi Juventini!». Francesco: «Ma no, l'Inter è più forte. Sempre che, Dio non voglia, non si faccia male Lautaro!». E poi Guccini un colpo al cuore te lo dà, quando aggiunge che L'Avvelenata la detesta, che Dio è morto è retorica e che pure Auschwitz ha un tema potente, ma come canzone non è un granché. E che canzoni migliori, come Odysseus , sono state quasi ignorate, e che La Locomotivaè stata un colpo di fortuna. Ma gli piace ricordare anche le parole di Gaber: «Bolognesi, tenetevi caro Guccini, perché uno che scrive ben 13 strofe su una locomotiva è capace di fare tutto».
Ma qual è la sua canzone preferita?
«Una volta avrei detto che è quella che devo ancora scrivere. Oggi vorrei che si dicesse di me che sono stato anche un bravo scrittore di libri».
Poi brontola un po' con sua moglie Raffaella perché gli impedisce di buttar via racconti giovanili inediti. Raffaella manco gli risponde, ma fa una faccia che significa una cosa sola: «Col cavolo, che li butto». Grazie Raffaella.
6 agosto 2026
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