Nello Scavo, la guerra vista con gli occhi del reporter: «Pensavamo che l'Ucraina sarebbe caduta in pochi giorni. Oggi mi preoccupano le infiltrazioni russe nel dibattito culturale»
Corriere della Sera - Cultura

Nello Scavo, la guerra vista con gli occhi del reporter: «Pensavamo che l'Ucraina sarebbe caduta in pochi giorni. Oggi mi preoccupano le infiltrazioni russe nel dibattito culturale»

Giovedì 6 agosto 2026
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Il giornalista, corrispondente di guerra per Avvenire, ospite del festival «Il mistero dei Monti» a Madonna di Campiglio: «Essere sul posto è fondamentale per evitare insabbiamenti»

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Nello Scavo, la guerra vista con gli occhi del reporter: «Pensavamo che l'Ucraina sarebbe caduta in pochi giorni. Oggi mi preoccupano le infiltrazioni russe nel dibattito culturale»

di Paolo Fornasari Granelli

Il giornalista, corrispondente di guerra per Avvenire, ospite del festival «Il mistero dei Monti» a Madonna di Campiglio: «Essere sul posto è fondamentale per evitare insabbiamenti»

Nello Scavo, reporter internazionale e corrispondente di guerra di Avvenire, sarà a Madonna di Campiglio venerdì 7 agosto ospite del festival «Il mistero dei Monti», giunto alla 24esima edizione, nell’evento «Essere lì, dove la storia accade». «Sono molto contento — afferma Scavo — perché trovo sia una scelta coraggiosa da parte degli organizzatori considerato che Campiglio è una località in cui ci si sposta per trovare un po’ di serenità ed equilibrio. Avere questo coraggio dimostra senso di responsabilità e lungimiranza, perché forse nei luoghi belli e dove la natura prevale si possono trovare le risposte alle domande che con il rumore delle armi non si riesce a trovare».

Partiamo dal titolo dell’incontro: quanto e perché è importante nella società attuale essere sul posto?
«Lo è sempre stato, ma ora lo è perfino di più, anche se pensiamo di poter disporre in tempo reale di informazioni affidabili. In realtà la storia ci dimostra che ci sono sempre tentativi di selezionare e manipolare le informazioni e l’unica alternativa è la presenza sul posto, la testimonianza diretta. Il caso più recente è Gaza, dove viene impedito ai giornalisti di essere presenti perché un testimone avvicina i propri lettori a ciò che sta accadendo e, anche se non è del tutto immune da manipolazioni, però c’è, vede, sente (anche l’olfatto è importante): il lettore avverte ciò e si fida di più. Un altro elemento è che i giornalisti possono documentare in tempo reale i crimini commessi e qualche volta la loro presenza impedisce che avvengano: abbiamo notato che i peggiori crimini, per esempio il massacro di Bucha, sono stati compiuti in assenza dei giornalisti».

Qual è la responsabilità che avverte maggiormente?
«La principale è proprio la presenza perché senza, il nostro giornalismo è fortemente indebolito. Abbiamo la necessità estrema di esserci e le persone del posto si sentono perfino confortate dalla nostra presenza, anzi c’è un paradosso per cui le autorità ci guardano come un elemento di fastidio, mentre le persone come un mezzo per dare voce a chi non ce l’ha. Oltre ad esserci, bisogna però documentarsi e non fidarsi troppo di ciò che si sta vedendo e ascoltando, anche se solo se ci sei puoi renderti conto dei meccanismi perversi che attivano e fanno prosperare i conflitti».

Si aspettava che l’Ucraina sarebbe riuscita a resistere, anzi addirittura a contrattaccare, anche senza l’aiuto degli Usa ?
«Me l’aspettavo, anche se all’inizio ho fatto un errore di valutazione, perché nella prima settimana Kiev sembrava allo sbando e scappavano tutti. Questo ci ha portato a pensare che l’Ucraina sarebbe caduta in pochi giorni, ma in meno di una settimana il Paese si è riorganizzato. Un mese davanti alla liberazione di Bucha abbiamo capito che i ragionamenti tecnici sulle armi dovevano misurarsi sul dato emotivo, cioè su come la popolazione percepiva la guerra e ci è apparso chiaro che gli ucraini avrebbero fatto di tutto per recuperare terreno. Oggi infatti Mosca controlla il 20% del territorio ucraino, non poco, ma nemmeno il dato iniziale e lo dico pensando a quelli che sostengono che la Russia sta vincendo: l’obiettivo quindi di invadere l’Ucraina è fallito. Quando abbiamo visto il tradimento americano, è stato traumatico ma abbiamo avuto l’impressione che non sarebbe stato sufficiente per la conquista russa».

È preoccupato dalle posizioni scettiche italiane sul sostegno, anche militare, all’Ucraina presenti in entrambe le coalizioni?
«Sono preoccupato dalle infiltrazioni russe di tipo indiretto che hanno generato un dibattito culturale che porta alcuni esponenti politici a sostenere che la soluzione sia concedere alla Russia ciò che vuole. Questo è l’elemento che mi preoccupa di più oltre alle infiltrazioni nel sistema informativo: secondo alcuni centri studi, l’Italia è il Paese europeo in cui si fa maggiore disinformazione sulla guerra in Ucraina. Credo sia necessaria una svolta diplomatica, perché è inimmaginabile una sul terreno finché rimane Putin. Per proteggere la popolazione, è perciò necessario avere strumenti di difesa che hanno già dimostrato di poter evitare un bilancio peggiore di vittime».

È corretto usare la parola genocidio riguardo a quanto sta compiendo Israele?
«La mia posizione è quella di un giornalista che vede una carneficina che si può anche configurare come genocidio. Che questo poi si possa dimostrare giudiziariamente è un altro discorso, perché servono requisiti. Ricordo però il triste esempio di Srebenica: 8.500 morti accertati che la Corte Internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia stabilì poi essere stato un genocidio. Confesso anche che il dibattito è interessante, ma dal mio punto di vista la cosa più importante è poter raccontare il bagno di sangue con più di 70mila morti (da alcuni negati), tra cui un numero spropositato di bambini».

L’Unione Europea avrebbe dovuto adottare misure più dure nei confronti del governo israeliano?
«Sarebbero servite misure durissime sia sulla Russia che su Israele: contro la prima è andata avanti con pacchetti di sanzioni, nei confronti di Netanyahu è stata indebolita, anche da chi nel governo italiano sosteneva che Netanyahu non dovesse essere arrestato, al contrario di quanto afferma la corte penale internazionale. Ciò ha portato l’Ue a non avere nemmeno la forza di difendere la missione in Libano. Questo perché esiste un’empatia selettiva, per cui alcuni popoli sono da difendere più di altri e ci sono le relazioni speciali che alcuni hanno con il governo israeliano che invece andava colpito senza colpevolizzare tutta la popolazione. Tra l’altro, la posizione debole verso il governo oggi alimenta episodi di antisemitismo preoccupanti».

Cosa lega i vari conflitti?
«C’è un filo rosso che li collega attraverso i partecipanti. L’Iran è stato il principale fornitore di droni usati dalla Russia ed è coinvolto direttamente nel sostegno ad Hamas, ad Hezbollah e agli Houthi. La Turchia fornisce armi alla Nato ed è coinvolta nelle operazioni in Siria; molti dei Paesi del board of peace sono coinvolti a vario titolo nella guerra in Ucraina e ci sarebbe anche la Libia, di cui si parla ormai poco. Le guerre si tengono tra di loro, perché c’è un consesso di signori della guerra ed è molto difficile per chi fa diplomazia riuscire a trovare una soluzione. Il paradosso è che c’è un’Onu, costantemente indebolita e che invece andrebbe riformata, che si occupa di sicurezza e c’è una specie di Onu non dichiarata per cui chi alimenta i conflitti siede al Consiglio di sicurezza dove si dovrebbe stabilire come fermarli. Ecco, mi riallaccio alla prima domanda: il giornalismo di reportage è anche raccontare il contesto oltre ai conflitti».

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