45 e 47 sulla ruota di Bari
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45 e 47 sulla ruota di Bari
di Maria Angela RobustelliIn aeroporto. Un giorno di mezza estate che sarebbe stata molto lunga, così come lo erano state l’estate precedente, la primavera e l’inverno.
Nell’immensa sala d’attesa dei Gates, un luogo sospeso e indistinto, fatto di assenza in continuo transito tra milioni di incroci di sconosciuti, i raggi del sole trafiggevano le vetrate come a voler chiamare i nostri nomi ormai lontani.
Improvvisamente in quell’aria immobile, un passerotto con uno spettacolare volo acrobatico senza speranza, squarciò quell’illusione di cielo fatto dell’inesorabilità del destino che lo vedeva in trappola al Gate 47.
Ero seduta lì composta, assorta nei miei pensieri, quando, richiamata dal tonfo terrificante della caduta di quella creatura che provava a volare, posai il mio sguardo velato su quel piccolo cuore che sembrava essersi schiantato al suolo e che mi pareva di sentir battere a stento col mio.
L’altoparlante chiamava i passeggeri in partenza per Parigi eppure, senza curarmene, feci per avvicinarmi e provare a soccorrerlo, quando inaspettatamente quello spirito libero e alato si levò ancora in volo, fece qualche metro e poi di nuovo giù, rovinosamente.
Immobile con gli occhi lucidi come pietrificata da un senso di impotenza insopportabile, intravidi venir fuori dalla folla indifferente al Gate 45 poco distante, una figura maschile farsi largo tra i passeggeri del volo per Milano, pronti all’imbarco. Aveva qualcosa di familiare.
Spettatore come me, di quel vano battito d’ali disperato, provò anche lui a raccoglierlo e a trovargli un modo per volare via.
A quel punto l’esserino indifeso, arrendendosi alla fiducia, si lasciò prendere tra le mani di quello sconosciuto che senza curarsi degli sguardi di repulsione attorno e delle norme di sicurezza sulle porte antipanico, gli offrì la via d’uscita di un varco allarmato che accompagnò la sua fuga con diversi minuti assordanti di un allarme trionfante. Fu allora che lo riconobbi.
Sembrava diverso, invecchiato ma era lui; A. Gli occhi erano gli stessi.
Anche lui dovette sentirsi come investito dai miei, e qualcosa parve trafiggerlo. Un pensiero. Il ricordo doloroso dell’amore perduto che si portava appresso ancora un’inspiegabile tenerezza.
Alzò i suoi, e mi vide. Eravamo per la prima volta dopo tanti anni, l’uno di fronte all’altra ma con lo stesso segreto dentro i nostri sguardi che il vento della vita non aveva smorzato neanche un po’.
In una frazione di secondo sembrammo vederci perdere l’aereo, uscire insieme dall’aeroporto, increduli e veloci come due pesci rossi che dalla boccia vengono liberati nel fiume, per salire in macchina e partire senza meta verso il tramonto, assaporando il silenzio tenendoci per mano, esausti per il tempo trascorso lontani e rinvigoriti da quel nuovo fluire di sangue nelle vene.
E invece, ci sorridemmo senza parlare. E senza farci domande, riprendemmo ognuno il suo corridoio d’imbarco, come due che avevano già tutte le risposte.
In quel preciso momento la mia visione fu come offuscata da una dissolvenza a nero.
Mi sento picchiettare, poi scuotere da un paio di forti scossoni sulla spalla. Poi la luce.
Signorina?! Signorina, tutt’ a post’?! Non vi sentite bene? E mi ritrovo semidistesa su una panchina davanti al municipio di Soccavo, dove ero arrivata quella mattina all’alba onde evitare la fila per il rinnovo improrogabile della carta d’identità cartacea con quella elettronica. Mi ero addormentata in attesa dell’apertura, da seduta, senza ritegno, per strada, reduce dalla degustazione vinicola della sera prima. E di questo Antonietta, operatrice ecologica di cinquantaquattro anni e quattro figli cresciuti da sola, se n’era accorta.
Beneficiaria da quattro anni del sussidio di inclusione legato alla carta per i lavoratori fragili (ex PUC/LSU), pulisce le aiuole della città per conto dell’Asia, senza divisa né scarponcini antinfortunio né guanti protettivi, superando per dedizione e risultati il personale di ruolo, mi racconta mentre cercavo di rimettermi in sesto.
Io ho sempre desiderato lavorare con dignità, da quando ero bambina, mi dice scandendo bene le parole, Le mie aiuole sono le più pulite perché vorrei che questo diventasse un lavoro vero ma al Comune non ci danno molte speranze, continua come una valanga emotiva.
Allora io, senza pensarci troppo, per una misteriosa connessione di sinapsi, le chiedo che cosa sognasse per se stessa, per il futuro. L’amore.
Io faccio sempre lo stesso sogno. Di avere un lavoro fisso, tredicesima, quattordicesima e una casa tutta mia per i miei figli. Questo mi fa battere il cuore più dell’amore ma dura un attimo tutte le volte, mi confida intimamente, Qualche volta allora parlo con Dio e gli chiedo che se proprio è così difficile, almeno me facesse ‘ngarrà duje nummere, ridiamo.
Poi, dopo una pausa, mi prende alla sprovvista e mi dice, Ma lo sapete che prima stavate dicendo qualcosa nel sonno?! Io sorrido per non rispondere. Poi, di getto le dico, 45 e 47! Qual è la ruota dei sogni? E lei, senza esitare, La ruota di Bari!
Il vino buono e il morto che parla. Avevo fatto la mia parte.
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