Chat, l’equivoco in Parlamento
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Chat, l’equivoco in Parlamento

Mercoledì 5 agosto 2026
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«No» ai pm su Delmastro: così la camera svilisce la propria funzione

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Luigi Ferrarella | 5 agosto 2026

«No» ai pm su Delmastro: così la camera svilisce la propria funzione

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Almeno nel 2024, invocare la tutela delle guarentigie dei parlamentari per votare il no all’uso di intercettazioni di un non parlamentare assessore regionale, con la scusa che l’ufficio in cui era stato intercettato stesse nello stesso edificio dove in altri locali aveva la propria segreteria politica una senatrice legata sentimentalmente all’assessore non parlamentare, a suo modo aveva avuto il guizzo psichedelico di una strizzatina d’occhio ribalda, degno della pensosa condivisione in Parlamento nel 2011 del dubbio che anche per un solo secondo Ruby Rubacuori potesse davvero essere ritenuta da Berlusconi la nipote di Mubarak: ieri, invece, il rifiuto di far utilizzare ai magistrati le chat del deputato Delmastro, ex dominus delle carceri italiane ignaro d’essere socio della figlia 19enne di un prestanome dei camorristi, sa solo di stantia muffa di privilegio, incapace persino di far ridere pur nei pretesti che seriosamente si arrampica ad addurre.

Come infatti la grazia del presidente della Repubblica non è un quarto grado di giudizio ribaltante il giudicato della Cassazione, così nel concedere o negare una autorizzazione a procedere il Parlamento non è una sorta di giudice delle indagini preliminari «raddoppiato» e anticipato, ma verifica solo che nella richiesta dei magistrati non vi sia «fumus persecutionis»: impugna cioè l’articolo 68 della Costituzione per salvaguardare Camera e Senato dal rischio che strumenti investigativi molto invasivi possano essere impiegati allo scopo di condizionare l’assemblea.

E invece ancora una volta ieri — nel negare alla Procura di Roma l’autorizzazione a utilizzare la corrispondenza (quali sono le chat da dopo la sentenza della Corte Costituzionale su Renzi nel 2023) tra il non indagato e dimessosi sottosegretario al Ministero della Giustizia e il ristoratore Mauro Caroccia, indagato per riciclaggio e già condannato a 4 anni per intestazione fittizia di beni con l’aggravante dell’agevolazione del clan camorristico Senese — il Parlamento ha agito da super-gip (non previsto dall’ordinamento) dell’inchiesta sulla Cinque Forchette srl: cioè del fascicolo nel quale i pm chiedevano di poter verificare, tramite il confronto con le chat depositate a propria difesa da Caroccia, se il ristorante Bisteccheria d’Italia fosse stato gestito anche con risorse provenienti dai Senese o destinate al clan.

La maggioranza alla Camera, votando no, ha infatti sindacato l’asserita genericità della richiesta dei pm, eccepito l’estensione ritenuta eccessiva dell’arco temporale, mescolato segmenti malintesi di decisioni di Cassazione e confusi riferimenti a disomogenee casistiche europee. Fino alla curiosa pretesa che i pm romani spiegassero, se mai, perché le loro esigenze investigative non potessero essere soddisfatte con strumenti meno invasivi del sequestro di tutte le chat Caroccia-Delmastro: evidentemente nell’altrettanto curioso presupposto che il fatto che i rapporti tra i due fossero legati alle dinamiche societarie della Bisteccheria non comportasse già di per sé la necessità e rilevanza di acquisire in fase di indagine ogni loro comunicazione.

Il voto su Delmastro è solo l’ultimo esempio di questa torsione delle prerogative parlamentari, già impostasi nei recenti orientamenti sulle autorizzazioni a procedere e/o sui conflitti di attribuzione promossi davanti alla Consulta tra poteri dello Stato (ad esempio i casi Nordio, Mantovano, Piantedosi, Bartolozzi, Santanchè, Sangiuliano, Romano, Siri, Sudano, Mps-Mediobanca). E l’oltre 90 per cento di no opposti ai magistrati, nella sessantina di voti in materia di prerogative parlamentari negli ultimi quattro anni, è esito statistico che impone, alternativamente, solo due possibilità.
O segnala che l’Italia, senza accorgersene, è precipitata a prima del 1689 e della Dichiarazione dei diritti politici e civili, e dunque al Parlamento tocca eroicamente arginare orde togate di novelli Stuart e Tudor scatenati a caccia di oppositori politici tra senatori e deputati.
Oppure segnala nel mondo politico il progressivo ripiegare su una interpretazione sempre più domestica di immunità declinata in privilegio. Con un effetto collaterale controintuitivo: lo svilimento proprio della funzione del Parlamento, nel momento in cui — già espropriato nel 75% della propria attività da decreti legge dell’esecutivo, piegato a un patologico monocameralismo alternato che nella conversione di 112 su 113 decreti legge del governo ha visto il testo emendato solo da uno dei due rami, dribblato (come nel recente «riposizionamento» in Arabia Saudita di 400 soldati) da astute clausole di stile linguistiche degne di novelli «ibis redibis non morieris in bello», ed infine minacciato da una riforma elettorale che persino i sostenitori ammettono sbilanciata — viene svuotato della sua rappresentanza universalistica del Paese. E abbassato invece al rango di quasi corporazione, in tenzone con un’altra pretesa opposta corporazione.

5 agosto 2026

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