Il dialogo che serve
Nel 1994 la frattura. Ora va ricostruito un rapporto: una delle due Camere venga guidata dall’opposizione. La politica deve tornare a parlarsi
Il dialogo che serve
Walter Veltroni | 5 agosto 2026Nel 1994 la frattura. Ora va ricostruito un rapporto: una delle due Camere venga guidata dall’opposizione. La politica deve tornare a parlarsi
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Nel 1994, dopo aver vinto le elezioni, la coalizione di centrodestra guidata da Berlusconi decise di interrompere una consuetudine che nei vent’anni precedenti aveva caratterizzato positivamente la vita politica italiana: quella dell’intesa tra le forze politiche perché i due rami del parlamento fossero presieduti da personalità espresse da maggioranza e opposizione. Così fu a partire dal 1976, quando la Camera fu guidata da Pietro Ingrao, Pci, e il Senato da Amintore Fanfani, Dc. Certamente quella legislatura, quella che inaugurò questa prassi, si svolse nel segno della solidarietà nazionale e il Pci, pur non partecipando ai monocolori Dc di quel triennio, ne consentì la nascita. Ma quando la solidarietà nazionale finì, travolta dai processi politici innestati dall’uccisione di Aldo Moro, la consuetudine virtuosa non fu interrotta. La maggioranza di pentapartito non ritenne, nonostante la forte conflittualità con l’opposizione di Berlinguer, di dovere applicare lo spoil system oggi imperante. E così Nilde Iotti, prima donna della storia repubblicana, fu eletta proprio nel 1979 e restò in carica per ben tre legislature.
Nello stesso periodo al Senato per la Dc si alternarono Fanfani, Morlino, Vittorino Colombo, Cossiga, di nuovo Fanfani. Fino al 1987 quando il partito di maggioranza relativa si ritrovò, segno anche di un'egemonia assoluta al tramonto, senza una personalità della sua area sugli scranni di Camera o Senato per effetto dell'acquisita guida del governo con Fanfani e poi, nella decima legislatura, con Goria, De Mita e due governi dell’immarcescibile Andreotti. Al Senato furono infatti eletti prima Malagodi e poi, fino al 1994, Giovanni Spadolini. In quella legislatura, negli anni di Tangentopoli e della crisi dei partiti, a guidare la Camera dei deputati era stato Giorgio Napolitano, dopo che Scalfaro era divenuto capo dello Stato.
Nel 1994 si intese, dopo la vittoria della Casa delle libertà, che il sistema maggioritario postulasse la rottura di un clima di comune responsabilità istituzionale. Lo scontro politico divenne un conflitto fondato sulla reciproca delegittimazione. Paradossale per un tempo in cui, dopo il 1989, la dialettica politica avrebbe potuto fondarsi sui programmi e sui valori, e non sulle ideologie. La Dc, ancor prima che Berlinguer dicesse, dal Cremlino, che per lui «la democrazia era un valore universale», aveva votato come presidente della Camera il leader della sinistra comunista Ingrao riconoscendo in lui, comunque, una sicura affidabilità democratica.
Sotto la specie del legittimo rifiuto del consociativismo come condizionamento dell’azione di governo, passò nel 1994 la lacerazione di ogni spazio di dialogo istituzionale. Una scelta che è continuata, senza eccezioni, fino a oggi. E anche ora, che è tornata, per alcuni trionfalmente, una logica di tipo proporzionale, non è cambiato nulla. La tormentata elezione di Scognamiglio, con la sconfitta di Spadolini, non fu politicamente diversa dalla laboriosa elezione di Franco Marini nel 2006 quando la maggioranza dovette rendere riconoscibile il voto con stratagemmi come la scrittura di nomi differenti: F. Marini, Francesco Marini, Franco Marini…
È un fatto che a partire da quella scelta del '94 si è lacerata ogni dialettica e convergenza parlamentare sulle regole del gioco. Dal fallimento della Bicamerale in poi, fino agli ultimi referendum, ogni materia che riguardasse le regole del gioco è stata affrontata come puro affare della maggioranza di turno che si eleggeva i vertici parlamentari, si cambiava a suo piacimento le leggi elettorali, si spartiva ogni carica fino all’obbrobrio di commissioni parlamentari di controllo affidate a esponenti della coalizione che ha vinto le elezioni. Perché proprio qui è il punto: chi vince le elezioni, spesso con percentuali di voto e di partecipazione che indicano il consenso di un quarto degli italiani, pensa di aver preso il potere e si nega a ogni relazione fruttuosa con l’opposizione.
Solo così si spiega la più clamorosa anomalia italiana, il segno della crisi del sistema politico e della lunga agonia della Prima Repubblica che, proprio per questo, non è mai riuscita a diventare la tanto declamata Seconda Repubblica. Parlo dell’anomalia di un Parlamento che per due volte non è riuscito a trovare l’intesa per eleggere il capo dello Stato con l’effetto che, a fronte di una previsione costituzionale di un mandato di sette anni, dopo i nove anni di Napolitano e alla fine dell’esperienza di Sergio Mattarella noi avremo avuto per ventitré anni solo due persone, per fortuna quelle persone, alla guida della nostra Repubblica.
Dalla farsa tragica dei 101, fino al blocco dell’ultima volta, l’assenza di ogni terreno di dialogo istituzionale ha impedito che si trovasse per il Quirinale, come sarebbe dovere, personalità capaci di essere espressione non di uno spirito di parte, ma di una responsabilità comune di fronte agli italiani.
E il paradosso estremo è che partiti appartenenti a schieramenti diversi, in aspro conflitto, non sono mai riusciti a dialogare sulle regole del gioco per definirle insieme, ma sono stati capaci di spartirsi ministeri e sottosegretariati in governi a dir poco eterogenei sostenuti in un clima, questo sì, consociativo.
Sono convinto che un saldo impianto della democrazia faccia scegliere ai cittadini il governo della nazione in un clima in cui i due schieramenti principali dialogano e cercano intese sulle regole del gioco della democrazia. Distinzione programmatica e collaborazione istituzionale. Non il contrario.
Il primo passo di un clima diverso sarebbe l’impegno delle due parti, ben prima del prossimo voto, a garantire che nella prossima legislatura uno dei due rami del Parlamento e le commissioni di garanzia, come l’antimafia, saranno guidate da esponenti dell’opposizione.
Sarebbe bello.
È così difficile?
5 agosto 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Editoriali e commenti di oggi di Walter VeltroniIl dialogo che serve
Mercoledì 5 agosto 2026 di Luigi FerrarellaChat, l’equivoco in Parlamento
Mercoledì 5 agosto 2026 di Cristina Dell AcquaIl paradosso di Ulisse: cinema pieni e licei classici vuoti
Mercoledì 5 agosto 2026 di Danilo TainoTrump e Vance, capitalisti di Stato
Mercoledì 5 agosto 2026 di Francesco VerderamiIl vero nodo del Campo largo
Mercoledì 5 agosto 2026 di Danilo TainoLa guerra delle frontiere
Martedì 4 agosto 2026 LEGGI TUTTIGli approfondimenti e gli editoriali sui principali temi di attualità, politica, economia e costume curati dalle firme più prestigiose del Corriere della Sera. Scopri opinioni e commenti sui fatti del giorno.
Le Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione
Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.
Iscriviti