«La baia con Castel dell'Ovo» di Corot: l'opera acquistata dal Mic, va a Capodimonte
Fu dipinta nel 1828 durante il Grand Tour dell'artista che sotto il Vesuvio cambiò lo sguardo sulla luce, catturando le albe. È costata 600mila euro
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«La baia con Castel dell'Ovo» di Corot: l'opera acquistata dal Mic, va a Capodimonte
di Natascia FestaFu dipinta nel 1828 durante il Grand Tour dell'artista che sotto il Vesuvio cambiò lo sguardo sulla luce, catturando le albe. È costata 600mila euro
«La baia di Napoli con Castel dell’Ovo» Jean-Baptiste-Camille Corot (1828)
Catturare la luce delle albe e dei tramonti del Golfo di Napoli. Fermarli nelle sue opere in cui il paesaggio appare velato, emotivo come in un dormiveglia. Ne aveva fatto una sfida personale Jean-Baptiste-Camille Corot che, nato a Parigi 1796 (dove morì nel 1875) fece tappa a Napoli nella primavera del 1828, restandovi circa un paio di mesi, molto produttivi per la sua ricerca: sotto il Vesuvio l’artista non si limitò a documentare scorci, ma si immerse in una nuova sensibilità che trasformò il suo stesso sguardo. Ne è prova La baia di Napoli con Castel dell’Ovo che il Ministero della cultura ha acquistato per 600mila euro e che ora entra a far parte della collezione permanente del Museo di Capodimonte. «L’operazione - spiega una nota - si è conclusa tramite una procedura di acquisto in esportazione caldeggiata dall’Ufficio Esportazione di Firenze e permette di mantenere in Italia un’opera fondamentale legata al primo e decisivo soggiorno dell’artista nel Paese». (Ovvero il proprietario voleva venderla all'estero e lo Stato ha esercitato il diritto di prelazione).
Soggiorno decisivo perché Corot a Napoli entra in contatto con la Scuola di Posillipo, fondata dall’olandese Anton Sminck van Pitloo. E tra tutte pare essere questa la tappa più determinante del suo Grand Tour. Nel Golfo inizia a dipingere controluce, a catturare le nebbioline del mattino: atmosfere che agiranno in Corot per tutta la vita, ispirando opere tarde eseguite a memoria nell’atelier di Parigi.
Durante il suo viaggio a Napoli, l’artista francese scrive lettere al suo amico Abel Osmond. In una racconta: «Lavoro come un forsennato. Mi sveglio ogni giorno prima che il sole sorga, alle quattro del mattino, e non rientro che a sera inoltrata. La fatica è davvero tanta, porto sulle spalle la cassetta dei colori e i cartoni sotto il sole che qui inizia già a farsi sentire forte. Ma la gioia di stare davanti a questo mare cancella ogni stanchezza. Ho l’impressione che le giornate volino via troppo in fretta e che io non abbia abbastanza mani per catturare tutto ciò che vedo».
Prezioso, inoltre, il suo taccuino di disegni conservato al Museo del Louvre: tra le pagine bozzetti di Castel dell’Ovo, giovani donne nei costumi tradizionali di Procida e Ischia e profili del Vesuvio, puntellate di note sulla qualità della luce: «Sole brillante, foschia grigia...». Il paesaggio accademico è ormai archiviato, siamo in zona pre-impressionista. Per questo Claude Monet nel 1897 potrà dire di lui: «Qui c’è un solo grande maestro: Corot. Non siamo nulla nei suoi confronti, nulla».
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5 agosto 2026
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