Fabio Mauri (Succede solo a Bologna): «Turismo e cultura? I taglieri e le guide non hanno responsabilità, musei e altre istituzioni devono attirare di più»
Il dibattito dopo l’affondo del Comitato Bologna storica e artistica e le riflessioni della Pinacoteca: «Dire che le guide turistiche abbiano un ruolo nel problema dei musei vuoti è come dire che è colpa delle band pop se la gente non va a teatro. La cultura non è un luogo ma un modo di fare le cose»
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Fabio Mauri (Succede solo a Bologna): «Turismo e cultura? I taglieri e le guide non hanno responsabilità, musei e altre istituzioni devono attirare di più»
di Piero Di DomenicoIl dibattito dopo l’affondo del Comitato Bologna storica e artistica e le riflessioni della Pinacoteca: «Dire che le guide turistiche abbiano un ruolo nel problema dei musei vuoti è come dire che è colpa delle band pop se la gente non va a teatro. La cultura non è un luogo ma un modo di fare le cose»
Bologna sempre più città dei taglieri, distratta nei confronti dei propri musei. Sulla denuncia lanciata dal Comitato Bologna Storica e Artistica, dopo il direttore della Pinacoteca nazionale Luigi Gallo abbiamo sentito anche Fabio Mauri, presidente dell’associazione Succede solo a Bologna, che da 15 anni lavora sul patrimonio culturale della città attraverso visite guidate, incontri, percorsi.
Cosa ne pensa della provocazione del Comitato B.S.A.?
«Noi siamo privati che gestiscono anche musei, come la Badia del Lavino e altri luoghi. Al contempo siamo quelli che organizzano più visite a Bologna, quindi abbracciamo entrambi i punti di vista. Dire che le guide turistiche abbiano un ruolo nel problema dei musei vuoti è come dire che è colpa delle band pop se la gente non va a teatro. Per me, e dire che sono anche vegano, dire che i taglieri soffocano la cultura è la conseguenza di non sapere a chi attribuire la colpa davanti a qualcosa che non funziona. In ogni caso ci sarebbe prima da intendersi sul termine cultura».
Voi come lo intendete?
«Per noi non è un luogo, un oggetto o un soggetto, ma un metodo con cui si fanno le cose. Portare il turista alla finestrella di via Piella, facendogli fare le foto e poi via, è ben diverso dallo spiegargli che ci sono 64 chilometri di canali e come funzionano le chiuse. È lo stesso che portare a vedere la Santa Cecilia di Raffaello e fare la foto senza però spiegare il senso dell’opera. La cultura è piantare il seme della conoscenza nelle persone, ma questo c’entra poco con il fatto che i musei siano pieni o vuoti».
Visite ai musei comunque voi ne fate.
«Certo, per esempio al Museo della Musica, che è meraviglioso. Però il museo come concetto si deve confrontare con un mondo dinamico, veloce. Dove bisogna dire le cose bene e in poco tempo per far venire alle persone la voglia di approfondire. Come faccio allora a portare un visitatore in un luogo dove ci sono opere che necessitano di un bagaglio culturale che dovrebbe avere prima della visita? Il vuoto nel museo è legato a una modalità che non è più coerente con i tempi e che non si risolve solo, per dire, inserendo materiali digitali».
Che cosa si potrebbe fare?
«Io lavoro nel settore da più di trent’anni, spesso e volentieri chi lavora nel nostro mondo pensa che sia il fruitore a doversi adeguare a noi.
Invece è il contrario, bisogna portare il fruitore a un approfondimento. Se in una visita generica alla città qualcuno si appassiona ai dipinti allora gli propongo la Pinacoteca, ma spesso il tempo è davvero poco. Anche perché Bologna è una città più di passaggio, anche se vent’anni fa i turisti non si fermavano proprio. Però è una città che tollera poco l’ego personale, le cose fatte per sé stessi e non per le persone».
Una città che è un museo a cielo aperto.
«In una città come Bologna, dove ci sono tante cose, spesso non c’è tempo per entrare in un museo e avere spiegazioni che richiedono ore. Questo rende più complicata l’attività dei musei, che però non può prescindere da un dato: devono essere i visitatori a volerci andare. Mettere le foto dei Queen al Museo della Musica è un modo per far sì che le persone possano conoscerlo. Quel museo, e anche altri, stanno andando in un’altra direzione».
Ci sarebbe bisogno di un maggiore coordinamento?
«Fare rete è sicuramente utile. La chiave, più complicata per realtà pubbliche, sarebbe riuscire ad avere un coordinamento nell’approccio a ogni singolo visitatore. Davanti a centomila proposte ogni visitatore ha esigenze diverse da un altro che pure partecipa alla stessa visita. Tutti gli operatori, musei, guide, istituzioni, dovrebbero fare proposte per molti soddisfacendo i singoli. Se un museo riuscisse a farlo sarebbe già tantissimo. Certo, per una realtà più agile come la nostra è sicuramente più semplice».
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