Petrucci: «Il vero rischio dell'AI negli atenei è la "delega cognitiva". Ci vogliono attenzione e trasparenza»
La Rettrice dell'Università di Firenze: le attività vanno progettate per valorizzare non solo il prodotto, ma il processo, cioè la capacità di argomentare, di rielaborare concetti, interiorizzando i contenuti.
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Petrucci: «Il vero rischio dell'AI negli atenei è la "delega cognitiva". Ci vogliono attenzione e trasparenza»
di Gianna FregonaraLa Rettrice dell'Università di Firenze: le attività vanno progettate per valorizzare non solo il prodotto, ma il processo, cioè la capacità di argomentare, di rielaborare concetti, interiorizzando i contenuti.
Quali sono le linee guida dell'Università di Firenze riguardo all'intelligenza artificiale?
«Già nella primavera del 2025 abbiamo ha adottato le "Linee di indirizzo sull'uso dell'Intelligenza Artificiale nella didattica e per attività di studio". Lo spirito di queste indicazioni si riconosce in alcuni principi cardine: uso consapevole e responsabile dell'AI, che rispetti la libertà di insegnamento dei docenti; attenzione verso le norme esistenti su protezione dei dati, sicurezza informatica e diritto d'autore; garanzia di un utilizzo inclusivo, che assicuri accessibilità universale, trasparenza e prevenzione di bias. Tra i concetti generali più significativi è stata richiamata la necessità di un uso critico e responsabile (l'AI deve rafforzare e mai sostituire, le capacità intellettuali e creative), garantendo l'integrità accademica, la trasparenza (dichiarando quando un contenuto è generato artificialmente) e l'attenzione alla proprietà intellettuale. Il testo, per sua stessa natura dinamico, è sottoposto a revisioni costanti, data la rapida evoluzione degli strumenti di AI e l’esigenza di adeguamento alle normative nazionali ed europee».
Non vede rischi per gli studenti nell'uso di questi strumenti nel loro lavoro universitario?
«Il rischio più insidioso è quello della delega cognitiva, che si verifica, ad esempio, quando viene affidata all'AI non solo la stesura di un testo, ma il processo stesso della sua elaborazione: l'analisi, il ragionamento, la formulazione delle idee. In questi casi, lo studente avrà acquisito un elaborato apparentemente "corretto", ma non avrà attraversato il percorso di apprendimento, che quell'elaborato dovrebbe testimoniare. Il risultato, svuotato del lavoro che dà valore formativo all'attività, diventa frutto di un esercizio inutile e dannoso, che, progressivamente, erode la competenza e la creatività».
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Come si può mitigare questo rischio?
«Le nostre regole mirano a regolare l'uso dell’AI in modo trasparente, indicando i casi in cui l’uso dell’AI può essere consentito e responsabilizzando gli studenti a dichiararne l’utilizzo, ma la vera prevenzione passa dalla didattica: se le attività sono progettate per valorizzare non solo il prodotto finale, ma, soprattutto, il processo, inteso come capacità di argomentare, rielaborare, collegare concetti, interiorizzando i contenuti, non esiste la possibilità di una delega cognitiva».
I professori come accolgono questi strumenti?
«L'atteggiamento del corpo docente è disomogeneo, ma prevale un misto di cautela e autentica curiosità. Non mancano i timori, legati, in particolare, alla tenuta della valutazione e al rischio che lo studio venga vanificato dallo strumento, ma c'è anche un crescente interesse verso le potenzialità dell’AI per rinnovare la didattica, con l’obiettivo di contemperare l’innovazione tecnologica con la centralità dell'apprendimento da parte studente. Su questo aspetto abbiamo investito molto».
Come?
«Sono stati organizzati diversi interventi formativi rivolti ai docenti, che hanno avuto una risposta ampia e partecipata, insieme ai Mooc dedicati all'integrazione dell'AI nella didattica. È un segnale chiaro: la formazione è lo strumento chiave per trasformare il timore in consapevolezza e la diffidenza nella capacità di un uso critico ed equilibrato».
Ci sono corsi curriculari di AI? Si dovrebbero introdurre nei diversi percorsi di laurea?
«Più che corsi curriculari diffusi in ogni percorso di laurea, abbiamo puntato su iniziative trasversali di alfabetizzazione. Abbiamo realizzato un hackathon, dal titolo "Studiare con l'AI", che ha coinvolto oltre 400 studenti -un numero che dice molto sull'interesse reale che c'è intorno al tema- e abbiamo messo a disposizione di studenti, docenti e cittadini un Mooc dedicato all'alfabetizzazione critica sull'AI. Anche in questa prospettiva, la formazione è centrale. Prima di pensare a lezioni specifiche in ogni corso di laurea, è necessario costruire una base comune di comprensione critica dello strumento, che ciascun ambito disciplinare potrà declinare secondo le proprie esigenze».
Le matricole che arrivano dalle scuole superiori che atteggiamento hanno nei confronti dell'AI?
«Gli studenti spesso arrivano con un atteggiamento di grande ingenuità, perché non hanno coscienza della linea di demarcazione tra formazione e in-formazione e non percepiscono che la risposta ricevuta dall'AI non corrisponde alla acquisizione di una competenza. In questo caso, per usare una metafora classica, gli studenti diventano “vasi da riempire”, mentre la nostra funzione è quella di considerarli “fiaccole da accendere”. Il lavoro da fare è, quindi, duplice e coinvolge sia gli studenti, sia i docenti. Gli studenti vanno educati a un uso critico dello strumento, mediante la presa di coscienza di ciò che significa "costruire una comprensione", potenziando il loro senso di responsabilità e di autonomia».
Un lavoro di grande responsabilità da parte dell'università.
«I docenti devono, da parte loro, valorizzare il processo: l’acquisizione del sapere è un percorso multi-componenziale, che non si esaurisce nel momento puntiforme della risposta, ma coinvolge la comprensione, la contestualizzazione, il ragionamento, il collegamento, le inferenze e utilizza gli sbagli come risorse strategiche».
4 agosto 2026 ( modifica il 4 agosto 2026 | 16:44)
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