Dente: «Sono il contrario del penso positivo di Jovanotti. Tenco diceva di scrivere canzoni tristi perché era felice. Forse sono un po’ così anch’io»
Il cantautore live a Verbania: «Anche quando c’è qualcosa di bello riesco a trovarne il lato negativo. Mi muovono la perdita, la disillusione, i rapporti che finiscono. È una questione di carattere»
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Dente: «Sono il contrario del penso positivo di Jovanotti. Tenco diceva di scrivere canzoni tristi perché era felice. Forse sono un po’ così anch’io»
di Simona De CieroIl cantautore live a Verbania: «Anche quando c’è qualcosa di bello riesco a trovarne il lato negativo. Mi muovono la perdita, la disillusione, i rapporti che finiscono. È una questione di carattere»
Le canzoni, dice, arrivano «quando qualcosa si rompe». Il resto è vita. Dente torna con Santa Tenerezza e giovedì 6 agosto alle 21.30 porta il suo universo al Parco di Villa Maioni di Verbania, ospite del festival Allegro con Brio, in dialogo con Pierfrancesco Pacoda e in concerto acustico.
Quando è felice cosa fa?
«Altro. Ho scritto pochissime canzoni di gioia, eppure sono stato felice molte volte. Ma in quei momenti non mi viene da mettermi al pianoforte: vivo. Tenco diceva di scrivere canzoni tristi perché era felice. Forse sono un po’ così anch’io. Dovrei provare a raccontare la felicità? Non lo so».
E invece, è nato Santa Tenerezza. Un titolo quasi sovversivo, oggi.
«La cosa curiosa è che non l’ho scelto pensando al tempo che viviamo. Quelle due parole erano in una canzone, come un’invocazione, quasi un’imprecazione. È stato il produttore Federico Lardelli a illuminarle. Solo dopo ho riconosciuto la loro coincidenza con questi tempi bui. A volte sappiamo le cose senza saperle: raccogliamo ciò che è nell’aria con antenne invisibili».
La tenerezza è una forza o una fragilità?
«La fragilità l’abbiamo sempre nascosta. Noi uomini della mia generazione siamo cresciuti con l’idea di dover essere forti, non piangere, risolvere i problemi. I giovani, invece, esprimono emozioni e sentimenti, non si vergognano delle lacrime. È una delle poche cose positive di oggi: ricordarci che anche noi siamo sensibili, soffriamo, siamo fragili».
Questo disco, però, non ha avuto timidezze.
«No, è stato così urgente. Quasi tutte le canzoni sono uscite in pochi giorni: le scrivevo la sera e la mattina registravo il provino senza cambiare una virgola. Sentivo la stessa urgenza di quando scrissi L’amore non è bello: soffrivo, ma ero felice perché i pezzi arrivavano velocissimi, quasi non li scrivessi io, quasi fossi un tramite».
Le sue canzoni nascono già musicali?
«Sempre. Arriva una frase e arriva con la melodia. Non ho mai scritto un testo per appoggiargli dopo la musica: per farcelo entrare servirebbero martello e piccone. Le parole, se nascono cantate, hanno già ritmo e metrica. Quando un testo è stato scritto senza melodia, io lo sento. E non mi piace».
E quando una canzone, invece, proprio non esce?
«Posso aspettare anche dieci anni. In Hotel Souvenir ho ripreso un vecchio brano e gli ho cambiato completamente il ritornello. È stata un’esperienza bellissima: ho scritto una canzone insieme a un uomo che non esiste più, il me stesso di 10 anni prima».
Da vent’anni scrive d’amore senza sembrare «già sentito». Come evita il cliché?
«È molto semplice: basta evitare di scrivere cose che non vorresti sentire cantate da qualcun altro».
La definiscono «il cantante dell’amore», alla Jovanotti. Lei però è lontano anni luce dal pensare «positivo».
«Già. In realtà io sono il suo contrario: anche quando c’è qualcosa di bello riesco a trovarne il lato negativo. Mi muovono la perdita, la disillusione, i rapporti che finiscono. È una questione di carattere: quella roba mi arriva più velocemente».
E arriva anche al pubblico, che sta invecchiando con lei, sempre fedele.
«Una parte sì. Chi mi seguiva all’università oggi ha 50 anni e magari ha smesso di andare ai concerti. Ma arrivano anche persone nuove. L’altra sera una ragazza di 15 o 16 anni mi ha chiesto un autografo: è bello non suonare soltanto per una rimpatriata di ex studenti».
Battisti resta il suo faro?
«Il grande faro nella notte: lo ascoltavo già a 13 anni. De Gregori è arrivato dopo i 30. Mi piace conservare artisti che so che amerò e scoprirli piano piano. Ogni incontro, nel senso più ampio, prima o poi ci regala qualcosa».
Che cosa accade quando un ascoltatore le dice: questa canzone parla di me?
«All’inizio mi straniva. Pensavo: le storie sono mie, voi che ne sapete? Poi ho capito. Spesso le persone interpretano una canzone in modo lontanissimo da ciò che avevo in mente, ed è il bello della musica. Non ho mai voluto sapere che cosa pensasse De Gregori mentre scriveva un brano: mi basta quello che dà a me. Lo mescolo alla mia vita, ci vedo immagini che lui non poteva vedere. Una canzone, alla fine, diventa di tutti».
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4 agosto 2026
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