Giorgia Garola, da un’educazione patriarcale a imprenditrice di successo: «Papà voleva un maschio, non c’era posto per me»
Corriere della Sera - Cultura

Giorgia Garola, da un’educazione patriarcale a imprenditrice di successo: «Papà voleva un maschio, non c’era posto per me»

Domenica 2 agosto 2026
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«Mamma morì in un incidente stradale. Io ero in auto con lei, mi salvai per miracolo. Inizialmente mi difesi con la rabbia che prese il posto del dolore. Dopo, ho sviluppato una fortissima resilienza »

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Giorgia Garola, da un’educazione patriarcale a imprenditrice di successo: «Papà voleva un maschio, non c’era posto per me»

di Antonella Frontani

«Mamma morì in un incidente stradale. Io ero in auto con lei, mi salvai per miracolo. Inizialmente mi difesi con la rabbia che prese il posto del dolore. Dopo, ho sviluppato una fortissima resilienza »

È bellissima, dallo sguardo magnetico, Giorgia Garola. Imprenditrice, amministratrice delegata e presidente dell’azienda di famiglia Scam S.r. l. (società di condensazione e applicazioni meccaniche), è la prima presidente donna di Amma, Aziende meccaniche meccatroniche associate, nonché vicepresidente dell’Unione Industriali Torino e Presidente di Ceipiemonte.

Partiamo dall’infanzia e dal contesto in cui è nata.

«Sono venuta al mondo disattendendo l’aspettativa di mio papà che sognava tanto un figlio maschio. Lui, uomo autorevole ma anche autoritario, rifiutò categoricamente, per tutto il periodo della gestazione, l’ipotesi che potessi nascere femmina. Venne allestita una cameretta azzurra e, solo otto ore dopo la mia nascita, la famiglia trovò il coraggio di confessare che era nata una femmina».

L’infanzia vissuta di conseguenza…

«Certo. Per sua volontà, ero condannata a un look maschile che comprendeva anche un rigoroso taglio dei capelli. Il mondo mi vedeva come voleva lui e per strada sentivo ripetere sempre la stessa frase: “che bel maschietto…”».

Si è ribellata?

«Una bambina non ha gli strumenti per ribellarsi ma può aver la fantasia per sognare. Quando giocavo mi fasciavo la testa con grandi asciugamani per simulare la chioma fluente che non potevo avere».

Quali erano i suoi giochi?

«In realtà pochi, perché viaggiavamo molto al seguito di papà, sempre impegnato con l’azienda. Tanto per rendere l’idea, io sono stata concepita in Venezuela. Non avevo il tempo di coltivare amicizie, così, passavo molto tempo insieme agli adulti».

Il suo sogno da bambina era quello di entrare nell’azienda di famiglia?

«No, da bambina sognavo di fare la parrucchiera o di fare un mestiere che prevedesse la cura dei bambini, come scrissi in una tema delle elementari. Aggiunsi, però, che mi sarebbe dispiaciuto lasciare da solo mio papà. Forse avevo già iniziato a cercare la sua stima».

Parliamo della figura di Carla, sua mamma.

«Mamma morì quando avevo solo nove anni, i ricordi sono molti vaghi. Ricordo, però, che era solare e grintosa nel contempo. È stata lei ad insegnarmi, fin da bambina, l’importanza di un sorriso gentile. Papà, al contrario, mi diceva sempre di tenere lo sguardo basso perché era rivelatore di ogni mio pensiero. Mamma morì in un incidente stradale. Io ero in auto con lei, mi salvai per miracolo».

Come può una bambina difendersi da un tale choc?

«Inizialmente mi difesi con la rabbia che prese il posto del dolore. Dopo, sviluppai una fortissima resilienza che mi è servita a relativizzare ogni evento della vita e ad andare avanti con coraggio. Sono cresciuta sapendo di aver vissuto la situazione peggiore. Tutto quello che sarebbe venuto dopo non avrebbe potuto farmi più male».

La scomparsa di sua mamma alterò il suo rapporto con papà?

«Credo di sì. Io e mia sorella non lo vedevamo molto, siamo cresciute soprattutto con la nonna. Onestamente, era un padre molto difficile. Uomo dotato di una grande personalità, con una visione illuminata per il futuro dell’azienda, che lui stesso rilevò dopo aver svolto l’incarico di amministratore delegato, ma in qualità di genitore appariva come una montagna inespugnabile».

Difficile, dunque, lavorare insieme?

«Molto difficile. Dopo una laurea in economia, e qualche anno di esperienza in altre realtà, ho deciso di lavorare con lui nell’azienda di famiglia. Fu durissimo l’inizio per me che ero donna e non godevo di alcuna fiducia».

Un esempio?

«Venivo da una multinazionale in cui gestivo un budget di cinquanta milioni e nell’azienda di famiglia non potevo scegliere neppure il colore delle penne».

Come pensava all’eredità dell’azienda?

«Non arrivò nessun nipote maschio: per lui questo avrebbe decretato il principio di distruzione dell’azienda. Nel corso della mia seconda gravidanza si illuse che sarebbe nato un maschio, così, disse a mia figlia “dopo la nascita di tuo fratello tu non conterai più niente”. Aveva progettato tutto perché l’azienda finisse con lui e non rimanesse in mano a delle donne. Per fortuna, subentrando sono riuscita ad innescare un processo di innovazione e digitalizzazione che oggi rende l’azienda competitiva sul mercato internazionale».

La leadership di suo papà durò tutta la vita, novantasei anni. Questo rallentò il processo di crescita dell’azienda?

«Certamente. Aveva una grande visione del futuro ma non riusciva a tenere il passo con il presente. Si ostinava a voler tenere tutto sotto controllo ma aveva oggettive difficoltà. Non sapeva usare il computer, così, ogni giorno pretendeva la stampa di tutte le mail pervenute in azienda».

Ma lei ha resistito…

«Dal 2011 al 2018 sono stati anni durissimi ma ho resistito perché volevo salvare l’azienda per la quale ho sempre nutrito un sentimento quasi materno».

Un rimorso?

«Aver discusso tanto con mio padre. È stata una dura lotta, sebbene necessaria, che ha minato i rapporti familiari, invece, avrei voluto condividere con lui tante innovazioni che sto applicando ora».

Un aneddoto felice?

«Il momento più bello? Durante una fiera a Bangkok quando lui, anaffettivo, mi prese teneramente la mano in taxi».

Quale è stato il più forte condizionamento che suo padre ha esercitato su di lei?

«Seppur in disaccordo con le sue idee, quando decisi di avere una seconda gravidanza, arrivai a fare una dieta particolare che avrebbe dovuto condizionare il sesso del feto: maschio».

Questa durezza le è servita?

«Sì, mi è servita sebbene mi abbai lasciato una ferita inguaribile. Mio marito sostiene che ancora oggi, a otto anni dalla sua scomparsa, stia cercando di conquistarlo».

Cosa ha imparato da lui?

«La tenacia. Ho imparato a guardare sempre al futuro, senza soste, proprio come lui che, ultranovantenne, sognava di fondare una start up».

Di cosa va orgogliosa?

«Dell’incarico di presidente in Amma, solo perché era una realtà che contava molto agli occhi di mio papà. Quel giorno ho pianto solo perché pensavo a lui. Peccato che non abbia potuto sapere che ho scalato la vetta dell’istituzione in cui mi portò a sedici anni in occasione di una cerimonia».

Ha mai pensato di mollare tutto?

«Tante volte…»

Chi l’ha aiutata a non desistere?

«Mio marito Daniele, uomo forte, paziente, particolarmente votato all’ascolto».

Il contrario di suo papà…

«L’esatto opposto. Purtroppo mio papà ascoltava solo se stesso».

In azienda si sente sola?

«Sì, nonostante creda fermamente nel lavoro di squadra».

Se potesse, per assurdo, rivedere una persona scomparsa, chi sarebbe? Cosa gli direbbe?

«Vorrei vedere mia mamma per abbracciarla a lungo».

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